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Manifesto per un nuovo Pd

Non si fonda la Terza Repubblica senza rifondare il Pd. Dal referendum al modello Milano. Cos’è il metodo americano sognato a Palazzo Chigi per rivoluzionare i democratici italiani.

2 Agosto 2016 alle 14:45

Manifesto per un nuovo Pd

Matteo Renzi, presidente del Consiglio e segretario del Pd, accanto a Luca Lotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ex responsabile organizzazione del Partito democratico (foto LaPresse)

Al direttore - Il problema principale delle democrazie europee non è il populismo, ma la crisi della rappresentanza politica, di cui il populismo è un effetto. L’interruzione del processo di democratizzazione delle istituzioni dell’Unione chiarisce l’orizzonte continentale della crisi. La quale, tuttavia, ha in origine ragioni interne agli stati nazionali, connesse al mancato ripensamento dei partiti politici dopo il crollo del muro di Berlino. Venuta meno la contrapposizione tra il blocco occidentale e quello sovietico, la dialettica partitica europea non ha saputo ripensare e riorganizzare se stessa. E’ stato un fallimento clamoroso. A cui segue oggi l’indebolimento della dinamica della delega politica, dinamica irrinunciabile per la democrazia rappresentativa, pena l’eclissi stessa del regime democratico.

 

La lezione americana. La convention repubblicana e democratica mostrano come, oltre Atlantico, le cose siano messe meglio per la democrazia rappresentativa. Di recente John S. Jackson, politologo dell’Università del Sud dell’Illinois, ha spiegato i profondi cambiamenti del sistema dei partiti statunitensi accorsi nel secondo dopoguerra (The American Political Party System: Continuity and Change Over Ten Presidential Elections, 2014). Alle trasformazioni registrate nell’orizzonte simbolico e valoriale dei due partiti si sono accompagnati processi di ridefinizione nella selezione delle leadership con il rafforzamento delle primarie.

 

Il tutto all’interno di un incremento della polarizzazione delle istanze di rappresentanza. Tutto lascerebbe astrattamente pensare a un infiacchimento della rappresentanza. E invece i due partiti del sistema statunitense reggono meglio di chiunque altro nello spazio occidentale.

 

La prova di buona salute del sistema è stata offerta nei mesi scorsi dalla capacità dei due partiti di inglobare le ali estreme. Candidati come Donald Trump e Bernie Sanders, non ascrivibili a nessuna delle correnti tradizionali dei due partiti, sono stati costretti, per realizzare le loro ambizioni presidenziali, a iscriversi alle liste elettorali del partito repubblicano e di quello democratico. Il socialista Sanders ha dovuto rinunciare alla propria connotazione di elettore indipendente, pochi mesi fa, per correre con inatteso profitto alle primarie. Trump si è comportato similmente, dopo una vita a saltellare tra elefante e asinello, con una puntata anche nel Reform Party di Ross Perot. A dirla tutta, negli anni scorsi Trump aveva accarezzato l’idea di correre alle presidenziali come terzo candidato, nella tradizione del terzo incomodo che va da Teddy Roosevelt a Ralph Nader. Ma per i “terzi candidati” in America non c’è più spazio. Se si vuol prender parte al gioco dei troni delle presidenziali, tocca cercare casa in uno dei due partiti. Sono tre elezioni che il third candidate non supera l’1 per cento (non accadeva dagli anni ’50), laddove Ross Perot nel ’92 sfiorò il 20 per cento.

 

L’inglobamento delle estreme presenta senz’altro dei problemi. E le banalità di Donald Trump, superate soltanto dalle banalità che i commentatori scrivono mediamente su di lui, stanno lì a dimostrarlo. Nei termini strettamente politico-partitici delle logiche della rappresentanza, erano anni però che il sistema bipartitico americano non appariva così stabile. E la migliore garanzia per l’efficienza di un sistema istituzionale sta tutta nel poter poggiare sulle solide gambe di un sistema dei partiti in salute. Questa è la forza degli Stati Uniti d’America: poter contare su istituzioni efficienti e su partiti solidi. La democrazia rappresentativa ha bisogno di entrambi questi elementi per essere in equilibrio e prosperare. Quanto non accade più in Europa.

 

Non basta difatti avere un sistema istituzionale ben funzionante. Si pensi alla Francia: il mix di sistema presidenziale e legge elettorale a doppio turno garantisce a partiti debolissimi di avere ampie maggioranze per cinque anni. Ma partiti in balia di crisi di rappresentanza si dimostrano puntualmente incapaci di reggere la prova del governo. Sono noti i problemi che oggi ha François Hollande. Analoghi a quelli che ha avuto ieri Sarkozy e a quelli che domani potrebbe avere Alain Juppé. La Francia (ci) è vicina. Le tecnicalità uccidono la politica: senza un’adeguata capacità di rappresentanza di partiti che sanno il fatto loro, non c’è alcuna possibilità di vincere la sfida del governo. Una democrazia è forte se può contare su istituzioni forti e partiti forti.

 

Il Partito democratico di Matteo Renzi ha tratto grande slancio dal 41 per cento delle elezioni europee del 2014. Se oggi è già il quarto governo repubblicano per durata, lo deve principalmente a quell’affermazione di forza. L’Italia è stata fino alla fine della prima Repubblica, una nazione con esecutivi debolissimi e un sistema dei partiti molto robusto e performante. Con la stabilità di governo considerata un disvalore, la sicurezza della Repubblica si fondava, da un lato, sull’ancoraggio atlantico, dall’altro su un sistema dei partiti “pesante” in termini ideologici e organizzativi. La caduta del Muro e tangentopoli, travolgendo i partiti costituenti già entrati in affanno, hanno gettato il paese nell’incertezza di istituzioni spossate da non-sense storici, come il bicameralismo paritario, e nella palude di un sistema dei partiti senz’anima.

 

Oggi il Pd regge, pur indebolito dalle recenti sconfitte alle amministrative, l’intero sistema dei partiti sulle proprie spalle. E s’incarica di provare a rafforzare le istituzioni repubblicane attraverso la riforma costituzionale. Questa solitudine non giova al Pd. Per quanto possa superficialmente apparire un vantaggio elettoralistico, restare soli a reggere l’architettura istituzionale del paese è una scomoda circostanza. Il centrodestra fatica, d’altronde, a ricompattare e sintetizzare le sue diverse anime, appesantito dal fardello irrisolto dell’eredità berlusconiana. Il Movimento 5 Stelle, d’altro canto, si cimenta in contorti esperimenti di istituzionalizzazione della propria vicenda politica. Affidando, per esempio, la propria organizzazione “democratica” al nuovo sistema operativo “Rousseau”, nome che è davvero tutto un programma.

 

Al Pd manca un avversario, quindi un partner, per ridefinire e stabilizzare il quadro politico interno, attraverso il rafforzamento delle istituzioni repubblicane e la costruzione di un sistema dei partiti largamente rappresentativo. Non trova sponde neppure in Europa, dove la famiglia socialista è passata dalla balbuzie dei primi anni del secolo, al mutismo degli ultimi tempi. Il socialismo europeo, inteso come movimento di idee, non esiste più. Il perdurante consociativismo con i popolari è stato il colpo di grazia alle speranze federaliste. La Foundation for European Progressive Studies, la “fondazione delle fondazioni”, non tira fuori una proposta neanche a pagarla oro. I laburisti britannici si sono affidati al più modesto leader della loro centenaria storia. I socialdemocratici tedeschi, regalata alla Merkel la strategia riformista di Schröder, sono relegati a un ruolo di subalternità. Dei socialisti francesi s’è già detto. Le condizioni di lavoro per i partiti della sinistra europea non sono le migliori, se si aggiunge anche che questa opera di ripensamento di se stessi dovrebbe avvenire in una fase di congiuntura economica sfavorevole e di certezze sociali messe a dura prova dalla fiacca economia e da welfare nazionali claudicanti.

 

Il Pd nasce nel 2007 sulla scorta di due meccanismi formativi nuovi per l’Italia: la coincidenza tra leadership e premiership e le primarie. Il fatto di stabilire per statuto ciò che nelle democrazie parlamentari del mondo è ovvio, che cioè il capo del governo resta capo del suo partito (o che il capo del partito è il candidato primo ministro), ha prodotto per la prima volta in Italia l’acquisizione ufficiale della stabilità di governo come valore democratico. Di fronte alla debolezza delle istituzioni e di quella dei partiti, fissare la coincidenza tra leadership e premiership equivale a precisare una ricetta di ricostituzione fisica della nostra democrazia rappresentativa. Non sfugge che Berlusconi l’avesse già fissata, senza però costruire un partito che la considerasse la propria pietra angolare. E difatti la mancata formalizzazione della coincidenza, attraverso la costruzione di un vero partito politico del centrodestra, ha prodotto lo sgretolamento del centrodestra a seguito dell’esaurimento del carisma del leader. A sinistra oggi viene messe in discussione la coincidenza tra leadership e premiership. Ma non si ha la bontà d’animo di spiegare perché negli anni precedenti al renzismo non sia stata fatta saltare (incoerenza? impotenza?) da chi ha guidato il Pd. E neppure si spiega quali sarebbero le conseguenze del disinnesco di questo meccanismo di funzione, quale modello di partito ne discenderebbe, quale sistema dei partiti, quale delega di rappresentanza.

 

Le primarie, diversamente, nessuno sembra metterle davvero in discussione. Ma se il dibattito sulla figura del leader/premier mette in luce le contraddizioni politiche e le debolezze concettuali della sinistra interna ed esterna al Pd, la mancata costruzione di un’organizzazione coerente alle primarie palesa i ritardi di chi, oggi e ieri, proclama di aver abbracciato il modello del nuovo partito con più convinzione. Il Pd fa primarie da dieci anni, di solito con notevole successo di partecipazione. Il Pd dovrebbe ormai avere un sistema di big data quantitativamente e qualitativamente all’avanguardia in Europa. Dovrebbe aver ridefinito il senso della membership partitica sulla base di questa capillare opera di censimento del proprio elettorato potenziale. Dovrebbe costruire ogni campagna elettorale muovendo da tale censimento e con l’obiettivo di renderlo sempre più ampio e rappresentativo. Dovrebbe così avere, grazie all’utilizzo di tutti gli strumenti digitali disponibili, un vantaggio competitivo strepitoso verso i propri avversari.

 

Conseguentemente, il Pd dovrebbe aver assunto la forma di un partito elettorale, con una struttura centrale leggera composta, al vertice, da ruoli di struttura e non da ruoli di linea: a che serve avere, al partito, il responsabile dell’agricoltura se si esprime, al governo, il ministro dell’agricoltura? Se il leader e il premier sono la stessa persona, il suo gabinetto esprimerà le linee di policy del suo partito, perché la funzione di un partito di governo è, quando-governa, appunto il governo. Pochi ruoli di struttura al vertice dunque, coerenti con il progetto politico che il governo del leader/premier esprime, e un organo collegiale che discuta veramente le linee politiche (quindi bisognerebbe fare il sacrificio di rinunciare allo streaming…). Un organo, questo, che dovrebbe forse essere più piccolo dell’attuale Direzione nazionale del Pd e che non si lasci tentare dalla discussione per la discussione, affinché – per citare Giorgio Amendola (VIII Congresso del PCI, 1956) – si rinforzi l’idea di un partito “di combattenti e non di chiacchieroni, nel quale la discussione è utile in quanto prepara e illumina l’azione ed il lavoro”.
Il Pd dovrebbe essere questa “cosa” qui, ma non lo è ancora. Ed è un peccato per l’Italia che non lo sia. Negli ultimi anni qualche passo in questa direzione è stato fatto. Finalmente è cominciata l’opera di censimento digitale degli elettori, ma procede ancora in maniera un po’ macchinosa. Altro punto di forza interessante è l’utilizzo che il partito ha fatto della nuova legge di finanziamento pubblico indiretto. Lo scorso anno circa 550 mila italiani, compilando le loro dichiarazioni dei redditi, hanno versato il 2x1000 al Pd, producendo un ricavo di 5 milioni e mezzo di euro per il partito. L’aspetto interessante è che i dipartimenti del partito coinvolti (organizzazione, tesoreria, comunicazione) non hanno investito somme rilevanti nella campagna per il 2x1000, limitandosi a un’ordinaria attività di coinvolgimento della comunità democratica. Ricavare 5 milioni e mezzo senza investire nulla, è un risultato molto promettente, su cui si dovrebbe indugiare anche sul piano della cultura politica. Non c’è difatti membership più solida di quella che si crea sulla scia dell’adesione economica a un progetto politico.
Anche lontano da Roma accadono cose interessanti. La vittoria alle comunali di Milano si deve anzitutto alla capacità del neo sindaco di imporre la propria personalità e la propria storia. Tuttavia il Pd milanese c’ha messo del suo, governando il passaggio da Pisapia a Sala e componendo un’alleanza sociale diversa da quella che aveva concorso alla vittoria del 2011. Spuntarla con un candidato competitivo come Parisi è stato possibile grazie al lavoro di un partito moderno, che ha saputo costruire consenso e partecipazione intorno a una candidatura considerata, a ragione, non aderente allo spazio tradizionale della sinistra milanese. Il volontariato per la campagna elettorale ha attinto sia dai circoli del Pd, sia da un vero e proprio spin off del partito ideato dal segretario milanese Bussolati: un’esperienza di volontariato coagulatasi intorno alle iniziative per il settantesimo anniversario della Liberazione e che ha poi continuato a essere tenuta in tensione su altre partite fino alle comunali. Non un’iniziativa nata e morta con le elezioni quindi, ma un lavoro silenzioso di formazione di militanti che è cresciuto nel tempo per arrivare a maturazione con il voto amministrativo. Dietro, un database di 30 mila numeri di telefono, quasi 50 mila indirizzi mail, oltre 100 mila indirizzi fisici. Dopo aver contattato i potenziali elettori via telefono e via mail, tra il primo e il secondo turno il porta a porta si è concentrato sulle sezioni elettorali dove il distacco tra il dato elettorale del 2016 e quello del 2011 era risultato più ampio. E i risultati di questo complesso lavoro di artigianato politico si sono visti.

 

Allo scopo di consolidarsi come un partito largamente rappresentativo, il Pd deve muovere dalle cose buone fatte in questi tempi più recenti e liberarsi delle ultime zavorre che tengono la sua forma-partito sospesa tra il vecchio e il nuovo secolo. Anche per arrivare più competitivo alle sfide che lo attendono in rapida successione: il referendum costituzionale e le prossime elezioni politiche. Il referendum può essere un passaggio cruciale nella vita del paese: l’obiettivo – siamo sempre lì – è quello di rendere le nostre istituzioni più efficienti, quindi più solide. Il referendum coinvolgerà milioni cittadini nella scelta sulla riscrittura della seconda parte della nostra Carta e vivrà della contrapposizione tra il comitato del sì e quello del no. Ma i partiti giocheranno ovviamente una partita importante nella campagna per il voto referendario. Il Pd è chiamato a una prova di maturità organizzativa: dovrà mettere a disposizione la propria forza al servizio delle ragioni del sì, senza però debordare nel suo ruolo apparendo troppo invadente. Il suo apporto sarà fondamentale non solo nella capacità di mobilitazione che saprà generare, ma anche nella tipologia della stessa.

 

E’ presumibile (e auspicabile per gli chi sostiene il sì) che molti italiani che approveranno la riforma al referendum non voteranno per i democratici alle prossime elezioni politiche. Tanti cittadini che sosterranno la riforma costituzionale non sono magari per nulla convinti della bontà del jobs act o delle unioni civili. Una campagna troppo invadente da parte dei democratici rischia di demotivare il laico consenso di molti. Essere un partito post-ideologico significa appunto questo: tenere fermo un orizzonte ideale rigoroso, ma risultare laicamente flessibili nel relazionarsi a una società non più divisa in blocchi e, quindi, più volubile, più mobile, più disponibile a lasciarsi orientare dal merito delle questioni affrontate. Qualche anno fa Antonio Giolitti già descrisse opportunamente l’esigenza storica di un “partito non portatore di verità, ma strumento di ricerca orientata” (La morale è un detto, la politica è un fatto, 1987).

 

Dal modo in cui giocherà la partita referendaria, il Pd racconterà molto di sé. I partiti contemporanei, dove soddisfano ancora a sufficienza la domanda di rappresentanza politica, ci riescono proprio perché si presentano ai cittadini offrendo loro occasioni di membership elastiche. Nessuno mette in dubbio l’utilità della permanenza simpatetica di uno zoccolo duro interno. Tuttavia l’evoluzione delle forme sociali di partecipazione alla vita pubblica muove ormai da anni su direttrici più morbide, talvolta morbidissime. O si è in grado di dar loro rappresentanza, o la fame di partecipazione virerà su offerte elettorali estemporanee, incapaci di trasformare l’istanza di rappresentanza in ipotesi positiva di governo. La terza Repubblica non nascerà soltanto attraverso una riforma delle istituzioni repubblicane che superi intralci anacronistici, ma anche per mezzo della ricomposizione di un forte sistema dei partiti. E dal momento che la scommessa del Pd non è quella di essere l’ultimo partito della seconda Repubblica, ma il primo della terza, le ragioni stesse della sua esistenza sono messe alla prova da questo doppio cruciale obiettivo.

Antonio Funiciello, Consigliere Presidenza del Consiglio dei Ministri

 

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