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Capire il Pd passando una sera a cena con D’Alema e a spasso con Gentiloni

Perché il referendum è diventato uno stress test finale (letale?) per la sinistra italiana (dove ci sono due nazioni in una, governo e opposizione insieme, ed entrambe le nazioni sono trasversali e sintetizzano perfettamente tutto l’arco costituzionale). Cronache da Catania

1 Settembre 2016 alle 06:18

Capire il Pd passando una sera a cena con D’Alema e a spasso con Gentiloni

Paolo Gentiloni e Massimo D'Alema sul palco alla Festa dell'Unità a Catania, nel dibattito moderato dal direttore Claudio Cerasa (foto LaPresse)

Catania. “Il pane, bisogna guardare il pane”. E’ martedì sera e siamo a Catania, di fronte al palco centrale della Festa nazionale del Pd. Sul palco Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri, e Massimo D’Alema, ex presidente del Consiglio, hanno appena finito di scazzottare sulla politica estera (poco) e sul referendum costituzionale (molto). Toni duri, tosti, accesi, ruspanti, genuini, con due visioni del mondo distanti l’una dall’altra. Proviamo una sintesi estrema. Paolo Gentiloni sostiene che l’ex ministro degli Esteri stia mettendo in discussione le fondamenta del Partito democratico e lo accusa di essere la copia sbiadita del Massimo D’Alema riformista che ai tempi della Bicamerale provò ad approvare una riforma non molto diversa da quella che oggi chiede di sopprimere. Massimo D’Alema, invece, accusa Paolo Gentiloni di far parte di un governo pericoloso che, giocando malamente con i princìpi essenziali della democrazia, sta provando a offrire al paese, in un clima di “violenza” alimentato dal presidente del Consiglio, una riforma peggiore rispetto a quella approvata in Parlamento dal centrodestra nel 2005, contro la quale, ricorda D’Alema con malizia, citando anche parole di Sergio Mattarella, il centrosinistra si schierò con tutte le sue forze.

 

Il pubblico è attento e ascolta con interesse. Applaude. Fischia. Rumoreggia. Sorride. Ma soprattutto, sorpresa, si divide. E nonostante la cornice sia quella della Festa nazionale del Pd, nonostante la festa del Pd abbia come simbolo una croce verde simile a quella che Renzi si augura venga messa sul sì quando si voterà per la riforma costituzionale e nonostante lo slogan delle feste del Pd sia un chiaro “L’Italia che dice sì”, nonostante tutto questo, di fronte al palco, il Pd che dice no è superiore al Pd che dice sì. E’ un caso, dicono gli organizzatori, perché Catania è una città complicata, come se il Pd non lo fosse, e perché Catania è una città in cui c’è un sindaco vicino al governo, Enzo Bianco, che però è sostenuto da un sindacato distante dal governo, come la Cgil, e in platea, l’altra sera, c’era molta Cgil, che sostiene Bianco a Catania, sì, ma sostiene di più chi attacca il governo che chi sostiene il governo. Tutto molto complicato, nel Pd, in Sicilia e non solo, e alla fine, curiosando in platea, scopri che ad applaudire Gentiloni, oltre ai volontari, oltre ad Enzo Bianco e Anna Finocchiaro, ex dalemiana, c’erano anche alcuni ex elettori di Forza Italia, mentre ad applaudire D’Alema, oltre alla Cgil un tempo odiata da D’Alema, c’era un ex dirigente locale di Alleanza nazionale, Angelo Sicali, ex alemanniano. Dettagli di colore, si dirà. Così come è colore, ma forse fino a un certo punto, che alla Festa nazionale del Pd, ad assistere a uno dei dibattiti più attesi, ci fossero circa 500 persone, con molti organizzatori preoccupati perché difficilmente, alla fine della festa, si riusciranno a strappare i 200 mila ingressi stimati qualche settimana fa e difficilmente si riusciranno a consumare i 200 kg di pane acquistati per rifornire i banchi della festa del Pd (“Se continua così ne venderemo al massimo 100”, dice un organizzatore). Dettagli di colore, forse, ma passare una serata alla Festa nazionale del Pd, immergendosi tra i militanti, chiacchierando con i giovani e meno giovani dirigenti del partito, ascoltando le reazioni al dibattito tra due dei politici di area Pd più distanti sulla cartina geografica democratica, è stato utile e importante per mettere a fuoco un problema cruciale che riguarda il partito guidato dal presidente del Consiglio: la sindrome da “Perfetti sconosciuti”.

 

Cosa c’entrano i “Perfetti sconosciuti”? Semplice. Il referendum costituzionale, giorno dopo giorno, si sta trasformando in uno stress test sulla salute del Pd. E il risultato dello stress test ha già un esito chiaro che si può spiegare con la trama di un film di successo uscito qualche mese fa in Italia: “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese.

 

La trama del film è nota. Una coppia da tempo in crisi invita a cena alcuni amici. Durante la cena, i protagonisti decidono, non all’unanimità, di mettere sul tavolo il proprio cellulare per condividere, con i presenti, il contenuto di tutte le comunicazioni, sms e telefonate, ricevute durante la sera. Si inizia con il gioco, si finisce con il dramma. Una moglie scopre che il marito si sente ancora con il suo ex. Una donna scopre che il suo uomo ha messo incinta una cara amica. Un uomo scopre che la sua donna ha una relazione online con un altro uomo. La condivisione di alcuni segreti dei commensali ha un effetto devastante: i rapporti sono rovinati per sempre, le coppie esplodono, i matrimoni saltano. Da un certo punto di vista, oggi, lo stesso, sta succedendo al Pd alle prese con il referendum. Ci si può girare attorno quanto si vuole ma il voto sulla riforma Boschi ha costretto le due anime del partito a mettere sul tavolo il proprio cellulare e condividere con tutti i militanti la propria natura e forse la propria vera identità. E ascoltando le argomentazioni di Gentiloni e quelle di D’Alema, sia sul palco sia fuori dal palco, si capisce che anche questo giornale si sbagliava quando teorizzava la nascita di un partito della nazione. Il partito della nazione era infatti una definizione minimalista.

 

Nel Pd ci sono due nazioni in una, governo e opposizione insieme, ed entrambe le nazioni sono trasversali e sintetizzano perfettamente tutto l’arco costituzionale. Sono due nazioni che si parlano ma non si capiscono, che utilizzano due lingue diverse, lontane l’una dall’altra, che alla lunga rischiano di essere inconciliabili, a prescindere da come finirà il referendum. Lo sanno anche i due protagonisti della serata, Gentiloni e D’Alema. Cambiano solo le espressioni ma il concetto è lo stesso. Il primo dice: siete voi che ve ne state andando e che state facendo esplodere il partito non rispettando una leadership voluta dagli elettori e non capendo che la sinistra rappresentata da Renzi è l’unico esempio di sinistra vincente in un’Europa in cui i nostri cugini, rincorrendo i fantasmi del passato, sono allo sfascio (Spagna, Germania, Regno Unito). Il secondo invece dice: siete voi che state cacciando una parte degli elettori dal vostro partito, “con violenza”, e se continuerete a snaturare troppo questo partito farete la fine che ha fatto in Grecia il partito socialista, il Pasok, che nel giro di pochi anni, dal 2009 al 2015, è passato dal 42 per cento al 6 per cento.

 

Ma la differenza principale tra la pellicola girata da Genovese e quella girata da Renzi è che il film di Genovese si conclude con gli amici che scoprono che la famosa cena in realtà non c’è mai stata, mentre il film di Renzi è reale, è quasi un documentario, e difficilmente si potrà concludere con i militanti del Pd che torneranno a guardarsi tra loro facendo finta di non aver letto tutti i messaggi degli altri. Lo sa il Pd di governo, che giustamente, dal proprio punto di vista, sta provando a personalizzare il referendum con una chiave diversa rispetto a quella usata negli ultimi mesi, e cioè tentando di trasformare il voto di dicembre, o quando sarà, in un voto sulla riforma (e non su Renzi) e anche in un voto contro Massimo D’Alema. Lo sa però bene anche il Pd rappresentato da D’Alema, maggioritario a Catania un po’ meno nel resto del paese, che considerando Renzi non una semplice anomalia ma un pericolo per la democrazia fa di tutto per ricordare che il referendum di dicembre, o quando sarà, è un referendum importante perché permetterà alla sinistra di abbattere a colpi di voti l’uomo che rischia di consegnare il paese al Movimento 5 stelle. Il ragionamento di D’Alema – permanenza di Renzi uguale arrivo di Grillo al potere – è fondato su una teoria diffusa in quel mondo della sinistra che non si riconosce necessariamente in D’Alema. E l’ex presidente del Consiglio, martedì sera a Catania, ha approfondito il tema con alcuni militanti e alcuni dirigenti del Pd locale subito dopo il dibattito. A cena. C’eravamo anche noi.

 

Il succo del discorso di D’Alema è stato più o meno questo: il movimento cinque stelle è il più grande sostenitore dell’attuale riforma elettorale e del referendum costituzionale, perché l’abbinata tra Italicum, ddl Boschi (più governo Renzi) apre un’autostrada al governo grillino. In che senso? Spiegazione rapida. Con il doppio turno Renzi, che ormai è un politico normalizzato, amico dei banchieri, di Marchionne e di tutto l’establishment italiano, è sostanzialmente fregato. Che Renzi sia fregato lo si desume, diciamo, dal fatto che alle amministrative il Movimento 5 stelle ha battuto al ballottaggio il Pd in diciannove casi su venti. E per evitare che anche il Pd venga fregato bisogna augurarsi, sostiene D’Alema, che (a) la Consulta renda incostituzionale il doppio turno della legge elettorale, delegittimando così l’autore della stessa legge elettorale; (b) che la riforma costituzionale sia cancellata dagli elettori, perché se passa il referendum Renzi andrà a votare subito ma in questo caso Renzi avrà comunque più della metà del paese che voterà contro di lui e dunque è fottuto; (c) che dopo la parentesi Renzi nasca un governo di salute pubblica – perché Mattarella, sostiene D’Alema, mai e poi mai scioglierà le Camere con una legge elettorale monca – disposto a fare in sei mesi una mini riforma costituzionale formata da tre articoli (riduzione del numero dei parlamentari, 400 deputati e 200 senatori; fine della navetta, “se una legge è emendata c’è un comitato di conciliazione che predispone un testo conclusivo su cui c’è un voto finale”; rapporto di fiducia solo con la Camera dei deputati). Così, dice D’Alema, il Pd forse si salva (forse), il Movimento 5 stelle verrà fermato, la democrazia verrà salvata, il paese sarà al sicuro.

 

Si dirà che il ragionamento è parziale, che non tiene conto di molti aspetti, che non considera il fatto che Renzi è un segretario in carica a capo di un governo sostenuto dal Pd e che in fondo risulta difficile immaginare che un governo D’Alema-Brunetta-Franceschini-Salvini possa essere il miglior antidoto per salvarsi dal grillismo. Si potranno dire molte cose, anche molte cattiverie, come ha fatto martedì sera qualche volontario alla festa del Pd, ricordando che D’Alema parla bene, ha i tempi perfetti, ha la cattiveria giusta, ma fino a prova contraria la sinistra che ha in testa è una sinistra che non ha molti riscontri in giro per il mondo, diciamo, e lo stesso D’Alema alle ultime elezioni a cui ha partecipato, nel dicembre del 2013, quando si candidò in Puglia per entrare a far parte dell’assemblea nazionale del Pd, è stato battuto da Ivan Scalfarotto, non da Barack Obama, raccogliendo un 28 per cento contro un 46 per cento. I tempi forse sono cambiati, e probabilmente a Catania oggi D’Alema batterebbe Scalfarotto, ma l’ex presidente del Consiglio dice cose che molti di coloro che non amano Renzi pensano. Forse è un pensiero legato a una minoranza, forse è un pensiero legato a una parte irrilevante del Pd, ma anche la serata di martedì sera, nel suo piccolo, dimostra che, comunque andrà a finire il referendum, c’è uno stress test in corso nel Pd, che difficilmente si potrà concludere con i militanti del partito che torneranno a guardarsi tra di loro facendo finta di non aver letto tutti i messaggi degli altri.

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