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La suggestione del “dalemapremier”, con esegesi di politici, firme e prof.

L’ipotesi di un D’Alema che scende in campo come candidato premier della “sinistra a sinistra” dei dem è tentatrice almeno a livello di sogno. Poi ci sono i "ma", dettati dalla razionalità e dalle contingenze. In ogni caso affascina sia i fan che i detrattori.

16 Marzo 2016 alle 06:17

La suggestione del “dalemapremier”, con esegesi di politici, firme e prof.

Massimo D'Alema (foto LaPresse)

Roma. Il personaggio (Massimo D’Alema) è suggestivo, come pure suggestiva appare l’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera per dire che serve un “qualcosa” a sinistra del Pd di Matteo Renzi. E dunque l’ipotesi di un D’Alema che scende in campo come candidato premier della “sinistra a sinistra” dei dem (questa l’idea alla base della campagna lanciata due giorni fa dal Foglio – per firmare, si può scrivere a dalemapremier@ilfoglio.it) è tentatrice almeno a livello di sogno (possibile? impossibile?). Poi ci sono i “ma”, dettati dalla razionalità e dalle contingenze. Resta il carattere: un D’Alema che combatte in prima persona e non attraverso cloni – al netto della produzione vini e dei viaggi internazionali – in qualche modo affascina sia i fan (ieri ne abbiamo intervistati alcuni) sia i detrattori dell’“Altra Italia con Massimo” o, se si preferisce, del Partito della Nazione di Massimo. Paolo Cirino Pomicino, per esempio, dice quasi con rammarico che “non basta essere un personaggio politico di quel peso, e con quel livello di rapporti nazionali e internazionali, se poi nel partito non si ha il consenso, e D’Alema nel suo partito non ce l’ha. E fino a che in politica varrà il consenso – cosa non scontata in tempi di plebiscitarismo arrembante – D’Alema nulla potrà in questo senso. E oggi pare, più che altro, voce clamante nel deserto. Si sa che anche Nostro Signore andava nel deserto, ma D’Alema…”. Dopodiché, dice Pomicino, “D’Alema ci prende quando dice che manca la sinistra: non c’è una vera sinistra socialista. Renzi ha sterilizzato la sinistra, e ora a sinistra c’è un movimento folcloristico e buffonesco a Cinque Stelle che raccoglie la protesta in un contenitore dalle tinte autoritarie. Solo che poi, appunto, D’Alema è minoranza a casa sua”. E insomma il D’Alema che si erge a difensore della sinistra-sinistra pare a Marcello Sorgi, editorialista della Stampa, un personaggio di “Assassinio al comitato centrale” di Manuel Vázquez Montalbán: “Unico tra quelli della sua generazione, è seduto sul baldacchino invisibile su cui sono seduti tutti i capi comunisti del mondo”. E però, dice Sorgi, il D’Alema che “nell’intervista al Corriere ha prefigurato la ricucitura dello strappo tra quelli che hanno rotto con Renzi e quelli che un tempo cercavano di rifondare il comunismo fuori dal Pd, eliminando l’ingombrante appellativo di ‘partito comunista’”, è un D’Alema che “deve fare i conti con la realtà, una realtà già descritta da Norberto Bobbio: la sinistra in Italia non è mai stata maggioranza”.

 

“D’Alema per ora sembra voler fare il padre nobile”, dice il politologo ed editorialista del Corriere della Sera Angelo Panebianco, convinto però che ora l’ex premier debba chiedersi “se, facendo un’operazione più o meno direttamente di rottura, è così interessato alla sconfitta di Renzi da mettere davvero in conto una vittoria dei Cinque Stelle: perché un ipotetico D’Alema in campo certo non vincerebbe, ma potrebbe far perdere Renzi”. Il direttore dell’Unità Erasmo D’Angelis, invita D’Alema non soltanto “a considerare che con il rancore non si va lontano”, ma che “in due anni”, il Pd che governa ha fatto riforme di sinistra: sul lavoro, sulla fiscalità, sulle unioni civili, sul welfare, e in qualche modo ha recuperato politiche dalemiane che ora D’Alema sembra aver dimenticato. Perché D’Alema, nel 1996, a Botteghe Oscure, teneva in ufficio un ritratto di Tony Blair e si sentiva toccato dalla massima ‘chi prova a cambiare è sempre accusato di tradimento’. Quel D’Alema che voleva modernizzare l’Italia, e che nel 2008 dirà a Walter Veltroni ‘il Pd è un amalgama fin qui mal riuscito’, aveva contro i nemici che oggi ha contro Renzi. E quindi quello di oggi mi pare un D’Alema a corrente alternata, un D’Alema che lancia il sasso e tira indietro la mano perché sa che non ci sono le condizioni per stare fuori dal Pd. Forse si potrebbe prendere esempio proprio da Renzi: quando è stato minoranza, ha aspettato un turno”.

 

Al renziano senatore Stefano Esposito, intanto, non pare che “alcun problema” della sinistra “possa essere risolto candidando D’Alema: si guardi avanti, non indietro”. I deputati pd giovani e di formazione più dalemiana che veltroniana come Fausto Raciti, invece, non riscontrano, nel D’Alema di oggi, una vera “volontà di propugnare un disegno scissionista”, anche perché, dice Raciti, “non credo possa esserci sinistra di governo fuori dal Pd. C’è però la questione di fondo di cui deve occuparsi tutto il Pd, anche di minoranza: come chiudere finalmente la transizione italiana, e quindi la Seconda Repubblica”. E se il giornalista e scrittore Giuliano da Empoli, già assessore del Renzi sindaco di Firenze, pur considerando “in teoria e sulla carta giusto che D’Alema e Renzi arrivino a misurarsi”, non ha “voglia di vedere lo scontro tra i due” perché gli farebbe “troppa tristezza”, il giuslavorista Pietro Ichino considera “Massimo D’Alema troppo intelligente per raccogliere questa sfida”.

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