Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Caro Renzi, guardati dalle coalizioni

Redazione
Ieri per la prima volta Matteo Renzi non ha escluso modifiche alla legge elettorale. “Io preferisco il premio alla lista. Poi è ovvio che non abbiamo totem ideologici”.

Ieri per la prima volta Matteo Renzi non ha escluso modifiche alla legge elettorale. “Io preferisco il premio alla lista. Poi è ovvio che non abbiamo totem ideologici”. E poiché questa allusione al premio di maggioranza attribuito alla coalizione suona inquietante alle orecchie di tutti gli osservatori delle alterne avventure del moderno centrosinistra, vale forse la pena di richiamare anche alla memoria del presidente del Consiglio un po’ di storia recente.

 

Viveva ancora a Firenze, certo, eppure Renzi dovrebbe ricordare com’era Antonio Di Pietro alleato di coalizione con Walter Veltroni nel 2008. La promessa (pre elettorale): “Ma certo, faremo un gruppo parlamentare unico”. E la pernacchia (post elettorale): “Non ci sono le condizioni per un gruppo unico con il Pd”. E il premier frequentava ancora l’università, certo, eppure basterebbe chiedere a Francesco Rutelli come fu che un pomeriggio del 1997 Fausto Bertinotti (pistolero in quel mucchio selvaggio chiamato Unione) ammazzò il governo di Romano Prodi. Tutte vicende che dovrebbero risuonare nella testa di Renzi come un nitrito d’apocalisse ogni qual volta qualcuno – Alfano – gli sussurra le paroline velenose: “Premio alla coalizione”. Arturo Parisi, uno che il bipolarismo ha sempre cercato di difenderlo, si è rivolto così a Renzi, qualche settimana fa: stia attento, la storia ha dimostrato che le coalizioni producono distorsioni, agevolano il potere di ricatto dei piccoli partiti e sono state la tomba di troppi governi. E insomma va bene la rottamazione, con lo slancio gioioso verso un futuro indeterminato. Ma ignorare il passato è pericoloso. Oltre che stupido.

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