cerca

Un cda Rai figlio del disaccordo (e oggi tenetevi forte)

Il nuovo consiglio com’è? Vale un vecchio detto inglese: “The proof is in the pudding”, la prova è nel budino. Bisogna mangiarlo per sapere cosa c’è dentro.

4 Agosto 2015 alle 20:36

Un cda Rai figlio del disaccordo (e oggi tenetevi forte)

"Gnente". Dài, come niente? “Nun è successo gnente, Sechi, damme retta. Er cda novo all’inizio è sempre quello bono. Io resto a Sabbaudia, salutame a…”. L’esito del SamuRai è frutto di un disaccordo tra i partiti, con una conta al ribasso e uno schema 3+2+1+1 che spezzetta il consiglio e toglie al Pd il risultato possibile del 4+2+1. Non è una discussione calcistica tra Metodo e Sistema e poi in panchina a guidare le squadre non ci sono grandi calibri come Vittorio Pozzo e Hugo Meisl. Piaccia o meno, questa è politica.

 

Il Pd si ferma a quota 3 consiglieri (Guelfo Guelfi, Rita Borioni e Franco Siddi), Ncd celebra Messa (Paolo), Forza Italia s’infila abilmente nella spaccatura dei democratici e centra l’obiettivo massimo di 2 posti (Giancarlo Mazzuca e Arturo Diaconale). Sul voto del presidente (servono due terzi) oggi  si gioca a poker con buio e controbuio e può succedere di tutto. Nei cubicoli di Viale Mazzini c’è chi sorride e commenta: “Visto? Niente è scontato”. Passeggiare in Rai è come entrare in un videogame con i marzianetti che sbucano da tutte le parti, la sceneggiatura è in fieri e l’opera resta sempre aperta. Ci sono miriadi di aneddoti a ricordarlo. Quando nel 1964 la Rai chiese all’artista Francesco Messina una scultura per il giardino dell’ingresso di Viale Mazzini, dopo due anni di lavoro, lo stupendo cavallo morente di bronzo patinato fu trasportato sull’autostrada da Milano a Roma. Gli tagliarono la coda, troppo sporgente, per consentirne il passaggio sull’autostrada del Sole, coda poi ricongiunta quando il cavallo arrivò a destinazione.

 

Il nuovo consiglio com’è? Vale un vecchio detto inglese: “The proof is in the pudding”, la prova è nel budino. Bisogna mangiarlo per sapere cosa c’è dentro. Il cda è figlio del metodo della legge Gasparri, ma con esito finora non nazarenico, visto lo scartavetramento in corso tra Pd e Forza Italia. “Nessun dialogo”, mi dice Renato Brunetta che trae matematiche conclusioni: “Noi abbiamo preso più consiglieri dei nostri voti e loro meno consiglieri dei loro voti. Il centrodestra ha vinto e loro hanno perso, disperdendo i loro voti”. Il presidente? “E chi lo sa?”. E se il Pd fa un accordo con i grillini? “Tanti auguri”, chiosa Brunetta. Il suo ragionamento non fa una piega: le debolezze del Pd, lo scarso senso politico del M5s, favoriscono Forza Italia, che aveva consiglieri sufficienti per eleggere un esponente nel cda, ma ha dimostrato ottima capacità nell’esercitare la “scienza dei resti”. Come spiegato nelle precedenti passeggiate in Rai, è con i voti volanti, i single e gli accoppiati della Vigilanza, che si fanno i consiglieri in più e si cambiano gli equilibri nel governo di Viale Mazzini.

 

Ora, finita la fase SamuRai, delle telefonate intercontinentali con lo sportellone dell’aereo in fase di chiusura, il voto per la presidenza è un film tutto da scrivere e bisogna pur metterci la testa, sul rompicapo. Chi dà per fatta l’elezione di Antonella Mansi, ex presidente della Fondazione del Monte dei Paschi e vicepresidente di Confindustria, ignora l’arte del pallottoliere applicata alla politica. Serve consenso da trasformare in voti. E per ora il consenso non c’è. E a destra il nome che si fa è quello di Piero Ostellino, una penna acuminata contro Renzi.

 

[**Video_box_2**]E poi c’è la minoranza dem, il grattacapo continuo del segretario del Pd, priva di strategia, imbarazzante negli esiti. Hanno candidato Ferruccio de Bortoli sapendo che non sarebbe mai passato, come un gruppo di ragazzini che lancia bombette puzzolenti in chiesa. Hanno esposto l’ex direttore del Corriere della Sera come una bandiera e alla fine hanno inchiodato il suo nome a due soli voti. Savoir faire politico zero. Michele Anzaldi, segretario della Vigilanza, democratico e pragmatico, fa la sintesi: “Se posso permettermi, la minoranza doveva essere più elastica, arrivare con una rosa di nomi e soprattutto evitare un candidato che pubblicamente ha più volte espresso giudizi estremamente negativi sul nostro partito, al di là del suo indiscusso valore giornalistico”. Anzaldi conosce le regole della realpolitik, sa che i voti si contano e qualche volta si pesano. Per questo ai suoi occhi il nuovo cda “con una legge che a detta di tutti, destra e sinistra, è superata, alla fine ha nomi nuovi che potrebbero aiutare a rivoluzionare la Rai”. Rivoluzionare è parola grossa, auspicio, ma è vero che non c’è molto tempo a disposizione “perché Sky ha preso il canale 8 e gli altri si muovono rapidamente”. E allora? Sembra facile, ma perfino Ruggeri, Morandi e Tozzi nel Festival di Sanremo del 1987 cantavano: “Si può osare di più / senza essere eroi / come fare non so / non lo sai neanche tu / ma di certo si può / dare di più”. Appunto, non lo sai neanche tu. Andava in onda, come sempre, sulla Rai.   

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi