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D’Alema si legga la storia del Senegal, con il boy scout in chief non c’è storia

Che cos’è il risentimento politico? E’ una inclinazione naturale dell’animo umano trasportata nella sfera della vita pubblica. E "l'ex tutto del Pd" ne è vittima

11 Settembre 2016 alle 06:02

D’Alema si legga la storia del Senegal, con il boy scout in chief non c’è storia

Massimo D'Alema (foto LaPresse)

D’Alema si è messo in un bel guaio, come al solito. Vincerà il “sì”, se gli italiani non sono completamente scemi, in caso contrario l’ex tutto del Pd si troverà a essere responsabile di uno scatafascio che non potrà minimamente controllare. Mettersi con Salvini, con Grillo e Raggi, con un Berlusconi tiepido sebbene anche lui vendicativo (et pour cause), con gli estremisti e i manettari di tutta Italia, giuristi e costituzionalisti mal vissuti in testa, è una scelta nullista che gli si ritorcerà infallibilmente contro. Bersani e gli altri dell’opposizione interna l’hanno capito, e non bevono il vino del leader Massimo malgrado le riserve e il malumore. Si accontentano del cambio di registro, scelta intelligente, di Renzi: una questione di merito, la riforma costituzionale, che serve al paese e che si attendeva da anni. Punto.

 

Che cos’è il risentimento politico? E’ una inclinazione naturale dell’animo umano trasportata nella sfera della vita pubblica. D’Alema ne è vittima. Non perché abbia deciso di condurre una onesta vecchiaia vanitosa, succede. E non perché sia privo di cariche e onorificenze dopo essere stato messo a lato da una nuova generazione di democratici. C’è qualcosa di più sottile, l’idea del misconoscimento della propria indispensabilità porta una vertigine pericolosa e un offuscamento delle facoltà di tenuta mentale e politica. Dal piano del sentimento personale si passa a quello della lucidità e del realismo nell’analisi dei fatti. Ciò che è intenibile diventa possibile. Anzi, doveroso, una missione. Hai provato a fare la riforma con Berlusconi, non ci sei riuscito in Bicamerale, sempre per eccesso di sicurezza in te stesso, e adesso vuoi disfare quella che c’è, e che non ha alternative, sempre con Berlusconi, e in più con l’accozzaglia dei nemici di Renzi, che sarebbe fino a prova contraria anche il tuo presidente del Consiglio. D’Alema si è rivelato, per fortuna, più nell’ironia che nel battibecco ordinario. Quando ha detto che nel Pd è proibito leggere libri, rispondendo a un immigrato che gli ha rifilato la solita storia del Senegal alla festa dell’Unità, voleva dire che è un patrimonio, un tesoro nazionale da preservare come un bene culturale, perché lui sì che legge libri. Non ne dubito. Ma nei libri migliori è scritta, come D’Alema sa, l’infinita vanità del tutto, l’essere è descritto come un passaggio, e la politica è un argine contro la degenerazione delle repubbliche. 

 

Il rancore può essere una spinta anche intellettualmente agile e spiritualmente feroce, la vendetta è parte integrante della natura animale dell’uomo pubblico. Ma con Renzi D’Alema è messo male. Ha limiti infiniti, ma è troppo ragazzo, troppo talkative, troppo flessibile per fare da bersaglio immobile. Massimo, l’ultimo comunista diciamo si fa per dire, non se le può dare con la Boschi come Craxi se le dava con Andreotti, non è conflitto tra simili, non c’è il terreno comune del disprezzo. La politica italiana ha cambiato pagina, voglio sperare, e da una parte ci sono i congiuntivi ballerini di Di Maio, il beniamino della classe media giornalistica, le jene dattilografe, dall’altra l’affabulazione del Royal Baby, del boy scout in chief. Che posto potrà mai occupare il risentito D’Alema in questo panorama? Boh. Gli consiglio di leggere libri.

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