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La democrazia dei dotti

Più siamo, più saggiamente scegliamo. Sicuri? La concezione epistemica della democrazia vacilla. Così alcuni studiosi ragionano su come premiare la conoscenza: i voti non si contano ma si pesano.

9 Agosto 2016 alle 15:46

La democrazia dei dotti

Da alcuni decenni, la sfida per le democrazie costituzionali, che rimangono le migliori riuscendo a valorizzare le libertà individuali e a impedire le dittature della maggioranza, è come coniugare il diritto dei cittadini di partecipare alle scelte politiche, indirettamente o direttamente attraverso libere elezioni e voto a maggioranza, con la diffusa e comprovata ignoranza degli stessi sui temi oggetto di consultazione. I governanti tendono, anche ipocritamente, a credere che il cosiddetto popolo sia ansioso di partecipare alle decisioni democratiche, ovvero che sia largamente interessato e pronto a documentarsi su qualsiasi questione importante per concorrere alla scelta migliore. Lo scorso 23 giugno, la stragrande percentuale di votanti, come accade quasi regolarmente nelle consultazioni, non aveva la minima idea ragionata di cosa ci fosse in gioco.
I teorici che difendono la superiorità della democrazia in quanto forma di “intelligenza o saggezza collettiva”, dovrebbero meglio riflettere di fronte agli innumerevoli episodi di inefficienza del sistema. Perché “intelligenza e saggezza” non sono attributi predicabili di masse di mammiferi della specie umana, il cui comportamento collettivo non è fisiologicamente organizzato come nelle popolazioni di insetti sociali.

 

Il caso Brexit forse è troppo complesso per usarlo come esempio di una scelta certamente “sbagliata” fatta attraverso un voto popolare. Mentre una decisione indiscutibilmente irresponsabile è stata in Italia, tra diverse altre, mettere al bando l’uso dell’energia nucleare. Così come bisogna capire poco di politica e di economia o preferire il peggio per ritorsione, votando movimenti o partiti populisti, protezionistici, xenofobi e settari. Il fallimento della democrazia a causa della sua inefficienza è stato presagito a più riprese, con già diversi episodi storici che hanno visto il sistema sovvertito da idee antidemocratiche. Il mese prossimo sarà pubblicato dalla Princeton University Press un libro del filosofo politico statunitense Jason Brennan direttamente intitolato “Against democracy”.

 

Brennan è un “bleeding-heart libertarian”, che difende la superiorità, rispetto a monarchia e democrazia, dell’epistocrazia, un sistema nel quale il potere politico è ripartito sulla base della conoscenza. L’epistocrazia non è una forma di tecnocrazia o meritocrazia alla cinese, che qualche politologo asiatico ha contrapposto sul piano dell’efficienza dei risultati alla democrazia occidentale. L’epistocrazia alla Brennan continuerebbe ad avere gli stessi elementi della democrazia, cioè partiti, parlamenti, elezioni, costituzione, eccetera. Ma i diritti politici non sarebbero uguali per tutti. Alcuni cittadini dovrebbero avere un potere di voto aggiuntivo e il voto politico dovrebbe essere limitato a coloro che superano un test elementare di conoscenza dei fatti politici rilevanti. Un’idea che era stata già pensata da un indiscusso democratico come John Stuart Mill. Il sistema potrebbe non funzionare sempre bene e potrebbe essere manipolato. Ma lo stesso accade, e con le conseguenze disastrose che registriamo, per la democrazia.

 

I teorici della democrazia in occidente si possono grosso modo dividere tra chi ne difende una concezione “epistemica”, per cui il governo dei molti sarebbe sempre superiore al governo dei pochi nel trovare le soluzioni corrette dei problemi, ammesso che le istituzioni democratiche riescano a valorizzare nei processi deliberativi la diversità cognitiva distribuita nella popolazione, e chi pensa che nelle scelte degli elettori prevalgano bias cognitivi e morali che portano più probabilmente a prendere le decisioni sbagliate. L’idea che quanto più numerosi si è nel partecipare a una decisione tanto più sarebbe probabile che sia quella buona risale ad Aristotele ed è stata difesa da diversi pensatori con differenti argomenti, fino a Hélène Landemore, che ha recentemente pubblicato una buona sintesi degli argomenti più forti a favore della democrazia epistemica: “Democratic Reason. Politics, Collective Intelligence and the Rule of the Many” (Princeton University Press, 2013).

 

Il postulato formale alla base della democrazia epistemica è la teoria della giuria di Condorcet, dove si dimostra che se esiste più del 50 per cento di probabilità che un decisore scelga in modo corretto, allora maggiore è il numero dei votanti, maggiore la probabilità che si decida in modo corretto. Ma se è superiore, come più spesso accade, la probabilità che ogni persona si sbagli? L’esempio più citato per illustrare come funziona l’intelligenza collettiva è il famoso caso della stima del peso di un bue durante una fiera contadina in Inghilterra nel 1906. Ottocento persone tentarono individualmente di scoprire il peso dell’animale, per vincere un premio, e l’allora ottantenne statistico Francis Galton, che era presente, alla fine della competizione, pesato l’animale e premiato colui che più si era avvicinato, recuperò tutti i biglietti e calcolò la media.

 

Il risultato fu sorprendente, perché si avvicinava moltissimo al peso, molto più di quanto gli esperti di allevamento bovino fossero riusciti a stimare. Galton stesso ritenne che la scoperta fosse una prova della validità del sistema democratico. In realtà, il fenomeno della “saggezza della folla” è stato ampiamente studiato e si è visto che funziona solo quando si tratta di stimare valori quantitativi o informazioni geografiche. Quando si tratta di questioni più complesse, tendono a prevalere i bias e la decisione sarà più probabilmente sbagliata, che non se fosse stata presa da esperti.

 

Ci sono prove che l’idea di democrazia deliberativa o partecipativa, cara a coloro che fino a qualche anno fa coltivavano ideologie socialisteggianti, sarà un’altra illusione. Quello che serve alle democrazie costituzionali sono nuovi meccanismi procedurali per assicurarsi che le scelte siano effettuate sulla base di fatti accertati e non falsamente interpretati. Le riforme costituzionali dei sistemi liberali dovrebbero affrontare seriamente la necessità di includere nei processi decisionali e in modi che siano indipendenti da una controllo politico, l’intervento di esperti con le necessarie e adeguate competenze. Si tratta di una versione aggiornata, alla luce delle conoscenze psicologiche sui bias cognitivi ed emotivi, del concetto di checks and balances. I controlli e contrappesi oggi possono essere garantiti solo se le istituzioni reclutano al loro interno competenze indipendenti e di eccellenza internazionale, la cui reputazione sia tale da assicurare che non cadranno vittime di trappole populiste ed eserciteranno una rigorosa sorveglianza sulla validità scientifica dei dati e dei metodi usati per decidere e controllare gli effetti delle scelte politiche.

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Commenti all'articolo

  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    02 Dicembre 2016 - 13:01

    L’ “abuso della credulità popolare”, non di rado caratterizzando quel vaniloquio che la competizione tra partiti registra ad ogni chiamata alle urne sotto il nome di “campagna elettorale”, più che costituire una patologia del rituale ne rappresenta, in qualche modo, proprio l’essenza. Per questo Grillo (ancora una volta) non fa manco ridere: ha scoperto l’acqua calda (soprattutto la “sua”). Epperò la polemica è oramai accesa. Con il che, tra dotte dispute sui massimi sistemi, una via d’uscita c’è: tra questa democrazia (Churchill: “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora”) e la “democrazia dei dotti” (l’ “epistemocrazia” tornata in auge come antidoto al “Brexit/Trump-shock”), la terza via che si profila all’orizzonte è la concretissima ma guascona, scanzonata ma pratica ed efficace, antidemagogica ed al tempo stesso “istituzionale” democrazia della “frittura di pesce”. Quella del Governatore Vincenzo De Luca. Chiedere

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