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Autorottamazione in vista

Perché il referendum è diventato anche un voto sulla scissione del Pd

Come può rimanare nel Pd quel pezzo di partito che lavora contro la riforma delle riforme? Parlano Nardella e Tonini.

3 Maggio 2016 alle 20:43

Perché il referendum è diventato anche un voto sulla scissione del Pd

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. La suggestione viene fatta balenare nel giorno in cui il premier e segretario del Pd Matteo Renzi lancia a tappeto la campagna “porta a porta” per il “sì” al referendum costituzionale: e se spuntassero dei comitati per il “no” anti-riforma direttamente all’interno del Pd, e proprio per mano di una parte della minoranza Pd? L’uomo-simbolo della minoranza Pd stessa, Pier Luigi Bersani, si posiziona, seppure con una vena di riluttanza, sulla linea dell’“abbiamo votato sì alle riforme e votiamo sì al referendum, purché non venga fuori un sì cosmico contro un no cosmico”, ma intorno a Bersani i segnali non sono incoraggianti e potrebbero essere il primo atto di un film finora rimandato: la scissione del Pd. Succede infatti che il senatore Pd Miguel Gotor dica di aver pensato, “con Gianni Cuperlo”, che “il premier debba consentire anche dentro il Pd la costituzione di comitati per il No”. Però, l’idea degli “organismi” che lavorano contro la riforma nel partito che ha pensato la riforma rimanda irrimediabilmente a quella di una sinistra post dalemian-bersaniana spaccata in due, e contraria alla linea di maggioranza fino al punto di massima tensione (dopo c’è solo l’autoemarginazione o la rottura). Il tutto nelle ore in cui il presidente emerito Giorgio Napolitano si schiera per il sì (“se vince il no per le riforme è finita”), pur criticando la “personalizzazione”. Da Firenze, intanto, città da cui Renzi ha lanciato la campagna referendaria, il sindaco Dario Nardella dice al Foglio che “l’idea dei comitati per il no all’interno del Pd” gli pare “un autogol”.

 

“Del resto anche la minoranza Dem”, dice Nardella, “ha votato a favore delle riforme nell’ultimo passaggio alla Camera il 12 aprile scorso. Ognuno può fare le riflessioni che ritiene opportune, ma mi sembrerebbe un incredibile sbaglio che un pezzo del partito lavorasse per far fallire un referendum, legittimamente previsto dall’articolo 138 della Costituzione, che sancirà il via libera a quelle riforme che il paese aspetta da decenni. Sono così tanti i buoni motivi per sostenere queste riforme che pare perfino superfluo scomodare la ‘fedeltà alla ditta’”. E se il renziano storico Nardella si impegnerà “in prima persona” a favore del “sì”, augurandosi “che anche chi del Pd ha criticato le scelte del governo non lavori per farle arrestare”, l’idea dei comitati del “no” interni non convince neppure chi proviene da una storia simile a quella dei ribelli anti-riforma: Matteo Ricci, sindaco di Pesaro con un passato Pds-Ds, ex bersaniano con cursus Fgci, dice che “se qualcuno nella sinistra Pd pensa ai comitati del ‘no’ nel Pd vuol dire che siamo di fronte a un caso di sdoppiamento della personalità. La sinistra Pd è stata co-protagonista del processo di riforma, e ora vorrebbe votare contro la riforma, quindi contro se stessa?”. Al senatore renziano Giorgio Tonini pare “stravagante” che, “dopo aver introdotto modifiche tenendo conto delle osservazioni di chi ha avuto un atteggiamento critico, e dopo che si è arrivati a un voto pressoché unitario, alcuni parlamentari si mettano a propagandare il ‘no’ contro una legge che hanno votato in Parlamento”.

 

“Paradossalmente”, dice Tonini, “alcuni dei punti della riforma criticati all’esterno sono nel testo proprio perché si è tenuto conto della sensibilità della nostra sinistra. Per esempio: Salvatore Settis ha detto che la norma sul presidente della Repubblica è sbagliata e che giustificherebbe il ‘no’, ma quella norma è stata voluta dalla minoranza interna”. Intanto Enrico Rossi, governatore della Toscana e candidato alla segreteria del Pd “in alternativa a Renzi”, invitando il premier ad aprire un dibattito nel partito senza ridicolizzare o stigmatizzare le posizioni dei dissidenti”, motiva così il suo “sì: “Credo sia giusto il monocameralismo, un Senato dei territori in rappresentanza delle Regioni e una ridefinizione dei poteri di queste. D’altronde questa era la posizione del Pci sia nel dibattito alla Costituente sia agli inizi degli anni Ottanta con Berlinguer”. Le posizioni sono chiare ma il punto è evidente: come potrà rimanere nel Pd chi lavora, nel Pd, contro un referendum su cui il segretario Pd ha scelto di giocare il suo futuro politico? Forse, semplicemente non potrà.

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