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Quel che c'è sotto al No del Cav. al referendum

Promosso Berlusconi che punta a essere ancora il fonte battesimale della leadership del centrodestra alla faccia di Salvini e Meloni (bocciati). Bocciati i Travaglio che vorrebbero il reato di depistaggio. Bocciato il rasoio progettato per la rasatura del corpo maschile. Promosso lo youtuber Edoardo Mecca per l'imitazione di Allegri. Il Pagellone alla settimana politica di Lanfranco Pace

13 Maggio 2016 alle 06:15

Quel che c'è sotto al No del Cav. al referendum

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

CAV. SEMPLICEMENTE CAV.

 

A dispetto della lodevole iniziativa del nostro giornale (sbrodolarsi fa bene, voto 10) sappiamo perfettamente che il Cav. fa di testa sua da quando è nato, non sta a sentire nessuno: né amici né supporter né tifosi. E meno che mai i foglianti. E’ fatto così, l’uomo. Il problema è che spesso ci indovina.

 

Nella sua ostinazione a battersi contro una riforma istituzionale che d’evidenza è anche figlia sua c’è qualcosa di meno epidermico della ripicca per la parola data, e a suo dire tradita, da Renzi al momento di eleggere il nuovo presidente della Repubblica. C’è una strategia.

 

Del contenuto della riforma istituzionale e dell’esito della consultazione referendaria non gliene frega assolutamente nulla. Per il combinato disposto della riforma e della nuova legge elettorale la democrazia si trasformerà in qualcosa che non potremo non chiamare regime: ma dai vi sembra una critica puntuta da parte di uno che i partiti non li ha mai sopportati e se avesse potuto avrebbe trasferito il parlamento a palazzo Grazioli? E’ evidente che dice tanto per dire, vuole prendere tempo e vedersi la scena dall’alto.

 

La sola cosa che gli interessa è quello che accade dopo il referendum: le elezioni politiche. Se vince il No e Renzi va a casa, tanto meglio: si formerà un governo di larga coalizione e si andrà al voto. Se invece vince il Sì e Renzi è ancora in campo, c’è un solo scenario che non lo fa dormire la notte e che sente di dover impedire a tutti i costi: il ballottaggio tra Pd e Cinque Stelle significherebbe la cancellazione di Berlusconi dalla faccia della terra e per come la vede lui anche dalla storia. Inghiottito, scomparso, in un buco nero, lui e il berlusconismo. Amen. L’idea che invece avrebbe vinto perché ha in Renzi un erede, è suggestiva, brillante ma è di quelle che non gli passano nemmeno per l’anticamera del cervello.

 

Dunque, sta lavorando all’obiettivo impossibile: esserci lui nella partita finale del ballottaggio, se non direttamente (ma sono convinto che speri ancora nella corte di Strasburgo e a dispetto dell’età non escluda affatto di candidarsi se ce ne saranno le condizioni) almeno come king-maker, unico e internazionalmente riconosciuto, del centro destra. Un po’ come Kohl con Angela Merkel.

 

Pensa di essere lui il fonte battesimale della leadership e della premiership, altro che primarie. Questo comporta stare vicino agli altri, tallonarli, mostrarne di volta in volta l’inconsistenza in modo da metterne in riga le ambizioni, spingere Forza Italia per quanto acciaccata e rissosa a superare di nuovo la Lega nelle intenzioni di voto. Ora sono appaiate. Dovesse Marchini non dico vincere la corsa al Campidoglio ma dare comunque una pista alla Meloni (voto 4) come è probabile, la vittoria sarebbe doppia. E se poi a Milano dovesse vincere Parisi, (voto 8, per la sua performance da Lilli Gruber a Otto e mezzo), allora sarebbe un trionfo. E Salvini (voto 4) dovrebbe tacere studiare e prendere appunti almeno fino alle politiche del 2023. 

 

Per questo  il Cav non può uscire dal suo campo per il referendum: è più facile da gestire e elettoralmente pagante la convivenza accidentale con i Travaglio, gli Zagrebelsky e la pletora dei comunisti che attraversare il fiume ad abbracciare Renzi e Alfano.

 

Ancora gli fosse andato di fare il padre  della nuova patria o, per dirla con i maligni,  il babbo. Ma il Cav è il Cav: non conosce altra forma di paternità che la vittoria.

 

 

RENZI (S)COMUNICA

 

Il piglio c’è sempre, l’appeal e il ritmo pure. Bastava guardare giovedì sera lo sguardo tenero, di Bruno Vespa (voto 9) e persino di Ferruccio de Bortoli (voto 9) che settimane addietro non fu affatto tenero nei suoi confronti e sul Corriere della Sera scrisse un allusivo e sgradevole editoriale sugli odori di massoneria che si sprigionavano da palazzo Chigi, persino de Bortoli dicevo l’altra sera sembrava su una nuvola, oh vanità della vanità, quanto può piacere sentirsi dire da un uomo potente  che ci legge sempre e con grande attenzione.

 

Insomma il premier è ancora in grande spolvero, spavaldo, sicuro di sé. Pure troppo. Dopo quasi tre anni di leadership leggera e spumeggiante, sarebbe tempo di dare in pasto al pubblico e quindi agli elettori qualcosa che dia la dimensione della storia, quindi del tragico e che aiuti a riflettere. Si può fare sull’economia parlando però di grandi numeri, non degli zero virgola, di crisi sempre in agguato in un mercato che ancora non trova un suo equilibrio dinamico. Si può fare sull’immigrazione a condizione di non limitarsi a Dublino, agli hot-spot, agli immigrati che ci dovremmo scambiare come alla fiera annonaria, una testa e me e una a te, a quanto costano, ai soldi che scandalosamente stiamo dando alla Turchia perché sorvegli le frontiere europee orientali o quelli che daremo ai paesi del nord Africa nel quadro di ripresa della cooperazione per  sorvegliare quelle meridionali: sempre cose da agente commerciale sono.

 

Matteo Renzi ha altro sentire rispetto a Matteo Salvini: lo faccia vedere senza melensaggini, senza nascondersi dietro bambini e morti.

 

E non si limiti a comunicare via internet, quelle sgranate sedute spiritiche del “Matteo risponde” o a parlare in qualche vecchia o nuova terza camera del parlamento. Parli ogni tanto e solennemente al popolo italiano, alla Nazione, faccia anche lui uno di quei discorsi che sono il sale di altre democrazie. Non tema di apparire arcaico: Mitterrand vinse un’elezione presidenziale da solo e con una penna stilografica in mano.

 

 

UN ALTRO REATO DI CUI NON SI SENTIVA IL BISOGNO

 

Non paghi dell’esistenza del reato di concorso esterno in associazione mafiosa e di traffico di influenze illecite, c’è chi propone di aggiungere all’elenco delle fumisterie uniche al mondo e che tanto piacciono a Marco Travaglio (voto 2) addirittura il reato di depistaggio. Non può depistare un cittadino qualunque, il responsabile del depistaggio è per forza un uomo dello stato. Merita davvero di essere incriminato per qualcosa di diverso dall’associazione sovversiva o per delinquere e una sanzione diversa dal marchio d’infamia che accompagna il funzionario infedele? Non so. Inquieta il fatto che ogni tanto ci si  inventi una tipologia di reato, questo affastellamento di leggi, norme, e codicilli mentre nulla è stato soppresso. Da anni. Alla faccia dei ministeri della semplificazione. Produce più leggi l’Italia annualmente che Francia Germania e credo la Gran Bretagna, messe assieme. Quando la confusione è grande si scrive. Di più e male.  

 


E PER FINIRE...

1) Gillette lancia il primo rasoio progettato per la rasatura del corpo maschile, si chiama Body (voto 4) una confezione da sei su Amazon costa 72, 53 euro. A depilarsi, almeno nell’età moderna, cominciarono le donne (per questo voto 2):  le ascelle, poi le gambe,  poi il sesso che è ormai  una reliquia dell’età prepuberale, dicono che così faccia meno paura. Ora è l’uomo che vuole farsi glabro. Nel dominio estetico del gender, è il pelo il vero nemico dell’occidente.

 

2) Lo youtuber Edoardo Mecca sembra un simpatico (voto 8): in un video ha fatto garbatamente  il verso a Massimiliano Allegri, avvalendosi della collaborazione di Valentina, figlia del mister, anche lei simpatica e spiritosa (e bella, voto 9) . La Juve e l’entourage di Allegri (voto 3) hanno ritenuto il video offensivo. Mecca l’ha dovuto cancellare. Cose sabaude.  

 

3) I divi di Hollywood sostengono per lo più Hillary, normale, ma ce ne sono anche schierati a favore di Bernie  Sanders: anzi, non fosse per il trombone Michael Moore e l’acerbo Spike Lee, sarebbero anche da preferire. C’è il bravo John Cusack, (voto 8) la bella Rosario Dawson (voto 9) e quella rompicoglioni di Susan Sarandon (voto 10 e lode) che a quasi 70 anni sfoggia spacchi da capogiro. Non si conoscono invece sostenitori di The Donald ma non è detto che per il miliardario pazzotico sia necessariamente un handicap.

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