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Nonviolenza feconda

Ragioni storiche e politiche per non derubricare a “protesta” il modus operandi dei Radicali.

3 Gennaio 2016 alle 06:27

Nonviolenza feconda

Marco Pannella (foto LaPresse)

Al direttore - I metodi della lotta civile e politica nonviolenta hanno una storia lunga e teoreticamente complessa, non possono essere sbrigativamente definiti – come è successo a Maurizio Crippa alcuni giorni fa – una “pratica protestaria” di stampo “pannelliano”. Emergono nella cultura e nella prassi politica contemporanea, con tutta la loro ricchezza teorica e di prassi, grazie ai movimenti per i diritti civili esplosi negli Stati Uniti agli inizi degli anni 60. Discendevano però da intuizioni fiorite, alla fine dell’Ottocento, in una Londra vivacizzata, sotto la coltre vittoriana, da movimenti e idee che nel loro complesso oggi siamo soliti ricordare come il premarxista “socialismo umanitario”. In quella Londra venivano messi a fuoco i temi che poi hanno formato l’arma d’urto dei movimenti americani per i diritti civili: dalla libera sessualità al libero amore, dal vegetarianesimo alla nonviolenza e alle sue pratiche di lotta: la disobbedienza civile, ecc. Tanta fioritura venne sommersa dall’avvento della cultura e prassi marxista, con il suo non mediabile scontro di classe. Quel socialismo umanitario lasciò come sua eredità storica la Società Fabiana e la London School of Economics. Riapparve con i movimenti americani dei diritti civili (già preconizzati, peraltro, dalla Carta delle Nazioni Unite dell’ottobre 1945), tra Berkeley, Woodstock e la Marcia su Washington di Martin Luther King.

 

E’ su questi capisaldi che si è venuta elaborando una teoria generale dei rapporti tra individuo (o soggetto) e Stato profondamente innovativa rispetto al liberalismo tradizionale. Una compiuta teoria radicale dei diritti civili si contrappone a ogni concezione dello Stato come entità etica, a ogni statualità che si concepisca come “une et indivisible” secondo la tradizione giacobina. Si contrappone anche al Machiavelli e alla sua concezione del potere. Ed è oggi di enorme attualità e freschezza, nel processo in corso di costruzione di una soggettività, di una umanità, adeguata alle esigenze della globalizzazione universalista. Nel disfarsi – innanzitutto nell’occidente – dello Stato-nazione, nella stessa vicenda delle migrazioni epocali cui stiamo assistendo, l’uomo, il singolo, esige e richiede la formalizzazione dei suoi diritti “umani”, uguali e universali, al di là di ogni frontiera. E’ su un assunto del genere, seppur con mezzi violenti e armi di guerra, che l’occidente è in guerra con l’islam o con le sue estremizzazioni; ed è proprio per impedire il diffondersi di quei diritti civili che lo Stato islamico oggi, ma in realtà ogni fondamentalismo, schiera le sue armate.

 

Nella difesa e promozione dei diritti civili il singolo, il soggetto, pone in campo non solo le “idee” ma anche il suo “corpo”, che così diventa parte integrante del soggetto, della soggettività. Può, in questa veste e funzione, divenire esso stesso protagonista e “attore” della politica. E’ in questa dimensione che va collocata la “disobbedienza civile” o l’“autodenuncia”, che non è una “manfrina” ma un gesto responsabile di confronto con l’istituzione pubblica, lo Stato. L’individuo chiede allo Stato di giudicarlo, e magari condannarlo, secondo le leggi proprie allo Stato. Il confronto giudiziario richiesto dal gesto di disobbedienza o dalla autodenuncia – formulata nel pieno e scrupoloso rispetto della legge – dovrebbe far scaturire una più profonda comprensione della norma vigente, della sua validità o inadeguatezza. Ecco il fondamento di quelle “pratiche” nonviolente cui Crippa guarda con diffidenza. Sono “pratiche”, dunque, non “protestatarie” (niente “grillismi!”) perché si pongono e pongono obiettivi ben precisi, in termini di rispetto, ma anche di fondazione delle leggi. Che devono avere dunque, come elemento essenziale e inderogabile, il rispetto del soggetto e l’autodeterminazione del corpo. Anche per quel che concerne la scelta del momento di concludere la propria vita, se ritenuta non più degna di esser vissuta. Che lo Stato definisca per legge questa libertà non significa promuovere la “negazione della vita”.

 

Una legge sul “finis vitae” non costringe nessuno alla pratica dell’eutanasia, ma lascia libertà di farlo a chi lo voglia, nel rispetto delle sue motivazioni, come anche delle modalità necessariamente imposte dalla legge.

 

 

La risposta statale su Welby e droghe leggere

 

Ovviamente, perché il gesto nonviolento sia vero momento di lotta e non gratuito esibizionismo, dovrà esservi congruenza tra mezzi – la disobbedienza civile, l’autodenuncia, ecc. – e obiettivi. L’emancipazione dei neri negli anni 60 in America, o la liberazione della donna da condizioni inadeguate al suo essere “persona” autodeterminata, o anche una intensa stagione referendaria radicale, possono aprire nel paese, grazie alla clamorosa disobbedienza civile, un dibattito di alto livello. Fu questa la scelta di Piergiorgio Welby, e fu questa la motivazione per la quale la chiesa gli inibì il sacramento. Il suo era un gesto volutamente pubblico e, per questo, condannabile e condannato. Poi, se qualcuno abusa o usa male lo strumento, c’è solo da denunciare la pochezza o l’inadeguatezza del suo gesto. In un dibattito che investa l’opinione pubblica (e non resti ristretto “tra il radicale e la Chiesa”), il vero e il falso possono essere messi in luce. Ma quasi sempre è questo che non si vuole. Rita Bernardini si è autodenunciata per coltivazione e possesso di piante di marijuana. E’ un reato codificato, ma l’autorità pubblica si guarda bene dal dare corso alla sua autodenuncia. E’ facile capire il perché.

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