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Nella Comune di Livorno

Sindrome greca, divisioni e inconciliabilità culturale tra movimentismo e amministrazione. Cosa succede ai grillini quando un grillino arriva al governo? Inchiesta sul caso Nogarin. A un anno dalla vittoria dei 5 stelle, Livorno, per i nemici di Grillo, è diventata  un laboratorio per conquistare i grillini delusi

30 Agosto 2015 alle 06:22

Nella Comune di Livorno

Filippo Nogarin è nato a Rosignano Marittimo il 4 settembre 1970. Dall’11 giugno 2014 è sindaco di Livorno. E’ stato eletto con il Movimento 5 stelle

Livorno. In mezzo a tutta questa Roma e a tutta questa Sicilia, fra il funerale dei Casamonica, i rifiuti della Capitale, Ignazio Marino che sbrocca con la signora che gli parla del sudicio per le strade e le presunte intercettazioni di Rosario Crocetta, ecco in mezzo a questo caravanserraglio estivo tutto romano e tutto siculo, rischiavamo di perderci Livorno. La città che poco più di un anno fa era su tutti i giornali perché espugnata dal M5s e da Filippo Nogarin, l’ingegnere a cinque stelle diventato sindaco e, per un paio di mesi, ospite fisso delle trasmissioni tivvù, con il suo zainetto, la bicicletta, gli occhialoni da sole e i selfie da San Vito Lo Capo. Pareva che dovesse spaccare il mondo, il grillismo livornese, arrivato al potere più per demerito del Pd che per meriti propri. Mentre a Siena, città refrattaria ai movimenti antisistema, una vittoria del M5s non è pensabile (non è riuscito a vincere neanche alle amministrative del 2013, dopo il disastro Pd-Mps nella città del Palio), l’anarchismo livornese e gli errori della sinistra l’hanno resa possibile sulla costa. I sondaggi riservati del Pd regionale dicevano che la sfiducia nel sindaco precedente, Alessandro Cosimi, era al 77 per cento. Segno che la città non ne poteva più e voleva togliersi il bubbone. E dunque sono arrivati Nogarin, il M5s, i suoi MeetUp e il civismo quale forma di governo: pareva che dovessero spaccare il mondo, o quantomeno Livorno, e invece è arrivata anche una botta di realismo.

 

E’ l’ora della sussidiarietà orizzontale a Livorno. Un cittadino, Enrico, ha scritto un tweet al sindaco per chiedergli perché il prato di piazza Mazzini non venga mai annaffiato. “E’ giallo!!!”. Laddove per giallo non si intende che c’è un mistero da risolvere; è proprio giallo, nel senso che è secco. Ma, Enrico mio, gli ha risposto Nogarin, in netto anticipo su Alessandro Gassmann e le sue ramazze uruguayane pro Roma, “hai mai preso in considerazione di farlo te. Sarebbe un piccolo bellissimo gesto importante per tutta la città”.

 

Coraggio, livornesi, sia ribaltato uno dei princìpi cardine del M5s: non è il sindaco un vostro dipendente, ma siete voi dipendenti del sindaco. Dunque, coraggio, armatevi di un annaffiatoio e date acqua a giardini e piante, non chiedetevi, kennedianamente, che cosa il comune possa fare per voi, ma che cosa voi potreste fare per il comune. E poco importa che a Livorno le tasse siano aumentate, le amministrazioni non sono fatte di soli tributi, è con lo spirito civico che si batte il fancazzismo dei giardinieri pubblici, dell’Operaio Qualunque: il cittadino è pienamente titolato ad armarsi di sistola.

 

A Livorno, insomma, Nogarin sostituisce le istituzioni con il MeetUp, piuttosto attivo e pure litigioso (in un anno di governo si sono spaccati ed è nato un MeetUp parallelo, peraltro diffidato dal sindaco). Ma non ci sono solo giardini da tenere puliti: Nogarin ha spiegato che a dare una mano al comune con la mobilità e il trasporto pubblico c’è un gruppo di volontari – il Pd ha poi chiesto, visto che il M5s è così attento ai curricula, quali requisiti avessero questi volontari e perché non potessero occuparsene gli uffici pagati per farlo – e quando è mancato il personale per sorvegliare un concorso per alcuni autisti dell’Aamps, la società partecipata che si occupa di rifiuti, sono stati chiamati a vigilare, di nuovo, alcuni volontari. Quando, mesi fa, è stato approvato un piano di “riorganizzazione” dei servizi sociali (traduci: tagli) tutto risparmio e botte da orbi a Caritas e Arci (fra le varie riduzioni, è stato dimezzato alla Caritas il contributo per la mensa dei poveri, da 117 mila a 58.500 mila euro, ed è stata ridotta l’erogazione all’Arci da 134.200 mila a 100 mila euro per il centro di accoglienza dei senzatetto), il comune ha deciso di ampliare la rete assistenziale sul territorio, sponsorizzando l’“Emporio solidale Livorno per tutti”. Già, ma di chi è il progetto, presentato durante un’assemblea del MeetUp di Livorno? Di due attivisti del M5s. Per raccogliere idee su Porta a Mare, un’area in fase di ristrutturazione, è stata usata una piattaforma informatica, Airesis, creata dal M5s e utilizzata dai MeetUp.

 

E insomma, è l’ora del civismo pentastellato, tutto il potere al MeetUp: via gli amici del Pd, dentro gli amici del M5s. E’ andata così anche per la guida dell’azienda dei rifiuti, funestata da debiti e a rischio fallimento. Dopo l’insediamento, Nogarin ha nominato amministratore unico Marco Di Gennaro, perito informatico senza alcuna esperienza in materia di rifiuti. La nomina ha fatto arrabbiare sia parte del MeetUp livornese, che si è spaccato dando vita a un MeetUp alternativo, perché Di Gennaro, difeso da Nogarin al grido di “sarà il nostro Steve Jobs”, era già stato candidato alle europee e quindi in quanto trombato non avrebbe potuto essere riciclato altrove (il regolamento del M5s, signora mia!), sia altri M5s: “Che differenza c’è tra il Pd quando nomina in una partecipata del comune una brava persona ma senza idonee competenze e il M5s quando nomina una brava persona ma senza idonee competenze? Nessuna”, hanno protestato dal M5s di Massa e Carrara. Di Gennaro, attivista a cinque stelle, si è dimesso qualche mese dopo; Nogarin ha spiegato che c’erano motivi di salute che rendevano impossibile la prosecuzione dell’incarico, ma il collegio dei revisori dei conti ha spiegato, in un’audizione, che Di Gennaro aveva perso “il controllo dell’azienda”. Tant’è che Di Gennaro è rimasto nel cda della società.

 

Doveva insomma spaccare il mondo, questo grillismo livornese, eppure ci sono promesse ancora rimaste inevase. Per ora, il successo maggiore della giunta è lo stop al nuovo ospedale, progetto che rientrava in un accordo di programma sottoscritto prima dell’arrivo dei Cinque stelle al governo (il no all’ospedale era uno dei punti principali del programma del M5s, che vorrebbe invece rimettere a posto la vecchia struttura). “Hanno fatto bene a stopparlo; a costruirlo sarebbero state le solite cooperative…”, dice al Foglio Guido Guastalla, esponente di spicco della comunità ebraica livornese, editore. Sull’onda dell’entusiasmo, Nogarin promise trasporti gratis per tutti e lo scrisse anche nel programma elettorale, in cui si legge: “Si dovrà instaurare una politica dei costi del biglietto incentivante, attraverso una progressiva riduzione – tendente alla gratuità – iniziando dalle fasce economicamente deboli”. I bus a Livorno si pagano ancora, anzi l’amministrazione ha tagliato 400 mila euro al servizio pubblico, ma Nogarin ha spiegato di aver preso un impegno sul lungo periodo: ci vorranno dai 5 ai 7 anni per i bus gratis. Insomma, campa cavallo. Le fasce economicamente deboli, intanto, hanno ricevuto una mazzata sui rifiuti: la giunta ha cancellato l’esenzione dalla Tari per 1.800 famiglie più povere (valore: 432.094 euro), facendo borbottare qualche consigliere comunale del M5s.

 

[**Video_box_2**]Il partito di Beppe Grillo a Livorno non è più compatto come un tempo. Quando prese la Bastiglia, cioè Palazzo Civico, riempì la piazza davanti al comune, sventolò bandiere e gridò contro il Pd: “La pacchia è finita”. Ora quella compattezza è venuta meno. Non solo per la battaglia sui vertici dell’azienda dei rifiuti. A fine 2014 fece discutere la delibera del comune che fissa un rimborso ai membri della giunta residenti fuori Livorno per il viaggio da casa a lavoro (23.242 nel 2014 e 38 mila euro l’anno nel 2015 e nel 2016). Ci fu persino una vignetta satirica in cui Nogarin, beneficiario del rimborso perché residente a Castiglioncello, era raffigurato come un rapinatore che chiedeva, a un povero dipendente comunale, “o la RIMborsa o la vita”. Partirono querele, a carico del vignettista e dei giornali che l’avevano pubblicata, poi ritirate dopo diverse proteste. Forza Italia presentò poi un atto in Consiglio comunale per chiedere il ritiro della delibera, votato anche da tre consiglieri a cinque stelle. “Ho accettato di percorrere questa avventura – disse il consigliere grillino Alessandro Mazzacca in aula – consapevole di quali sarebbero state le difficoltà: avendo un’attività avrei dovuto avvalermi di una persona che mi sostituisse quando sono qui. Il gettone non copre certo le spese, non è equivalente a un lavoro. Ma ho fatto lo stesso questa scelta, sapendo a cosa andavo incontro”. Nogarin si difese dicendo che la sua giunta aveva fatto meglio di quella di Parma, perché a Livorno tutti gli assessori e il sindaco si sono decurtati lo stipendio, ma non bastò a soddisfare tutti i suoi. Anche sull’approvazione del piano regolatore del porto – non certo un’inezia in una città come Livorno – ci sono stati problemi. Il piano è stato approvato con i voti del sindaco e dell’opposizione (dal Pd a Forza Italia): il gruppo consiliare del M5s si è astenuto (alcuni hanno anche votato contro), perché Darsena Europa, un progetto di ampliamento del porto, è considerato dai Cinque stelle “come la Tav”, quindi dannoso per l’ambiente. “Insomma sembra – dice al Foglio lo scrittore Simone Lenzi – che siano ancora indecisi fra la lotta e il governo. Ma volendo essere tutti e due producono questa strana contrapposizione fra la giunta e i consiglieri comunali. Alla fine nel M5s è come se ci fosse una diffidenza congenita e consustanziale verso chi ha un ruolo di governo”.

 

Dunque, come sta Livorno un anno dopo? “La trovo in stand-by”, dice al Foglio Guastalla, già capo dell’opposizione livornese di centrodestra. “La città non ha una dialettica dalla quale nasca una sintesi positiva, anche se questa amministrazione cerca disperatamente di rompere quell’intreccio, che io ho sempre combattuto quando ero in Consiglio comunale ed ero capo dell’opposizione, fra politica e cooperative. Ma è dura. Ora fanno un’altra Ipercoop, quando ce ne sono già due o tre. A suo tempo dissi che non volere l’apertura di Esselunga (uno dei cavalli di battagli di Nogarin, osteggiato dalle giunte precedenti, ndr) era un errore perché era nell’interesse della Coop e anche dei cittadini avere concorrenza sulla qualità dei prodotti e dei prezzi. Ma i comunisti sono come i senesi: pensando di fare il loro presunto interesse, in realtà fanno esattamente il contrario. E’ l’eterogenesi dei fini che li punisce”. La punizione è stata l’arrivo dei Cinque stelle al governo. “Non vedo un progetto sistematico per ripartire, eppure la città potrebbe farlo”, prosegue Guastalla. “Con il porto, con le industrie, con il centro intermodale, con il cantiere Benetti, che fa yacht da 50-100 metri. Ma avrebbe bisogno di essere ripulita, rimessa in sesto. Avrebbe bisogno di un progetto e di un nome per questo progetto. In ambito ebraico, ci sono due personaggi famosi in tutto il mondo, David Azulai, famoso cabalista che ha vissuto 35 anni a Livorno, e Sabato Morais, teologo, famosissimo negli Stati Uniti. I miei amici studiosi di New York mi chiedono come mai Livorno non si occupa di questi personaggi. Eppure la cultura, le tradizioni e le religioni, tutto ciò che insomma appartiene alla sovrastruttura, sarebbero molto importanti per rilanciare l’economia. La gente vive anche di immaginazione, di idee, rapporti, tradizioni, di passato proiettato nel presente e nel futuro… Poveretti questi nuovi amministratori: il Consiglio comunale è formato di persone improvvisate o, come diciamo a Livorno, improvvise”. Per dire, il M5s aveva fatto una mozione per far cambiare via Grande in via Che Guevara. “I livornesi – spiegò il consigliere grillino Daniele Esposito – sono legati al mito del ‘Che’, e ricordarlo nella via Grande, la strada centralissima di Livorno, meta per lo shopping e dei turisti, è un segnale importante”. Ma se proprio vuoi tornare alle tradizioni, riprende Guastalla, “chiamala via Ferdinanda, come si chiamava in omaggio a Ferdinando De’ Medici. Che senso ha chiamarla via Che Guevara? E’ come quando la sinistra voleva chiamare PalaGramsci il Palazzetto dello Sport, che poi è stato intitolato a Modigliani dopo un referendum”. Insomma, dice Guastalla, in questa città, “manca una classe dirigente. Il vescovo Coletti, venuto da Milano nel 2002, ex direttore del seminario ambrosiano, amico di Martini e Tettamanzi, quando andò via disse: cari ragazzi, la vita non può essere andare a fare il bagno a Calafuria, è anche impegno. Ma questa città la sua classe dirigente l’ha perduta da tempo ed è allo sbando, nelle mani del primo venuto”.

 

Dice Lenzi che Livorno “continua a soffrire di quella mentalità che si riscontra già nei suoi movimenti e nei partiti: è autoreferenziale, chiusa in se stessa. Ma non puoi pretendere che il mondo parli livornese. Ecco, noi soffriamo dell’incapacità di tradurci, si pretende che il mondo parli livornese e invece non è così. Per questo Livorno mi sembra sempre più tagliata fuori dal mondo. Anche se, certo, ci sono dei dati positivi. Il volume di traffico del porto, da quando è stato annunciato Darsena Europa, è aumentato”. Ma non è tutta colpa della politica, dice Lenzi. “Io posso muoverle delle critiche, ma non è l’amministrazione comunale a cambiare il destino della città. Si tende a dare troppa importanza alla politica. Sono finiti per sempre i tempi in cui a trovare casa e lavoro ci pensavano il partito, lo stato o il porto, ma non eri mai te. Serve un cambio di mentalità, ma se non ci muoviamo noi nessuno si muoverà per farlo; questa indolenza, se vuole, è tipica delle città di mare, aggravata però da una mentalità storica e radicata in città, per cui alle cose ci deve pensare sempre qualcun altro”. E i Cinque stelle hanno contribuito a questa indolenza? “Io mi aspettavo che Grillo e Casaleggio mettessero a disposizione le loro menti più brillanti, ammesso che le abbiano. In questo anno ho visto spesso tanto folklore, ma il Churchill grillino non è arrivato”.

 

In un anno, Nogarin non si è fatto mancare nulla (idem per i membri della sua giunta), anche una polemica diplomatica con Israele. Ad agosto dell’anno scorso, alcuni attivisti di sinistra appesero, durante i festeggiamenti di “Effetto Venezia”, popolare festa organizzata nel quartiere della Venezia, uno striscione contro Israele. “Fermare il genocidio a Gaza, Israele vero terrorista”. Il sindaco non fece rimuovere lo striscione, anzi disse che quella era “una frase generica” e che aiutava “a sviluppare un ragionamento”, “a far salire l’attenzione su questa nuova ondata di morte e terrore” e che lo striscione poteva restare lì. Fu tolto solo dopo la protesta dell’ambasciatore Naor Gilon, che scrisse una lettera a Nogarin. Dopo la pernacchia (eufemismo) a Israele, la giunta a cinque stelle se n’è concessa una anche ad Angela Merkel. Il giorno dopo il partecipatissimo – in Italia si è sfiorato il cento per cento! – referendum greco di Alexis Tsipras, sul comune è stata appesa una bandiera ellenica, in solidarietà al popolo greco. A Livorno non sono mancate pure le gaffe. L’assessore al Bilancio Gianni Lemmetti si è presentato in conferenza stampa con una t-shirt che aveva stampata sopra l’abbreviazione di un detto popolare: “Vi stracao sur petto”, laddove stracao sta proprio per stra-cagare (o cacare, Nanni Moretti terrebbe una lezione su questo). Lenzi, sul Tirreno, rispose con un editoriale dal titolo “Vestiti ammodino”. “Mi pare evidente che un assessore al Bilancio non possa presentarsi in conferenza stampa con una maglietta sulla quale appare impresso l’intento programmatico di defecarci sul petto. Per molte e valide ragioni, la più fondata delle quali è quella che lo stipendio glielo paghiamo noi e non certo per essere oggetto di pratiche estreme quale quella di cui sopra”. Dalla politica nazionale, invece, Nogarin si tiene a debita distanza. Anche perché ha rischiato di aggiungersi alla schiera dei dissidenti espulsi dal M5s. Quando Federico Pizzarotti organizzò la sua assemblea a Parma in un primo momento il sindaco livornese avrebbe dovuto partecipare. Poi declinò, per rischio di ritorsioni del duo Grillo-Casaleggio. Fece in tempo, però, a solidarizzare con la prima ondata di espulsi, tra cui il deputato fiorentino Massimo Artini. Poi, sull’argomento, per quieto vivere, non è più tornato. Bastano gli striscioni antagonisti, le t-shirt cacofoniche e le bandiere greche, greche come le olive.

 

E quelli che c’erano prima? Che fine hanno fatto? Sono ancora in stato confusionale. Anche il Partito, cioè il Pd, è in stand-by, come la città. Dopo la sconfitta arrivò a Livorno un commissario, Nicola Danti, fresco europarlamentare renziano, che però, dicono i livornesi, “ha fatto poco o nulla”. Poi è stata eletta la nuova segreteria, che ha scelto di cooptare nella direzione del partito Lenzi e Andrea Romano, da qualche mese parlamentare del Pd dopo la militanza in Scelta civica. “A parte l’operazione di marketing – dice Lenzi – non mi sembra che il Pd livornese abbia trovato la via di svolta e che abbia compreso gli errori del passato. La sinistra, in città, è divisa fra i duri e puri di Buongiorno Livorno (lista civica di sinistra radicale che ha appoggiato Nogarin al ballottaggio l’anno scorso, ndr) e una sinistra di governo, che dovrebbe essere il Pd, rimasta però incancrenita su quelle logiche che ne hanno determinato la sconfitta. Il Pd livornese tutt’oggi è chiuso in se stesso e ha difficoltà a capire la città”. Una città che è cambiata, dice al Foglio Alessio Ciampini, giovane consigliere comunale del Pd. “Credo che ‘l’anno dopo’ si misuri sui fattori sociologici e psicologici. Sociologici perché la città è cambiata radicalmente. Il suo corpo elettorale, il radicamento dell’idea di sinistra, gli ambiti occupazionali, i valori, sono diversi da quelli tradizionali che utilizzano ancora la lente della Livorno delle ‘Leggi Livornine’ e a trazione industriale e proletaria. Questo soprattutto nelle giovani generazioni. L’industria in città è sempre più lontana dalla sua epoca d’oro e quei princìpi classici di integrazione ed accoglienza temo che stiano iniziando a vacillare anche qui. Purtroppo anche la vita istituzionale è poco partecipata e seguita in una città dalla forte tradizione democratica. Questo è il campo sul quale la sinistra deve ritrovare sintonia con la città”. Ma la strada, per il Pd, sembra essere parecchio lunga: “Leggo ancora troppo livore e delusione – dice Ciampini – più che fame e voglia di riconquistare il ruolo di guida della città. C’è bisogno di scrollarsi di dosso l’idea di essere stati ‘traditi’ dagli elettori, c’è bisogno di allontanare l’idea che alla fine ‘tanto torneranno a votarci’, perché questo non è automatico né scontato. E c’è però bisogno anche di capire che se alle elezioni europee o regionali il Pd è stato il primo partito, significa che non siamo scomparsi solo perché non amministriamo”.

 

La sconfitta non ha soltanto tolto le leve di comando alla sinistra, ma anche quattrini. La rappresentazione plastica dell’impoverimento è la Festa dell’Unità, che si è conclusa martedì 28 luglio. Un tempo veniva fatta alla storica Rotonda d’Ardenza, un affaccio bellissimo sul mare. Adesso farla lì è troppo costoso. Il partito, ha calcolato l’ex segretario del Pd Jari De Filicaia, deve rinunciare a 50 mila euro all’anno, derivanti, fra gli altri, dai contributi del sindaco e degli assessori, che oggi non ci sono più. Anche per questo la festa si è dovuta spostare al PalaModigliani, all’uscita della superstrada, luogo decisamente meno suggestivo dell’Ardenza, dove però gli allacci della corrente e dell’acqua ci sono già e l’affitto costa meno che pagare l’occupazione di suolo pubblico. Solo che l’affluenza è molto ridotta, il posto, lontano dal mare, non aiuta la partecipazione. Il partito non ha più soldi e si sente abbandonato, a partire dai più giovani, soprattutto dal suo segretario, sì, quello che fa anche il presidente del Consiglio. Eppure, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il partito livornese non è fatto da cosacchi con i baffoni; i ragazzi che ne fanno parte sono quasi tutti renziani, magari di seconda generazione, e il Pd comunque è guidato da sostenitori del premier. Ecco, anche questi ragazzi sono un po’ delusi, perché Renzi a Livorno non ci va mai. “Credo che il Partito regionale e nazionale – dice Ciampini – debbano investire su Livorno. Qui il M5s è forza di governo. Mi aspetto che gli occhi siano puntati proprio qua, dove messi alla prova, stanno dimostrando di non essere all’altezza nel metodo e nel merito di quanto viene professato a livello nazionale. Sembrano averlo capito Matteo Salvini che già due volte è venuto in questa città, lo hanno capito alla sinistra del Pd (Civati, Fassina, Travaglio) che si fanno vedere a Livorno, aspetto che con convinzione si faccia vedere anche Matteo Renzi dato che in più di un’occasione ha ricordato il ‘suo’ 53 per cento alle europee nel giorno che noi perdevamo il comune…”.

 

A Livorno, dopo la sconfitta della sinistra, ci sono andati un po’ tutti. Pippo Civati ci ha fondato Possibile, al Politicamp dell’anno scorso. Matteo Salvini ci ha fatto campagna elettorale alle ultime elezioni regionali ed è tornato a luglio, quando è andato a protestare davanti al Melo, una casa famiglia dove insieme a giovani donne con figli sono stati inseriti anche cinque profughi. Proprio a fine luglio c’è stato un accoltellamento: un ragazzo di 17 anni del Gambia è stato ferito da un coetaneo nigeriano e Salvini ne ha approfittato per chiedere, “minorenni o no, espulsioni!”. La strategia leghista ha convinto persino Sergio Landi, ex segretario della federazione del Pci e membro del comitato centrale a Botteghe Oscure, che è passato alla Lega nord. Alle ultime elezioni regionali, i dirigenti del Pd se lo sono visto arrivare alle urne come rappresentante di lista, diventando pallidi come un cencio bianco. Ma l’ex segretario pci non è l’unico a essere stato convinto. La Lega, che in Toscana alle ultime regionali ha fatto il botto, a Livorno ha preso quasi il 15 per cento e poco meno di diciottomila voti, cinquemila in meno del M5s che governa la città. Nel 2010 superò appena il 4 per cento. Sarà che Livorno, da qualche tempo, è meno tollerante di prima e cavalcare il disagio sociale funziona. Negli ultimi mesi ci sono stati vari episodi che destano attenzione. Dallo striscione contro Israele a Bruno Bastogi, dirigente dell’ex società dei bus, che ha trovato sulla bacheca dell’azienda un cartello con la scritta “Bastogi porco ebreo”, fino agli insulti razzisti contro Cioma Ukwu, eletta miss Livorno nel 2014, nata e cresciuta a Livorno ma di origini africane (il sindaco si è dovuto scusare personalmente a nome della città). E, qualche settimana fa, un senegalese di 44 anni ha denunciato l’aggressione di uno scooterista a colpi di spranga: “Sporco negro tanto devi morire”. Nel Pd livornese sono sicuri: “Renzi perderà le elezioni sull’immigrazione”.

 

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