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Il pasticciaccio brutto della destra al Campidoglio

Come uscire, in mutande ma vivi, da un grottesco stallo pre elettorale. Premessa: il solo candidato capace di zittire congiurati, scettici e renitenti rimane ancora Giorgia Meloni; obiezione: è troppo tardi, ormai, perché Silvio Berlusconi non intende retrocedere dalla candidatura (non più) unitaria di Guido Bertolaso.

 

19 Febbraio 2016 alle 17:35

Il pasticciaccio brutto della destra al Campidoglio

Giorgia Meloni tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (foto LaPresse)

A questo punto il problema del centrodestra romano è come uscire, non dico vincitore ma almeno vivo, dal pasticciaccio brutto del Campidoglio. La premessa è che il solo candidato capace di zittire congiurati, scettici e renitenti rimane ancora Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia). Ma dovrebbe prima vincere i più che legittimi tormenti interiori legati alla sua gravidanza (un evento fausto, da gestire con cura assoluta); e sopra tutto, Giorgia M., dovrebbe rassegnarsi all’idea di arrivare al ballottaggio e quindi governare Roma. Fatica di Sisifo o medaglia al valore, chissà. E’ infatti più che probabile che intorno a lei si radunerebbero anche i consensi altrimenti destinati a disturbatori e candidati di bandiera.

 

Obiezione: è troppo tardi, ormai, perché Silvio Berlusconi non intende retrocedere dalla candidatura (non più) unitaria di Guido Bertolaso (vedi intervista del Cav. al Tempo). E qui si entra nel vivo del pasticciaccio, in zona Matteo Salvini. Il testacoda del capo della Lega e del movimento che dal Tevere in giù porta il suo nome – no a Bertolaso, forse sì ad Alfio Marchini – è un segnale di spiazzamento ben motivato dagli inciampi iniziali dell’ex capo della Protezione civile sui rom e sulle proprie ascendenze rutelliane. Su Salvini si addensano ora i sospetti di trafficare con il blocco dei palazzinari-banchieri che sostengono Marchini, e le ire di Berlusconi che da Marchini era partito (similia similibus, diciamo qui) ma pensava di aver scavalcato i veti incrociati tirando fuori dal cilindro il dinosauro gaffeur, e ora comprensibilmente rivendica la scelta esibendo la nota congiunta in cui Forza Italia, FdI e Noi con Salvini s’allineavano imbronciati ma ligi. Risultato: stallo completo. Come uscirne? Dipende dall’obiettivo.

 

A) Se lo scopo comune agli attori sulla scena è quello di vincere o provarci con buoni margini di riuscita, il Cav. dovrà convincere Giorgia Meloni al grande azzardo e poi accompagnare Bertolaso all’uscio, magari suggerendogli d’esser lui a prendere cappello (la forma che cerca di essere sostanza) per sottrarsi a logoramenti, mugugni e voltafaccia dei soliti partiti… A quel punto Salvini, sia pure malvolentieri, dovrebbe conformarsi alla decisione: farebbe una figura non eccezionale ma almeno schiverebbe l’accusa di agire come un ammazza-candidati. Se le cose andassero così, l’ex premier baratterebbe l’ultimo simulacro della propria sovranità sulla coalizione con la possibilità di mostrare agli elettori un centrodestra di nuovo unito e competitivo. FdI guadagnerebbe credibilità e spazi interessantissimi, la Meloni pagherebbe un prezzo personale per un sovradimensionamento politico molto promettente.

 

[**Video_box_2**]B) La via subordinata è gravida di trappole. Salvini potrebbe ritirarsi dalla contesa e asserragliarsi al Nord, proclamando la propria indisponibilità a trattare ulteriormente. Forse ci sta pensando, forse no. Fatto sta che al suo movimento meridionalista non conviene contarsi in una sfida solitaria e fratricida. Vale anche per gli altri? Non proprio. A Roma i Fratelli d’Italia sono la principale forza in campo, ma se si attestano sulla linea Berlusconi-Bertolaso non faranno altro che convalidare lo spappolamento definitivo della coalizione (anche in sede nazionale, in teoria, visto l’incauto vincolo posto a monte: o tutti d’accordo ovunque, o ciascuno per sé; ma poi in pratica anche no) e si esporranno agli agguati elettorali dei veri o presunti massimalisti di destra annidati dentro e fuori il partito. E allora, se proprio deflagrazione deve essere, tanto vale tentare la prova di forza, candidare un nome di bandiera ben riconoscibile nel Raccordo anulare (Fabio Rampelli, più o meno) e mettere in sicurezza un buon pacchetto di voti (anche quelli del non pervenuto Salvini?), e come spenderli poi si vedrà. In questo caso, Bertolaso e il suo sponsor di Arcore si ritroverebbero all’angolo, due volte perdenti. E’ per lo meno una ragionevole prospettiva da sventolare davanti al Cavaliere per scardinarlo dalle sue ostinazioni e indurlo a ricominciare da capo e di corsa ogni negoziato.

 

C) Individuare da capo e di corsa una nuova, definitiva candidatura? Auguri (e figli maschi a Giorgia).

 

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