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Può esistere davvero una sinistra a sinistra di Renzi? Vediamo cosa succede con un D’Alema candidato premier. Chiacchierata allegra con Polito, Mentana, Rossella, Belpietro, L. Sofri sull’idea fogliante di “Un’altra Italia con Massimo”

15 Marzo 2016 alle 06:18

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Massimo D'Alema (foto LaPresse)

Roma. L’intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera in cui si evoca l’esprit della sinistra perduta (nel e/o dal Pd). Il famoso baffo beffardo che rispunta da un aereo appena atterrato dall’Iran. Il telefonino che laggiù non prende e non restituisce eco dei fatti italiani. Il fascino dell’uomo che non c’è (viaggia, produce vino, gira, vede gente, fa cose) ma in fondo c’è comunque, anche se nega di ispirare cloni e ribellioni. Massimo D’Alema, come abbiamo visto, è tornato. Dice che il Partito della nazione renziano “c’è ma perderà” e che il “malessere” aprirà spazi a sinistra per una futuribile “nuova forza”. E’ la Star Wars del Partito democratico, chissà, fatto sta che il Foglio ha deciso – utopia o non utopia – di avviare una piccola campagna per promuovere la candidatura di D’Alema alla presidenza del Consiglio (chi vuole può firmare all’indirizzo dalemapremier@ilfoglio.it). Che cosa succederebbe se l’ex premier in persona sfidasse il Rottamatore che, dice sempre l’ex premier, ha distrutto “le radici del Pd”? Chi può dirlo, e però forse si potrebbe così pesare una volta per tutte quanto vale la sinistra che D’Alema immagina (per il bene suo, di Renzi, della sinistra o di tutti e tre i soggetti). E’ insomma possibile un Partito della nazione di Massimo, un’“Altra Italia con Massimo”, viste le sorti non proprio magnifiche e progressive – ohimé – dell’Altra Europa con Tsipras? Abbiamo intanto interpellato sul tema penne illustri e direttori di testate giornalistiche. Primo fan dell’idea: Carlo Rossella, convinto che D’Alema non solo abbia le “capacità” e lo “standing internazionale” necessari a “guidare il paese”, ma che possegga anche “un brutto carattere al punto giusto” – caratteristica, questa, che lo rende “quanto mai adatto al ruolo di sfidante” in un’eventuale competizione per la premiership con Renzi. “D’Alema”, dice Rossella, “non cerca di essere condiscendente, e poi appunto è di sinistra, no? Primum vivere, avrebbe detto Bettino Craxi: il Pd adesso deve guardare a D’Alema. Senza contare che quando sento la parola ‘nazione’ ho un brivido. Paese, si dica paese. D’Alema direbbe paese. Non nazione, parola desueta e un tempo adatta a un comizio di Giorgio Almirante o di Jean-Marie Le Pen. Piuttosto meglio dire patria. L’Italia ha bisogno di uno come D’Alema: i giorni dedicati al vino politicamente sono giorni vani, anche se nella nostra storia abbiamo avuto un altro illustre vinazziere in Agostino De Pretis. Ma quelle di D’Alema in vigna sono mani strappate alla politica”. Agli antipodi, dal punto di vista dell’opinione sull’argomento, si colloca il direttore del TgLa7 Enrico Mentana: “Sotto la provocazione non vedo nulla. Le parole di D’Alema rimandano alla questione identitaria nel Pd, come se l’ex premier dicesse a Renzi ‘stai giocando con i gioielli di famiglia’”.

 

Il D’Alema parlante sul Corriere, per Mentana, dice cose che risuonano presso un pezzo importante del principale partito della sinistra, il cui “turbamento” va “capito e rispettato”. “Ma il vero non detto”, dice il direttore del TgLa7, “riguarda un’altra questione: quella della mancata nomina di D’Alema a Mister Pesc, poltrona su cui ora siede Federica Mogherini”. Ma perché non un D’Alema premier? “D’Alema sa benissimo che il dentifricio non torna mai tutto nel tubetto. E l’ultimo giro non deve essere per forza a Palazzo Chigi”. Per il direttore di Libero Maurizio Belpietro, invece, “sarebbe ora che D’Alema si candidasse, così si chiuderebbe il teatrino della sinistra-a-sinistra che poi non ha mai il coraggio di fare uno strappo e/o votare contro. L’avevamo detto, all’epoca, a Gianfranco Fini: candidati e vai alla conta. Si vide poi che Fini valeva zero virgola. Se D’Alema ha coraggio scenda dunque in campo, faccia una vera campagna contro Renzi e si misuri con il voto. Io credo varrebbe poco, e infatti credo anche che Renzi non vedrebbe l’ora”.

 

Dal Post, Luca Sofri approva l’idea in nome della coerenza (rarefatta o stringente si vedrà): “Se uno ha qualcosa da ridire sull’attuale situazione politica, e D’Alema, come abbiamo visto, ha molto da ridire, e se uno di professione fa proprio il politico, sembrerebbe in effetti il più indicato a dire ciò che dice non soltanto sui giornali, ma anche e soprattutto sul campo”. Ieri intanto, sul Corriere della Sera, Antonio Polito firmava un editoriale sul “salto di qualità della guerra civile” nel Pd: se “Renzi ha ragione quando dice che D’Alema sembra ormai mosso dall’unico obiettivo di riprendersi il Pd a ogni costo”, scriveva Polito, non essendo peraltro stato “in minoranza nel suo partito da quando aveva i calzoni corti”, e non potendosi “escludere che preferisca tornare in maggioranza in un nuovo e più piccolo partito”, è anche vero che “Renzi dovrebbe  riconoscere che neanche lui può essere disposto a tutto per comandare nel partito, per esempio lasciando che correnti e capibastone agiscano in suo nome come hanno fatto a Napoli pur di fermare Bassolino”. Al Foglio Polito dice dunque che, “nel mondo dove la questione dell’unità della sinistra e del nessun nemico a sinistra è ancora un mito”, D’Alema è l’unico che possa “sfidare Renzi, e proprio in nome dell’unità a sinistra. Non lo farà, ma di tutti gli oppositori di Renzi è quello che è arrivato più vicino a farlo. Gli altri sono bravi ragazzi, bravissime persone – vedi Pier Luigi Bersani – ma non hanno l’istinto killer necessario a combattere la battaglia con Renzi. Ripeto: D’Alema non lo farà, ma sarebbe giusto, corretto e naturale se lo facesse”.

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