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Così la minoranza del Pd rimane senza linea sul referendum

Ora che si fa? Le complicate traiettorie degli avversari di Renzi di fronte a una riforma elettorale non più intoccabile.

29 Luglio 2016 alle 14:57

Così la minoranza del Pd rimane senza linea sul referendum

Massimo D'Alema (foto LaPresse)

Roma. E improvvisamente intorno al referendum sulla riforma costituzionale è tutto uno show di cautele, delicatezze, tossettine, piedi di piombo. Dentro la sinistra, nel Pd, ma anche nei partititi del centro, a casa di Alfano e di Verdini, e persino in alcune stanze di Forza Italia, per il momento si eclissano uno dopo l’altro i leader del “no”, e quelli del “ni”, i tessitori di trame occulte, e quelli più limpidi e coraggiosi, che mai si nasconderebbero nell’ombra di un cenacolo carbonaro. Tutti zitti, tutti in attesa, tutti sospesi, come in surplace: le orecchie tese, il muso sottile per iniziative sottili. Staffette, messaggeri, aiutanti al galoppo vanno da un accampamento all’altro recando dispacci enigmatici, minacce turbolente, le vedette si scambiano segnali indecifrabili, le spie si aggrovigliano nelle loro stesse spiate. Succede dunque qualcosa nell’Italia politica, adesso che Matteo Renzi sembra meno incline a difendere la riforma elettorale, quell’Italicum che, come dice Stefano Esposito, senatore della corrente dei giovani turchi, alleato di Matteo Orfini e di Andrea Orlando, “è la vera ragione che ha spinto molti a minacciare o ad alludere al ‘no’ al referendum”.

 

Si fa dunque, in questi giorni, silenzioso e attento Gianni Cuperlo, che l’ultima volta aveva risposto così alla domanda su come avrebbe votato al referendum di ottobre: “Deciderò dopo le amministrative”. Anche Pier Luigi Bersani ormai parla tutta una lingua diversa, più attenta, prudente di quella dei suoi amici e consiglieri, Miguel Gotor e Davide Zoggia. E alla festa dell’Unità di Livorno, Roberto Speranza, salito ieri sul palco, ha addirittura eluso l’argomento referendum, ma poiché da mesi gli galloppa in testa un’idea, un’ossessione, non ha potuto che manifestarla, rivelando forse un collegamento tra il referendum e l’Italicum: “Serve far sul serio sulla legge elettorale. Il Pd con quattrocento parlamentari non può nascondersi”. Persino Michele Emiliano, pare, dalla sua fortezza pugliese, si prepara a dire che in fondo la riforma del Senato non è poi così male, come ha d’altra parte già fatto Enrico Rossi, l’ex presidente della Toscana, uomo di sinistra integrale, lui che pure di Matteo Renzi si candida a essere lo sfidante al prossimo congresso del Partito democratico. E così anche Angelino Alfano, dal suo fortino di coscritti senz’acqua, osserva, mentre Denis Verdini come sempre fa di conto, e Silvio Berlusconi invece tace affidandosi alle qualità diplomatiche di Stefano Parisi. E insomma, teso e prolifico com’è, sempre in piedi sulla garitta, in realtà resta solo Massimo D’Alema (“io voto ‘no’, e se Renzi cade nessun diluvio universale”), battuta sfrigolante e cinismo decorativo, a concedersi intimità stravaganti con la destra contraria alle riforme, a braccetto con Renato Brunetta e con Matteo Salvini, quasi diavoletti dello stesso girone infernale.

 

“Un conto è l’Italicum, un conto è la riforma della costituzione”, dice Andrea Romano, deputato renziano. “La minoranza del Pd ha votato e sostenuto la riforma del Senato in Parlamento. Sarebbe irragionevole, strano, se non sostenessero il ‘sì’ in maniera convinta”. E citando la legge elettorale, anche Romano, che pure non polemizza con gli “amici” della sinistra interna, in realtà allude al fortissimo, e strumentale, legame tra la riforma del Senato e l’Italicum: si sostiene il no al referendum per ottenere in realtà modifiche al sistema di voto. E d’altra parte una nuova legge elettorale è ciò che vuole la minoranza, nostalgica del centro-sinistra (con il trattino), attaccata ai ricordi romantici dell’Ulivo, quel luogo politico in cui la ditta ritrova ancora la polpa saporita dei suoi anni migliori, “quel sogno che faceva battere i cuori”, ricorda Stefano Esposito, “ma che poi in Parlamento è stato un circo da dimenticare”. Ed è sempre alla modifica dell’Italicum che puntano anche i partitini satellite, il Ncd di Alfano, o il gruppo di Verdini, ma anche Vendola, Fasina, Civati, persino Dario Franceschini…

 

Le coalizioni, dunque, e il proporzionalismo: tutto questo ha per loro un vago odore di salvezza, di stabilità, di sicurezza: una coalizione ampia nella quale avvolgersi e fare il nido come in un vecchio maglione, un cartello elettorale nel quale trovare rifugio per dare ancora prospettiva alla propria carriera politica e a percentuali elettorali forse non così entusiasmanti. E così adesso, dietro il silenzio allusivo e meno spavaldo di Renzi, che non sogghigna più a sentir parlare di riforma elettorale e non fa più nemmeno spallucce di superiorità di fronte agli avversari, dietro questa sua nuova strategia della modestia, ciascuno ci vede tutto quello che vuole vedere, ognuno vede la piega che più è in sintonia con i suoi desideri: che sia davvero disposto a modificare l’Italicum? Se sì, eccoli, sono tutti pronti a diventare referendari anche loro, come Renzi. Altrimenti, chissà. D’Alema non è un leader spendibile per il ‘no’ a sinistra, ma nel Pd c’è chi, con nelle vene un solletico e un subbuglio di speranza, aspetta solo un cenno per organizzare comitati e raccogliere consensi intorno al ‘no’, malgrado il partito, in direzione nazionale, abbia escluso che si possano fare iniziative contrarie alla madre di tutte le battaglie del governo di cui il Pd è azionista di maggioranza. Eppure a Torino l’ex segretario regionale dei Ds, Luciano Marengo, ha già cominciato. E non è il solo. Basta un cenno.

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