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Il Senato vota sul ddl Cirinnà. Ecco cosa rischia Renzi

Perché, per il governo, una sconfitta parlamentare sull’articolo delle adozioni non sarebbe grave, anzi. L’iter di approvazione della legge non finisce con il voto delle Camere: resta l’incognita della promulgazione da parte del Capo dello stato.

10 Febbraio 2016 alle 10:50

Il Senato vota sul ddl Cirinnà. Ecco cosa rischia Renzi

Stefania Pezzopane, Donatella Albano, Monica Cirinnà e Ivan Scalfarotto durante le discussioni al Senato sul ddl (foto LaPresse)

La spavalderia che ha indotto Matteo Renzi ad assumere un atteggiamento di noncuranza nei confronti delle voci che esprimono critiche ad aspetti particolarmente problematici delle legge sulle unioni civili, può apparire giustificata in una logica puramente parlamentare. Se l’adozione automatica del figlio del partner e le equiparazioni al matrimonio passeranno anche con il voto segreto, Renzi potrà pensare di aver vinto la battaglia e di poter passare ad altro. Questo scenario, non improbabile, non sarebbe però privo di conseguenze. Il carattere inclusivo del Partito democratico, quella caratteristica che va sotto il nome di Partito della nazione, uscirà da questa vicenda piuttosto ammaccato anche in caso di successo parlamentare. Invece è proprio su questa possibilità di coinvolgere anche chi non condivide l’impostazione tradizionale della sinistra – neutralizzare le potenziali alternative offrendo soluzioni equilibrate – che Renzi deve poter contare per affrontare le sfide dei prossimi mesi, dalle elezioni municipali nelle maggiori città al referendum sulla riforma costituzionale.

 

Offrirà invece un punto di unione e di consolidamento all’opposizione di centrodestra, ora dispersa in vari rivoli, con l’inevitabile raccolta di firme per il referendum abrogativo delle norme sull’adozione automatica. Il dialogo tra gli ambienti cattolici e quest’area politica, che si erano bruscamente interrotti, si attiverà nuovamente e con una partecipazione popolare.

 

Se contemporaneamente la ripresa della fase critica dell’economia impedirà di impiegare risorse per attivare nuove forme di assistenza alle famiglie e alla povertà, la popolarità del governo rischia di indebolirsi ulteriormente. Andare in un clima di questo genere al referendum senza quorum sulla riforma costituzionale diventerebbe davvero rischioso.

 

[**Video_box_2**]Peraltro l’iter di approvazione della legge non finisce con il voto delle Camere: resta l’incognita della promulgazione da parte del Capo dello stato. Anche questo scoglio probabilmente sarà superato, ma Sergio Mattarella potrebbe accompagnare l’atto con considerazioni che rinviano problemi irrisolti alla Corte costituzionale. In ogni caso è certo che al Quirinale non ha fatto piacere che i suoi cauti ammonimenti indiretti a evitare l’identificazione delle unioni al matrimonio siano stati così vistosamente trascurai, e questo potrebbe avere persino un peso se per il fallimento del referendum costituzionale o per ragioni legate alla crisi economica il governo dovesse dimettersi anzi tempo proponendo uno scioglimento anticipato delle Camere (decisione che spetta al Quirinale).

 

Paradossalmente, per il governo sarebbe meno grave una sconfitta parlamentare sull’articolo delle adozioni, che rimanderebbe a una nuova normativa su questa materia. Formalmente il governo non è impegnato direttamente e quindi potrebbe prendere atto di una scelta parlamentare e proporsi come risolutore equilibrato del conflitto. La tensione con i settori laicisti più intransigenti sarebbe più facile da affrontare di quella con i sostenitori della famiglia tradizionale. Perfino Beppe Grillo lo ha capito e stupisce che Renzi invece non sia riuscito a trovare una via d’uscita meno squilibrata.

 

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