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Le bretelle al Campidoglio

Quanto può far male ora a Renzi il drammatico ritorno di Marino a Roma

Il problema non è che il sindaco non c’è, ma che c’è. Indagine breve sul costo politico della permanenza del chirurgo

26 Agosto 2015 alle 06:20

Quanto può far male ora a Renzi il drammatico ritorno di Marino a Roma

Matteo Renzi e Ignazio Marino (foto LaPresse)

Roma. Nefasta non fu l’assenza, ma la presenza. Ignazio Marino è ai Caraibi e incautamente c’è chi chiede il suo ritorno. Francesco Merlo su Rep. mette in piega un articolo sulla vacanza, Gennaro Migliore ne invoca il rientro con navicella spaziale per affrontare la crisi della carrozza funebre in stile famiglia Addams. France’, Genna’, ma che state a di’? Lasciate che il sindaco stia lontano da Roma. Il problema Capitale non è che il sindaco non c’è, ma che c’è. Non è il funerale zingaro, ma il costo politico della permanenza di Marino. Il governo Renzi paga (e pagherà) un caro prezzo per quest’avventura rocambolesca in Campidoglio. I sondaggi sono affidabili come una scatola di fiammiferi bagnati, figuriamoci quelli da spiaggia, ma ne circolano alcuni con il Pd per la prima volta sotto il 30 per cento da quando Renzi è al comando e quelli su Roma sono tra i cult dell’horror. Quando Rep. impaginò all’inizio di luglio quello di Demos, i dirigenti Pd sbiancarono: il 69 per cento degli elettori considerava negativo il lavoro della giunta, il 73 non avrebbe più votato Marino. E domani? Preparatevi a prendere appunti.

 

Antonio Valente, ad di Lorien Consulting, è un tipo abituato a contare, pesare e soprattutto pensare ai numeri: “La crisi romana sarà uno dei nostri prossimi temi di studio per le ricadute che avrà sul contesto nazionale. E ci saranno, le ricadute. Il carro funebre è coreografico e basta, c’è ben altro da valutare: oggi la vicenda Marino è imbarazzante per tutti, non solo per il Pd ma per le istituzioni in generale. Il rischio vero è che tutto questo finisca in barzelletta collettiva, il massimo della delegittimazione per un’istituzione”. Gong! L’operazione adda passà ’a nuttata ha fatto cilecca, si contava sulla bonaccia d’agosto, ma il barometro ha continuato a segnare tempesta: Marino prima ha perso il tram con il bilancio groviera dell’Atac, gli scioperi, la città a piedi in un caldo-umido da tristi tropici, poi come un pizzaiolo ha spadellato in forno un bilancio del comune pieno di se e ma dei revisori dei conti, i problemi veri – pulizia, sicurezza, partecipate da crac – sono rimasti, infine ha deliberato i lavori per il Giubileo e su questo ha cominciato a ricamare per il domani. E’ qui che Marino spera di recuperare il game over del suo flipper psichedelico, purtroppo per lui il Giubileo è anche una carta nel mazzo di Renzi e l’idea di vederla girare tra le dita di Marino è un incubo da Casino Royale, ma senza Bond e la penna di Fleming. L’Anno Santo comincia l’8 dicembre e finisce il 20 novembre del 2016 e dovrebbe portare a Roma 25 milioni di visitatori. L’Italia durante il Giubileo del 2000 realizzò un record di arrivi (+6 per cento) e pernottamenti (+7) e il pil fece meglio di quello della Germania. Sì, è un’èra geologica fa, ma anche oggi è questione di Fede & Cash. Può essere affidato a Marino? No, così Renzi ha messo la cintura e le bretelle sulla gestione. Marino vede palla ma non la tocca. Delibera, ma non decide. Parla, ma non conta un fico secco. La cabina di regia è fuori, sceneggiatura e ciak sono il problema di un trio: il prefetto Gabrielli, Renzi a Chigi e Alfano al Viminale. Il primo è abituato a gestire le crisi fin dai tempi della Protezione civile ma è pur sempre un numero due che deve diventare uno, il secondo è un decisionista-accentratore, il terzo ha un dossier lunghissimo di problemi da affrontare al ministero dell’Interno, ma si è segnalato qualche giorno fa con un’intervista da science fiction sull’economia. Messa così, sembra mission impossible, ma Expo insegna che in Italia tutto se po’ fa’.

 

[**Video_box_2**]Nel frattempo il sindaco sta scrivendo un libro sulla sua esperienza. Si può comprendere, un grande deve stendere le sue memorie. Come Churchill. Nel Pd la fatica editoriale già emana l’odore di una bombetta puzzolente lanciata durante un cocktail in terrazza. Le domande tra i renziani s’affollano: quanti danni potrà ancora creare al partito? Alla fine, Lorenza Bonaccorsi, occhi felini, felpata, ha allungato un artiglio: “Occorre costruire un percorso nuovo, facendo anche i doverosi passi indietro necessari, per mettersi assieme, in maniera inedita, al servizio di Roma e delle istituzioni”. Pedata di sublime eleganza. Sì, tocca a Renzi e al Pd decidere che fare, più tempo passano a lambiccarsi il cervello su Roma, più mi ricordano una frase di Flaiano: “Vogliono la rivoluzione, ma preferiscono fare le barricate con i mobili degli altri”. Alla fine, anche di quei mobili, arriva il conto.

 

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