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Raggi vs Uber, il mito del buon selvaggio

In una città in cui il trasporto pubblico va riorganizzato non mi sembra il caso di incoraggiare la concorrenza sleale di Uber”. Così, con una logica non proprio lineare, Virginia Raggi prende posizione su una questione che ben rappresenta la difficoltà della politica ad accogliere l’innovazione.

27 Maggio 2016 alle 06:03

Raggi vs Uber, il mito del buon selvaggio

Virginia Raggi (foto LaPresse)

In una città in cui il trasporto pubblico va riorganizzato non mi sembra il caso di incoraggiare la concorrenza sleale di Uber”. Così, con una logica non proprio lineare, Virginia Raggi prende posizione su una questione che ben rappresenta la difficoltà della politica ad accogliere l’innovazione. In una città in cui il trasporto pubblico è tanto costoso quanto inefficiente e i taxi tanto cari quanto introvabili, la candidata a sindaco di Roma del M5s sostiene che sia necessario fermare l’unica innovazione che funziona e che non costa un euro di risorse pubbliche. Eppure Uber raccoglie, concretamente ed efficacemente, tutta la simbologia del grillismo: con Uberpop “unovaleuno” perché chiunque può diventare un driver senza che il diritto sia riservato a una “casta”, c’è la “democrazia diretta” perché ogni utente giudica direttamente l’autista con un clic sullo smartphone e infine la sharing economy attraverso la potenza della “rete” permette un’ottimizzazione delle risorse e una riduzione del parco auto.

 

In pratica con Uber si può andare a un comizio senza timore che vengano i vigili a fare la multa all’auto in doppia fila. La realtà invece è che il M5s, dietro tanta retorica finto-innovativa, si comporta esattamente come i più vecchi partiti, a caccia di voti in sacche di consenso che cercano di conservare alcune rendite di posizione, dai tassisti all’Atac. E così, mentre sbarra la porta all’innovazione perché fa perdere consenso, la Raggi parla di paleo-soluzioni che vanno dalle “cooperative di quartiere per lavare i pannolini” al “baratto parziale”. A bazzicare con Rousseau si comincia con la democrazia diretta e si finisce col mito del buon selvaggio.

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