Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Siam pronti alla corte?

Salvatore Merlo

“Mi ricandido”, dice Berlusconi. In arrivo la sentenza di Strasburgo

Pur napoleonico di suo, in teoria avrebbe esaurito le possibilità, “due volte nella polvere / due volte sull’altar”, ma poiché Silvio Berlusconi è ancora oggi uno sconfinato oceano da cui sorgono bufere e miraggi, adesso ha ripreso a dirlo: “Alla fine, vedrete, mi candido io e torno pure in Senato”. Ed è un rumoreggiare di fondo, sono voci che corrono, eruttano come comignoli, tra aruspici legali che, come quelli degli antichi romani, interrogano, ma ad Arcore, le viscere del diritto e ne decifrano i misteri: “Sta per arrivare la sentenza della Corte europea di Strasburgo. Sarà favorevole, stabilirà che l’incandidabilità e la decadenza del mandato parlamentare del presidente Berlusconi erano dovute a una condanna per fatti avvenuti prima che la legge Severino entrasse in vigore”. Dunque ritorna, ritorna il Cavaliere? Lui sembra parlare della revisione del suo processo, del giudizio della Corte europea, con una speranza accelerata da un’offesa indifferenza nei confronti di tutto il marasma che circonda il suo partito squinternato, gli alleati minacciosi, i Salvini e le Meloni, i conflitti con Stefano Parisi, le piccole invidie dei cortigiani, il balenìo del tradimento che illumina alcuni volti un tempo fedelissimi.

 

C’è un misto di speranza, piacere e angoscia per questa attesa. Angoscia e piacere sono inseparabili, come un duplice pungolo che graffia, sperona, ferisce: il cuore si difende e continua a stillare sogni. Così il Cavaliere vive apparentemente di ondeggiamenti della volontà, l’inesausto ricercatore si tormenta, si ripete, si corregge di continuo: allora scarica Parisi perché Parisi è in conflitto con Salvini, ma dice pure che “con Salvini non si vince”, dunque non sceglie né l’uno né l’altro. E mentre fa propaganda per il No al referendum, tuttavia dice pure che “in Italia vedo un solo leader”, cioè Renzi. Un po’ contro, un po’ a favore. Il suo è un pazzotico combinarsi di pezzi e di tessere che solo all’ultimo istante formano forse un quadro intelligibile: delle alleanze non gliene importa niente (per adesso), e nemmeno troppo gli importa di come andrà a finire l’ordalia referendaria che, comunque vada, sia che vinca il Sì, sia che vinca il No, vedrà un’affermazione di misura. Gli importa solo l’incastro tra la sentenza della Corte di Strasburgo e quella fase, successiva al referendum, nella quale si dovrà giocare la partita della riforma elettorale. Gli interessano i buoni rapporti con il Quirinale, e una non belligeranza con Renzi.

 

E anche Talleyrand, pure lui uomo di continue resurrezioni, lo sapeva ch’era tutta una opportunità: “Un governo che si sostiene è un governo che cade”. E quanto agli sgarbi di Renzi, “la grazia è dimenticare”, ha preso a dire Berlusconi, con un sorriso negligente. E insomma il Cavaliere, se vuole, se gli conviene, quando gli conviene, dimentica: da Matteo Renzi – e da Sergio Mattarella – vorrebbe il proporzionale, si sa, perché tutto va messo in opera nelle guerre strane e terribili, ai fini se non della vittoria almeno della sopravvivenza. Ah, il proporzionale! Nessun giovane alleato arrogantello. Ah, la Corte di Strasburgo! E la possibilità di tornare sugli scaffali del mercato elettorale, prodotto antico, ma molto noto, di successo, “Berlusconi è come la Coca-Cola”, è come la bevanda brevettata ad Atlanta nel 1886, “va ancora di moda”, dicono i sondaggisti innamorati.

 

Ed ecco allora spiegate le antitesi, le contraddizioni, e l’intreccio sinfonico dei toni: perché dovrebbe schierarsi adesso con Salvini, che gli si rivolge con quell’aspetto rabbioso, trapiantato che hanno i campagnoli quando ottengono un impiego in città? Perché dovrebbe schierarsi con Parisi, che parte in anticipo alla guerra contro Salvini, e non gli sembra nemmeno troppo comunicativo né sveglio? E perché, infine, dovrebbe mettere ordine dentro Forza Italia, dove intanto ognuno parcheggia come gli pare, e la cosa sorprendentemente va, non si sa come, ma va? Perché mai dovrebbe scegliere, quando l’unica partita che conta è quella che si apre il giorno dopo il referendum, e che s’intreccia con la sentenza di Strasburgo? Così per adesso quelle di Berlusconi sono parole disposte per ogni servizio, pronte a ogni viaggio, saltellanti, fugaci, imprecise, mentre Gianni Letta lo introduce a un rapporto di galanteria controllata, contabilizzata, con Mattarella, e mentre l’Italia dei suoi avversari lo paragona ai nuovi mostri della politica e improvvisamente lo scopre molto meno brutto di un tempo. “Let’s be honest: next to Mr. Trump, our former prime minister, Mr. Berlusconi, looks like Winston Churchill”, ha scritto Beppe Severgnini sul New York Times. Dunque “vedrete che alla fine mi candido io”, dice il Cavaliere, sempre dimenticando il lato d’ombra per esaltare l’aspetto di luce. 

Di più su questi argomenti:
  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.