Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Adesso si può votare

Claudio Cerasa
L’arma dell’Italicum e le due strade di Renzi per continuare la legislatura - di Claudio Cerasa

La scena è pronta. Il maggiordomo c’è già. L’arma pure. Il movente non ne parliamo. Manca solo il delitto, inteso come la morte della legislatura, e ora che l’Italicum è a un passo dal diventare legge quella che fino a ieri poteva essere considerata solo come una remota ipotesi di scuola oggi è qualcosa di più, ed è un’opzione vera e reale che si trova per la prima volta in modo credibile sulla pulsantiera di Palazzo Chigi. Riavvolgiamo il nastro e proviamo a rispondere alla domanda delle domande che si muove come una nuvola minacciosa sopra la testa della nuova e ormai prossima legge elettorale: che ci farà Renzi con l’Italicum? E quanto può pesare sul destino di questa legislatura il pacchetto di voti in dissenso presenti all’interno del Pd? Se osservata ragionando solo sui numeri della Camera, la minoranza del Pd è ininfluente per il destino del governo e anche ieri il secondo voto di fiducia sull’Italicum ha mostrato l’irrilevanza dei 38 deputati del Pd che non hanno votato a favore della legge elettorale.

 

Se osservata invece ragionando sui numeri del Senato, la minoranza del Pd è tutt’altro che ininfluente e senza l’appoggio a Palazzo Madama di Forza Italia i 22 senatori in dissenso del Pd (gli stessi che hanno espresso solidarietà a Roberto Speranza quando si è dimesso da capogruppo del Pd e legati tutti in modo strutturale con il mondo bersaniano) possono essere decisivi, considerando che al Senato la maggioranza renziana ha un margine di 7-8 senatori. Le strade del presidente del Consiglio sono dunque due. La prima: stringere un patto di legislatura con la minoranza del Pd (che equivarrebbe però a consegnarsi mani e piedi a tutti coloro che oggi accusano Renzi di aver violentato la democrazia parlamentare). La seconda: aspettare le elezioni regionali per mettere in campo un Nazareno bis da sottoscrivere con chi si avvicinerà alla maggioranza dopo le elezioni regionali, quando lo scenario politico e parlamentare sarà molto diverso da quello attuale (Forza Italia e Movimento 5 stelle rischiano di perdere ancora pezzi e il presidente del Consiglio sta già lavorando per raggruppare quei pezzi in un gruppo parlamentare formato da una trentina di senatori utile a sostenere il governo e ad anestetizzare così la minoranza del Pd). Il quadro, come si vede, non è così scontato e la difficoltà di mettere insieme questi tasselli è legata a un fatto non banale che riguarda la tenuta futura del principale alleato del Pd: l’Ncd di Alfano. Dopo le regionali, il partito del ministro dell’Interno dovrà confrontarsi con una forza centrifuga che metterà a rischio la sua esistenza (la vera ragione per cui Renzi ha scelto di forzare la mano sulla legge elettorale è legata più all’incertezza sulla tenuta di Ncd al Senato che sulla fedeltà dei senatori del Pd) e se l’ex ministro Maurizio Lupi (che di Renzi naturalmente non si fida più) deciderà di candidarsi nel 2016 a sindaco di Milano per il centrodestra l’esplosione del Nuovo centrodestra potrebbe essere più rapida del previsto. Il contesto, come si vede, è complicato. Se Renzi riuscirà a seguire una delle due strade (patto con Bersani o patto con il nuovo gruppo di neo renziani al Senato) l’arma dell’Italicum verrà utilizzata dal presidente del Consiglio solo come minaccia parlamentare: se non fate quello che vi dico io, vi porto a votare. Se nessuna delle due vie dovesse essere invece percorribile, e se Renzi dovesse capire per esempio che non ci sono i numeri per approvare la riforma costituzionale (cosa che in teoria si potrebbe anche dedurre dal fatto che è da tre mesi che il presidente del Consiglio rimanda l’incardinamento della riforma al Senato), la scena del delitto è già pronta. L’arma la conoscete già, ed è l’Italicum.

 

[**Video_box_2**]Il movente è altrettanto evidente, ed è l’impossibilità di fare le riforme. Il maggiordomo c’è già, ed è la minoranza che “impedisce il cambiamento”. I tempi sarebbero stretti, e di fronte all’impossibilità di riformare il Senato, una volta finito l’Expo, si potrebbe anche decidere di andare al voto con una legge monca come sarebbe l’Italicum (che varrebbe solo per la Camera, mentre al Senato si voterebbe con il Consultellum). Il disegno ha una sua geometria e una sua linearità. Se non fosse che tra i piani di Renzi e la realtà del Parlamento ci sono quelle parole sussurrate in questi giorni dal presidente Mattarella ai suoi collaboratori: “Per me il bene massimo è l’integrità della legislatura”. E questa, ovviamente, è un’altra storia ancora.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.