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Parlare di lotta alle mafie nel dibattito sulle droghe leggere vuol dire non centrare il punto

L’anatema di Saviano che accusa obliquamente chi si oppone alla legalizzazione della cannabis di favorire la mafia e quelli che parlano addirittura di “diritto civile”. Errori da evitare nella discussione attorno al dibattito che inizia oggi in Parlamento.

25 Luglio 2016 alle 14:36

Parlare di lotta alle mafie nel dibattito sulle droghe leggere vuol dire non centrare il punto

Foto LaPresse

La discussione sulla legalizzazione delle droghe leggere è già abbastanza complicata, per la difficoltà a valutarne gli effetti possibili, che sarebbe bene che non la si inquinasse con tesi azzardate mese in campo con finalità oblique. Tra queste spicca quella sciorinata oggi da Roberto Saviano, secondo cui legalizzando la marijuana si indebolirebbe il controllo delle mafie sul mercato delle sostanze stupefacenti, con il corollario che chi si oppone lo fa solo per ragioni elettorali, anzi, come dice lo scrittore campano per quella “zavorra” della democrazia che “si chiama ricerca del consenso”.

 

Invece a quanto pare la legalizzazione delle droghe leggere rappresenterebbe addirittura la conquista di un “diritto civile”. Questo non lo sostiene solo Saviano ma anche, per esempio, Paolo Mieli che si rifà alla lunga battaglia sostenuta su questo tema da Marco Pannella. Mieli costata con una certa sorpresa che la discussione su questo tema si svolge in modo pacato e rispettoso, senza strumentalizzazioni politiche, e che questo è già un successo. E’ proprio per distruggere questo clima di confronto che Saviano lancia i suoi anatemi, che puntano a far credere che chi si oppone alla legalizzazione delle droghe leggere sia in fondo un sostenitore delle mafie, nel migliore dei casi inconsapevole.

 

Ma poiché sarebbe altrettanto esagerato sostenere che la legalizzazione di un mercato imposto dalle mafie significherebbe un cedimento alla logica mafiosa, appare evidente che è proprio questo terreno di discussione a dovere essere evitato, e il conseguente manicheismo che impedisce la ricerca di soluzioni equilibrate e condivise.

 

C’è da sperare che queste provocazioni finiscano nell’irrilevanza, e che si continui a discutere nel merito, cercando di capire se la legalizzazione, che è poi una liberalizzazione di fatto, provocherebbe una maggiore diffusione delle tossicodipendenze o no, se la semplificazione all’accesso delle droghe leggere possa diventare un passaggio verso altre sostanze narcotiche più potenti e pericolose o se invece rappresenti un freno a questa possibile degenerazione. Sono domande complesse che richiedono risposte informate, non ricatti moralistici infondati.

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