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Un feuilleton ottocentesco sull’anno delle nostre ghigliottine raccontato con il futurum exactum

L’inchiesta-capolavoro sull’agonia della Repubblica dei partiti, purga tragica e farsesca, spiegata dal suo committente. La prefazione dell’Elefantino a “Novantatré”

21 Gennaio 2016 alle 12:47

Un feuilleton ottocentesco sull’anno delle nostre ghigliottine raccontato con il futurum exactum

Il pool di Mani Pulite

Prima di tutto il presente storico, poi il futuro inevitabile. L’inchiesta di Mattia Feltri sulla storia italiana tra il 1992 e il 1993 non conosce l’uso di verbi al passato. Chiunque abbia agito in modo subdolo contro la Repubblica dei partiti, contro i propri nemici, spinto da viltà e paura e ambizioni sbagliate, siano impenditori politici togati o giornalisti, ecco che sarà inchiodato alle sue responsabilità in un tempo relativamente breve. E’ una scelta di stile, una soluzione folgorante, il racconto nervoso dei fatti alla luce del non ancora accaduto e della sua interpretazione successiva. Un capolavoro. Non conosco altri centoni cronistici capaci di portare storie e storiacce di ordinaria e straordinaria miseria civile e umana a questa altezza di prestidigitazione. E’ un gioco illusionistico per cancellare tutte le illusioni e restituire alla sua misura di ipocrisia e menzogna la faccenda più ingombrante e mistificatoria della storia della Repubblica: le mani pulite. “Non è giornalismo”, come dovrebbe intitolarsi un serio premio professionale, è molto di più. E’ feuilleton ottocentesco, roba da Dumas il grande, diario su cui regna il tempo come unico vero giudice, e non il solo tempo verbale. Vediamo faccendieri, politici, giornalisti, magistrati, giudici, poliziotti, delatori, spie, avvocatoni e avvocaticchi, imprenditori, finanzieri, editori, mafiosi, pentiti, istituzioni, colpevoli, innocenti, né l’uno né l’altro, suicidi, sopravvissuti, dispersi, riciclati: li vediamo adesso che le cose succedono, nell’anno del Terrore, e li vediamo nel futurum exactum, nel futuro anteriore. Questo è quello che ora scrivo – suggerisce Feltri – e questo è quello che avrò scritto quando lo avrete letto nel futuro anteriore: quella particolare forma verbale che ti inoltra in un dopo che spiega il prima, lo definisce, lo illumina, lo opacizza, lo cancella e sopra tutto lo rende incerto, incompiuto, possibile.

 

Non so se Feltri abbia letto i sette libri della guerra gallica e se ne sia sintatticamente ispirato. Se ci aggrappiamo ai ricordi del liceo troviamo che lo stilista armato della più grande prosa latina, Giulio Cesare, convoca il nemico, manda ambascerie all’alleato, marcia, uccide, fa ricognizioni, descrive alberi, mores, fiumi, venti e figure, abiti e cipigli, esige il pegno degli ostaggi, minaccia l’impiego di navi e cavalleria e genio militare, e gli interlocutori gli riferiscono inimicizia e veti oppure blandizie e scambio, notizie segrete, ma sempre nel presente, con un sentimento carnale del tempo breve necessario alla storia, e spesso con la stessa procedura del discorso indiretto che domina nel linguaggio della cronaca milanese di duemila anni dopo. Non ricordo luoghi in cui sia usato il futuro anteriore, ma il centone della guerra gallica è tutto concepito per spiegare la gloria e la vergogna di quel che è successo a chi poi avrà letto, futurum exactum, le res gestae del divino condottiero.

 

Il testo di Feltri ha poco posto per la gloria. Quello fu un anno di abbassamento, ma non nel senso dell’umiltà. L’unico blasone è degli sconfitti che resistono e naufragano. L’unico testimone virile, direi l’unico togato che giudica con carità e verità, è Indro Montanelli, che sente Craxi e Andreotti come capri ardenti sul rogo, non ci può fare niente, ma al fondo tributa loro la sua stima di storico del presente (anche lui). Per il resto è un diluvio di sotterfugi, di mezze verità, di scandalose bugie, di ammissioni impudenti, e a esserne travolti sono un senso minimamente decente della giurisdizione, cioè lo stato di diritto, una politica piagnona e bestiale in cui ai combattenti si sostituiscono i profittatori: tra comparsate e comparaggio, si illustrano i lacerti di un ceto giornalistico pusillo e credulone, bugiardo e ruffiano, dall’ultimo cronista di procura che gira in redazione con il sorcio in bocca del segreto investigativo a tipacci che prostituiscono per faziosità il resto della loro antica intelligenza (Bocca su tutti, ma non è il solo).

 

Una volta Feltri in un’intervista disse: “Cercavo l’ambiguità morale nei romanzi”. Direi che con questo libro, fondato sulla sua vecchia inchiesta, quell’ambiguità l’ha trovata. Con il suo corteggio di viltà, di supponenza, di fame e volontà di potenza, con i provincialismi e il cattivo gusto di una cortigianeria frustrata, Feltri l’ha raccontata, l’ambiguità, l’ha rimessa a nuovo. L’ha seguita e riferita, senza battere ciglio, come una trama che sta dipanandosi e che sarà stata giudicata in un tempo necessario alla decenza della verità. Qui troverete delle conferme ormai ovvie anche per i vilains, i protagonisti meschini di allora: l’obbligatorietà dell’azione penale non c’entrava, non c’entrava la sanzione di reati personali, non c’era alcuna imparzialità della giurisdizione, la magistratura era politicizzata e mediatizzata, il processo al regime calpestava i diritti delle persone, la tortura della carcerazione preventiva funzionava a dovere, e con un certo piacere di chi la comminava; le fazioni si misero in moto per allontanare il calice di un sistema fritto e rifritto nelle tangenti, ma sotto gli occhi di tutti e con vantaggio comune. Ogni grandezza scomparve, il carattere feroce degli italiani emerse con tratti tragici e anche grotteschi, tutti i moralizzatori sono stati uno dopo l’altro violentemente moralizzati. Lo sradicamento della corruzione non era solo, alla luce dei vent’anni successivi, un vaste programme, come l’abolizione della fame, della sete o della stupidità, era anche un equivoco ideologico reazionario, un instrumentum regni dei più abusati. Presero corpo nel Terrore gli effetti di contrappasso delle adulazioni, degli imboscamenti, delle sinecure repubblicane alle quali in tanti attingevano, senza la luce della passione, con una grettezza senza confronti, e quel contrappasso si manifestò nella denigrazione delatoria, nel tentativo di salvare l’onore degli altri incuranti del proprio, nell’abbandono totale del bene comune e della Repubblica a un’ondata di follia riparatrice, una purga che era giacobina e staliniana presuntivamente, ma nella farsesca versione della seconda volta, della ripetizione della storia.

 

Feltri era allora nei suoi primi vent’anni, faceva la gavetta. Viveva nell’ambiente in cui tanto meticolosamente fioriva la retorica delle mani pulite con la sua delittuosa aria di oggettività. Era ovviamente un indignato dell’epoca, lo spettacolo di una classe dirigente in rotta forse lo avrà eccitato, magari qualcosa non gli tornava, ma certe esperienze sembrano fatte apposta per conquistare i cuori dei ragazzi. Sta di fatto che qualche anno dopo, alle prese da professionista con il fenomeno, gli sono venuti fuori una vena malinconica e uno scetticismo intellettuale e morale che hanno qualcosa di struggente. Vedere per credere: era la lezione delle retate notturne, degli interrogatori in favore di telecamere, delle umiliazioni di una lunga storia senza riguardo per la sua verità profonda. Non credere per vedere è stata invece la sua regola. L’occhio ha vagato tra i documenti, le testimonianze, lo sviluppo al presente storico degli avvenimenti, tra ladri ambigui e guardie di una fissità paranoide, e il giovane che aveva creduto tutto senza vedere niente si è ritrovato a smascherare, nel suo magnifico futuro anteriore di italiano diffidente, questo marcescente idolo del vero giuridico, che era un sordido fatto politico.

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