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Anche lo scovolino va bene nella guerra che non sa dire il suo nome

Promossa la politica di Renzi sulla Libia. Napolitano spinge per il ritorno di Prodi, che è sempre sensibile alle lusinghe. A Milano Parisi bocciato e a Roma Raggi promossa. Il Pagellone di Lanfranco Pace alla settimana politica.

13 Agosto 2016 alle 06:18

Anche lo scovolino va bene nella guerra che non sa dire il suo nome

Un soldato delle forze libiche alleate delle Nazioni Unite (foto LaPresse)

Forse non basterà a mantenere le prospettive di unità nazionale e d’integrità territoriale della Libia, le mire dell’Egitto (e della Francia) sulla Cirenaica non sono scomparse, ma la quasi liberazione di Sirte dai tagliagole dello Stato islamico è un passo avanti di cui l’Italia a suo modo ha fatto parte. Sanità militare, ospedali da campo, kit di sopravvivenza, visori notturni, addestramento di truppe altrui, formazione, inquadramento, sminamento, segnalazioni da terra ai bombardieri americani che decollano dalle basi di Sigonella e Aviano. Nella terza guerra mondiale a pezzi, a picchi e a strascichi, che non può dire il suo vero nome fino a che in occidente domineranno il politicamente corretto e i sensi di colpa, va bene anche lo scovolino e a spazzare batteri negli interstizi siamo bravi, anzi eccellenti, come testimoniano le altre missioni all’estero, dal Libano all’Afghanistan.

 

La lettera del governo al Copasir e la visita di  Matteo Renzi al Centro strategico interarma sono nella scia della decisione del governo  di impegnare a sostegno dell’intelligence forze speciali fuori dalla linea gerarchica del ministero della Difesa tenendone segreto numero e regole d’ingaggio. Non c’è bisogno di stivali nel deserto e del dibattito parlamentare annesso, che potremmo fin da ora immaginare straziante. Palazzo Chigi fa il massimo, il premier si barcamena, fa di tutto per scongiurare lo sciame terroristico che ha colpito la Francia. C’è ovviamente chi vorrebbe maggiore chiarezza di intenti, più coraggio nel discorso pubblico. Ma sbaglia. Non solo perché quando si è sotto attacco dovremmo pensare e agire tutti come un solo uomo. La politica di Renzi sulla Libia va appoggiata (voto 8) perché è condotta con una certa abilità e non manca di una buona capacità di temporeggiare. E soprattutto perché non ci sono alternative. La coperta della nostra Difesa è corta e non si può allungare più di tanto.

 

Romano, di complimento

Per vincere la battaglia referendaria Renzi cerca nomi spendibili di padri nobili del progetto che vadano al di là del presidente emerito Napolitano (voto 9). Per questo da settimane  non perde occasione di citare Romano Prodi. Il Professore, si sa, non ha per niente il carattere rotondo dei bolognesi, si direbbe sardo da quanto è spigoloso e vendicativo, la battuta è di Giovanni Sartori (voto 9): ma è tuttavia assai sensibile alle lusinghe, ai corteggiamenti. E Renzi attorno all’ex presidente del Consiglio sta facendo la danza del ventre. Forte forse del sostegno incassato da Giovanni Bazoli, eminenza grigia della finanza bianca e grande amico di Prodi.  Anche Enrico Letta ha detto che voterà sì e lo farà convintamente, non ci si poteva aspettare nulla di meno da una persona per bene e intellettualmente onesta (voto 9). Solo che non basta. Ci vorrebbe un nome più pesante e chi è più pesante di Romano Prodi?

 

Parisi in panne

La proposta avanzata da Stefano Parisi, che in caso di vittoria del no ed elezioni legislative a breve si elegga contestualmente un’assemblea costituente alla proporzionale purissima, è una fesseria. E siccome tutto è tranne che fesso, Parisi fa come il difensore che butta palla in angolo perché non sa che pesci prendere. Fattualmente la sua idea non sta né in cielo né in terra. Primo, non ci sono i tempi. Secondo, se vincono i cavalieri templari del no, non si parlerà di riforma della costituzione per almeno cinquanta anni. Fallì Berlusconi, fallisce Renzi: tutto rimarrà com’è e io morirò con il Cnel.  
Che Parisi sia in congiunzione astrale negativa lo si intuisce anche dal sostegno che pare stia per ricevere da Corrado Passera: che è indubbiamente un super dotato e ha una bella moglie ma, cazzo, in politica non ne imbrocca una (voto 5). Fossi il caro Stefano mi toccherei.  


Bambolina un corno

Il sindaco Raggi è uscita bene dal dibattito sull’emergenza rifiuti della capitale. Ha retto il palcoscenico per qualche ora, rintuzzato gli attacchi, messa a sedere l’opposizione in particolare quella del Pd. La capogruppo Michela Di Biase (in Franceschini) ha sbagliato registro attaccando con ironia. Ora i 5 Stelle non possono essere attaccati con ironia perché dell’ironia loro non hanno il senso, se l’avessero non potrebbero essere a cinque stelle, è la natura tautologica di tutte le forze anti-sistema. Pensate a come le battute ironiche anche pesanti scivolano addosso a The Donald. Il sindaco ha fatto bene anche a difendere fin qui la Muraro: a occhio mi sembra una che della monnezza in genere e della sciagurata Ama conosca pure viti, bulloni e miracoli.

 

Fogna capitale

Sarà perché da sempre è garantista per intelligenza o perché nella lunga vita da pannelliano ha vissuto soverchie conclamate incazzature, Massimo Bordin è l’unico giornalista di cronaca giudiziaria di cui io mi fidi ciecamente e così spero facciano tutti (voto 10).

 

Qualche giorno fa ha scritto la parola definitiva sull’indagine dei carabinieri chiamata Terra di Mezzo, presentata dalla procura di Roma come prova tangibile dell’esistenza di organizzazioni mafiose nella capitale e rilanciata dai media, con una crasi infame, come Mafia Capitale. Il processo riprenderà a settembre ma tutti i testimoni dell’accusa hanno già deposto. E confermato quello che ogni romano sa: a Roma non c’è la mafia, la sua criminalità non è di stampo mafioso. Quella parte che va dal centro alla periferia e si allunga fino a Ostia è semplicemente una Fogna.


Binca, dice Gianni

L’idea di Gianni Cuperlo  di coinvolgere Bianca Berlinguer come nome di spicco e leader della sinistra dalle nari frementi sembra “el can de Trieste”. Smettetela di sfiancare la società civile alla ricerca di nomi che poi si rivelano impossibili, impraticabili o inconsistenti. Che siano i politici di lungo corso a giocare a viso aperto, a contarsi e in caso di sconfitta, rassegnarsi a tornarsene a casa. E’ vero che la politica è un virus ma non l’ha ordinato il dottore  di restare malato tutta la vitta

 

I deportati di Ragusa

Stanno protestando gli insegnanti meridionali di scuola elementare e media costretti dall’algoritmo ministeriale ad andare a insegnare lì dove ci sono alunni cioè al centro e al nord. Con sprezzo del ridicolo parlano di deportazione. Ora, invece di spiegare il contesto e il sotto testo con parole di verità,  Davide Faraone del Pd (voto 4) e quell’altro inutile furbacchione che è Rosario Crocetta (voto 2) hanno tenuto a rassicurare quelle che sono per lo più elettrici del loro partito: no,  non ci sarà alcuna deportazione. Buon Dio. Una manifestante però ha detto una cosa che fa riflettere: può una madre di famiglia trasferirsi da sola in un’altra città, magari grande, prendere un alloggio in affitto, con solo 1.300 euro al mese? Anche coabitando come studentesse sarebbero assai alle strette. Delle tre l’una. O le si paga molto di più (ma non ci sono i soldi). O si fa rispettare sul serio l’obbligo scolastico anche al sud. Oppure si sopprime l’obbligo scolastico ovunque. E non è detto che questa sia la soluzione peggiore.

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