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Passeggiate romane

“Ecco perché mi ritiro se perdo il referendum”. Così Renzi comincia la campagna per il Sì

Il presidente del Consiglio è convinto che il voto sulle riforme di ottobre si vincerà se lui si schiera e dà l’idea di “fare”. Ma un possibile flop del Pd alle amministrative potrebbe complicargli i piani. Intanto c'è chi dice che a Roma Meloni potrebbe ritirarsi.

 

2 Maggio 2016 alle 15:15

“Ecco perché mi ritiro se perdo il referendum”. Così Renzi comincia la campagna per il Sì

Matteo Renzi a Firenze incontra i cittadini al Teatro Niccolini (foto LaPresse)

Nonostante i consigli di Jim Messina, il superconsulente di Barack Obama che gli ha suggerito di non personalizzare troppo il referendum costituzionale, Matteo Renzi anche oggi, nella sua Firenze, ha ribadito che se prevarranno i no nelle urne autunnali lui se ne andrà. Il presidente del Consiglio infatti è convinto che il referendum si vincerà comunque. Se non altro perché sarà incentrato sul titolo del disegno di legge Boschi. Che è quanto mai esplicativo: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della costituzione”. Riduzione (dei parlamentari), contenimento (dei costi), soppressione (del CNEL) sono tre paroline magiche che attirano gli italiani. Ma c'è di più.

 

Il premier ha capito che gli umori dell'elettorato dipenderanno molto dalla situazione economica e dalla percezione che il governo sia in grado di agire, di “fare”. E, quindi, questo comporta inevitabilmente un suo coinvolgimento diretto nella campagna referendaria. Ed è per questa ragione che il premier sta intensificando i suoi tour in giro per l’Italia: apre cantieri, sigla patti con le città e le regioni su impegni ben precisi, insomma, dimostra di essere l'uomo del “fare”. Se poi i numeri dell'economia reale andranno nel senso da lui auspicato, questo sarà senz’altro un ulteriore propellente per la campagna. Ecco, perciò, il motivo per cui Renzi ha deciso di continuare a “metterci la faccia”, per usare un’espressione a lui cara.

 

Come si sa, l’unico ostacolo lungo questa strada  tracciata dal presidente del Consiglio (che stima già intorno al 60 per cento i Sì alla riforma Boschi, con una partecipazione al voto molto più alta di quella del referendum sulle trivelle) è costituito dalle elezioni amministrative.

 

Secondo gli ultimi sondaggi a Milano Giuseppe Sala è sopra a Stefano Parisi solo del 2 per cento. Questa è una stima che riguarda il primo turno. Quanto al ballottaggio il distacco si ridurrebbe all'uno per cento. Insomma, conoscendo il margine di errore di queste rilevazioni, si può tranquillamente dire che tutta la partita è ancora da giocare e che per Sala (nonostante le previsioni iniziali) questa campagna elettorale non sarà certo una passeggiata.

 

Anche a Roma la situazione è tutt’altro che confortante. Benché siano scesi in campo diversi parlamentari di peso, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Già, quest’ultimo è molto interessato alle elezioni romane perché vi partecipa sua moglie, Michela Di Biase. Di fatto, a organizzarle la campagna elettorale, è il segretario particolare di Franceschini al dicastero, Pino Battaglia, ma anche il ministro si sta molto spendendo. A quale scopo? I maligni, al Nazareno, sostengono che Franceschini punti a far ottenere alla consorte più preferenze di tutti gli altri candidati al consiglio comunale capitolino. In questo modo, quando bisognerà fare le liste per le elezioni politiche, difficilmente si potrà dire di no alla candidatura della Di Biase, che, così, otterrebbe un seggio in Parlamento. Seggio al quale il marito, che ha già fatto quattro legislature, non può più aspirare, stando alle regole dello Statuto del Partito democratico, che, da quando Renzi è segretario, sono diventate vincolanti.

 

Ma si diceva delle difficoltà che il Pd sta incontrando a Roma, nonostante tutti gli sforzi. Difficoltà che potrebbero aggravarsi se Giorgia Meloni decidesse di ritirarsi dalla partita per il Campidoglio. Ancora non c’è niente di certo, ma da qualche giorno la voce di un possibile ritiro della leader di Fratelli d’Italia circola con sempre maggiore insistenza. Meloni, infatti, avrebbe paura di ritrovarsi quarta dopo Raggi, Giachetti e Marchini e questo scalfirebbe la sua immagine, visto che è forte soprattutto (i maligni dicono soltanto) a Roma. Se la Meloni facesse un passo indietro, allora per il Pd la corsa diventerebbe assai più dura, perché Roberto Giachetti rischierebbe di non andare al ballottaggio, lasciando il secondo turno a Alfio Marchini e Virginia Raggi.

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Commenti all'articolo

  • A.tempestilli

    22 Novembre 2016 - 17:05

    Se, si ritira, è il male minore.

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