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La messa in scena di Mafia Capitale

Perché Mafia Capitale non è un evento di cronaca giudiziaria tra i tanti, ma segna una svolta qualitativa nei rapporti fra Politica e Magistratura.

20 Ottobre 2015 alle 13:34

La messa in scena di Mafia Capitale

Un'immagine del Campidoglio, sede del Comune di Roma

Pubblichiamo uno stralcio della relazione del Presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane Beniamino Migliucci, pronunciata il 27 settembre al congresso delle Camere Penali

 

 

 

Dopo aver esercitato per molti anni il suo ascendente, populisticamente guadagnato, di prestigioso e unico garante della legalità e della democrazia, e dopo aver fatto ricorso al potere di interdizione su tutte le questioni della giustizia, la Magistratura vive una crisi di identità. Priva delle spinte ideologiche, che pure ne avevano sostenuto l’azione e garantito la coesione, e vittima di una sindacalizzazione corporativa, perde colpi, credibilità e consensi nell’opinione pubblica. E non sempre per gli stessi motivi.

 

Ne perdono molta, per l’ansia giustizialista prevalente nella società, anche i giudici che, con una serie di pronunce di segno assolutorio, vengono indicati all’opinione pubblica come corresponsabili di un sistema di immunità per aver rinunciato al ruolo salvifico di riscatto dal “male”, senza che nessuno, se non gli avvocati penalisti, difenda la loro autonomia e indipendenza.

 

In questo alveo, e solo a titolo di esempio, si inseriscono in ordine di tempo la sentenza della Corte di Appello di Milano che assolve Berlusconi dal reato di concussione (alla quale seguono le clamorose dimissioni del giudice dissenziente); la sentenza della Corte di Appello de L’Aquila, all’esito della quale tutti i componenti della Commissione Grandi Rischi, condannati a sei anni in primo grado, vengono  assolti con la formula perché il fatto non sussiste; la sentenza “Eternit”, con la quale la Corte di Cassazione annulla, per intervenuta prescrizione, la condanna a diciotto anni emessa nei confronti dell’unico imputato di disastro ambientale.

 

L’intero sistema di consenso popolare, costruito sulla immagine simbolica della Magistratura e del processo penale come strumento di contrasto al “male”, entra, dunque, in crisi.

 

Tale situazione consente al Presidente del Consiglio qualche affondo, non privo di efficacia, nei confronti della Magistratura in difficoltà, che va dalla sortita simbolica sulla riduzione delle ferie dei magistrati, che in realtà colpisce più l’Avvocatura, alla ben più seria riforma della “legge Vassalli” sulla responsabilità civile dello Stato.

 

La Politica è, tuttavia, evidentemente sottratta alle leggi della fisica: non è come un gas che si riespande non appena venga meno la forza che lo comprimeva. Sebbene la Magistratura sembra aver ridotto la sua capacità di condizionamento sulla Politica, la Politica stenta a riconquistare le proprie prerogative,  a riaffermare la sua progettualità ed a risanare e moralizzare la sua azione.

 

E’ proprio in questo contesto politico che irrompe sulla scena l’indagine della Procura romana “Mafia Capitale” che, nell’ambito del disvelamento di fatti corruttivi correnti fra criminalità locale, managers e politici capitolini, ipotizza l’esistenza di una nuova mafia “originale e originaria”.

 

La manifestazione mediatica con la quale la Procura romana mette in scena, attraverso una conferenza stampa multimediale e una diffusione da trailer cinematografico degli arresti, l’operazione “Mafia Capitale” sembra anch’essa la riaffermazione di un rapporto di forza, tutto spostato sul piano dell’investigazione penale.

 

La Politica mostra, ancora una volta, in questo nuovo contesto giudiziario la sua fragilità e, la Magistratura, la sua rinnovata potenzialità mediatica e processuale, capace di controbilanciare la perdita di terreno, cercando di riacquistare consenso con una prova muscolare di autorevolezza, proponendosi quale unica effettiva tutrice della “legalità”.

 

L’immediato ed evidente risultato di questa contro-spinta è l’inserimento di un magistrato antimafia della Procura palermitana, il dott. Sabella, nella Giunta capitolina, dove va a ricoprire il ruolo di Assessore alla Legalità, così come era successo poco prima a Palermo dove, con pubblico disappunto dello stesso Procuratore reggente dott. Leonardo Agueci, un magistrato della sua stessa Procura veniva chiamata in Giunta dal Governatore siciliano Salvatore Crocetta.

 

[**Video_box_2**]Questa modalità merita di essere valutata attentamente per ciò che significa, sotto molteplici profili di legittimità ordinamentale, istituzionale, politica e costituzionale.

 

La prassi di iniettare magistrati direttamente dalle Procure negli assessorati regionali e comunali disastrati si ripete e si moltiplica, infatti, al di fuori di ogni regolamentazione legislativa.

 

I magistrati, che una volta si candidavano in libere elezioni per occupare spazi nella politica attraverso il consenso elettorale, si catapultano, di fatto, sulla scena politica direttamente, per saltum, sull’onda delle loro indagini. A causa della mediatizzazione delle stesse, una Politica debole consegna alla Magistratura il ruolo di tutrice della legalità, avallando il sistema deprecabile dei magistrati fuori ruolo.

 

Nell’Italia delle mille Gotham city, la Politica non si fida più della Politica: solo il magistrato, soprattutto quello “antimafia”, è garanzia di legalità. Il fenomeno squilibra il sistema: la contaminazione tra Magistratura e Politica si aggrava ancor più di quanto non lo sia già, perché il potere giurisdizionale è già insediato nei gangli ministeriali centrali e nelle commissioni legislative.

 

La Politica in cerca di protezione e di tutela abbandona i propri ambiti e, dopo avere nel tempo ampiamente delegato alla Magistratura compiti che non le erano propri, favorisce la violazione del principio di separazione dei poteri.

 

Una invasione di spazi, questa, operata in maniera impropria, attraverso la conquista mediatica del consenso popolare, condotta, dunque, del tutto extra ordinem, al di fuori di ogni garanzia minima di legittimità e di responsabilità politica.

 

 “Mafia-Capitale” non è un evento di cronaca giudiziaria tra i tanti, ma segna una svolta qualitativa nei rapporti fra Politica e Magistratura, fra media e Procure, ma anche fra Procure e Magistratura nel suo complesso. Mostra improvvisamente nuovi modi di organizzare l’impatto mediatico delle indagini e un nuovo rapporto, inedito in parte, fra Politica e Magistratura.

 

La Procura “antimafiosa” diviene così l’immagine del “bene assoluto”, che ridisegna la storia, vuole riscrivere i codici e, attraverso la sua azione giudiziaria, modella la Verità, mutata nella sua stessa Rappresentazione.

 

Male è la Politica che non vorrebbe più piegarsi ai veti della Magistratura e impone norme contrarie ai suoi voleri.

 

Male è il giornalismo quando non si piega ai desiderata delle Procure e offre spazi informativi a chi cerca il senso delle cose al di fuor del “pensiero unico”, che spesso i media avallano, perché meno complicato e più vicino a una acritica e generica idea del “bene”.

 

Male sono i giudici che assolvono, esposti da Procure e media al pubblico ludibrio.

 

Male è anche l’Avvocatura, considerata troppo spesso solo un obliquo strumento favoreggiatore e un intralcio inutile, se non pericoloso, per l’accertamento della verità, intesa non come risultato provvisorio e falsificabile, ma come esito del parto gemellare che ha messo al mondo la Verità e l’Indagine al tempo stesso.

 

Il modello di “Mafia Capitale”, dunque, risulta essere un esperimento in vitro e il manifesto di una ideologia post-moderna, destinato a produrre inevitabili squilibri: il Legislatore tentenna a introdurre norme che consentano di applicare a fenomeni criminali corruttivi le norme antimafia? Bene, c’è un rimedio: i fatti corruttivi vengono interpretati in chiave mafiosa, così che, se le norme non si piegano ai fatti, saranno i fatti a piegarsi alle norme.

 

Le garanzie non si abrogano solo con le leggi: la postulata mafiosità impone al processo ritmi e cadenze necessitate dalla gravità del fenomeno e che l’avvocato debba inseguire l’indagato nelle carceri poste ai confini del regno, dove è stato collocato per motivi di sicurezza antimafiosa, è corollario insignificante.

 

D’altro canto, le Procure antimafia segnalano concordemente che, per combattere la corruzione, occorre esportare le regole del “doppio binario” nei procedimenti che riguardano i reati contro la Pubblica Amministrazione, il che apre la strada a una estensione delle minori garanzie a fenomeni delittuosi totalmente diversi da quelli per cui tali regole erano state pensate. L’eccezione fagocita la regola. Il “doppio binario” aspira ad essere l’unico.

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