Il presidente del Consiglio Matteo Renzi con Maria Elena Boschi (foto LaPresse)

Passeggiate romane

I sospetti di Renzi sull'attivismo di D'Alema dietro i dissensi della minoranza Pd

Redazione
Sulla legge elettorale ci sono molti fraintendimenti...voluti ad arte. Già, perché checché ne dicano i dirigenti della minoranza interna al Pd, in realtà, tutti, o quasi, sapevano il premier avrebbe messo la fiducia.

Sembra una commedia degli equivoci questa storia della fiducia sull'Italicum. Commedia, sì, perché c'è ben poco pathos in questa vicenda e, in compenso, ci sono molti fraintendimenti...voluti ad arte. Già, perché checché ne dicano i dirigenti della minoranza interna al Partito democratico che hanno deciso di disertare le votazioni, in realtà, tutti, o quasi, nel Pd sapevano che Matteo Renzi avrebbe messo la fiducia. E non solo nel Pd. Il presidente del Consiglio aveva avvisato della cosa il suo più fedele alleato, ovvero sia il ministro dell'Interno Angelino Alfano, quasi un mese fa. Nel momento in cui ha preso la decisione di andare al voto dell'Italicum prima delle elezioni regionali e non più dopo, come aveva ritenuto in un primo tempo, il premier ha abbracciato l'ipotesi di utilizzare lo strumento della fiducia. Non si capisce quindi il perché dello stupore e della reazione sopra le righe della minoranza pd che sembra gridare al golpe. O, meglio, lo si capisce fin troppo bene. Non di risposta a caldo, frutto dello shock, trattasi, bensì di una strategia studiata a tavolino per mettere in mezzo il premier. E, dietro le quinte, uno dei promotori di questa strategia anti-Renzi è Massimo D'Alema, il quale, pur non partecipando più alla vita parlamentare, è sempre immerso nelle faccende di casa democratica. Tant'è vero che il presidente del Consiglio ritiene che le ultime prese di posizione dell'ex capogruppo a Montecitorio Roberto Speranza siano dovute all'influenza dell'ex premier più  che a quella dell'ex segretario Pier Luigi Bersani. Matteo Renzi è convinto che si debbano a D'Alema sia la decisione di Speranza di dimettersi dalla presidenza dei deputati del Pd sia quella di non votare la fiducia. D'altra parte l'ex premier non ha mai fatto mistero di "voler riprendere le chiavi di casa". Dove per casa, è ovvio, si intende il Pd, o, meglio, la Ditta, come la chiamano gli ex Ds.

 

Per Renzi, comunque, la reazione dei vari Bersani, Bindi e Letta non è stata una sorpresa. Il presidente del Consiglio sapeva bene che gli esponenti della  minoranza erano pronti a sfruttare questa occasione per dargli addosso. Non riteneva, come invece speravano alcuni dei suoi uomini, che alla fine, di fronte alla fiducia, pur strepitando, avrebbero dichiarato di doversi sottomettere alla disciplina di partito e di coalizione. Però non poteva scegliere altrimenti."Mi sto giocando la testa", ha detto a quanti lo invitavano a una maggior prudenza. E non si è pentito di quello che ha fatto: sapeva che avrebbe ballato, dopo questa decisione, e che la stessa Repubblica, in genere propensa a non contrastare le scelte del premier, questa volta gli sarebbe andata contro. Ma al contrario dei suoi predecessori, il presidente del Consiglio sembra poco propenso a seguire il giornale tradizionalmente vicino al Pd. Nella sua testa, semmai, deve essere il contrario. Guai a farsi dare la linea da altri, è il suo motto, come sanno bene i renziani di stretta osservanza.

 

E, a proposito di contromisure mediatiche, c'è grande attesa per il discorso che Renzi terrà domenica a Bologna in occasione della Festa dell'Unità. Li spiegherà la sua linea senza fare nemmeno mezzo passo indietro. Ma c'è anche il timore che qualcuno, proprio per rovinare la festa al premier, prepari una contestazione. Quale miglior platea per mettere in difficoltà il premier? Perciò il Pd locale è stato mobilitato per prevenire il possibile incidente.

 

Il presidente del Consiglio, comunque, non procederà ora ad altri strappi. Tant'è vero che ha intenzione di rimandare a quando le acque si saranno un po' calmate l'elezione del successore di Roberto Speranza alla presidenza del gruppo di Montecitorio. Renzi sa di aver tirato abbastanza la corda. Per questa ragione ora tenta di abbassare la polemica sul provvedimento della "Buona scuola"  e lascia intendere che vi saranno delle modifiche, anche significative,  all'impianto della riforma costituzionale. Ma in realtà, per quanto riguarda queste ultime, il motivo che spinge il premier a prevedere dei cambiamenti del ddl non è l'ansia di aprire alla minoranza del Partito democratico. La verità è che Renzi si è andato convincendo che questo provvedimento ha fin troppi nemici anche tra i suoi alleati,  e che farlo passare così come'è al Senato è praticamente impossibile. Di qui l'idea di modificarlo per renderlo più digeribile ai parlamentari che saranno chiamati a votarlo.