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Il mistero Gratteri, e il gran ballo (d’immagine) dei magistrati nel Pd

E' un gran ballo di pm ed ex pm per presentarsi in società con l’immagine di quelli che ci tengono: alla lotta al malaffare, alla trasparenza, alla cancellazione anche preventiva d’ogni possibile macchia.

20 Marzo 2015 alle 06:01

Il mistero Gratteri, e il gran ballo (d’immagine) dei magistrati nel Pd

Nicola Gratteri (foto LaPresse)

Roma. Un indizio non fa una prova, due indizi già di più, ma tre o quattro indizi sono troppi per non avere almeno un sospetto: quando i giochi si fanno duri, quando  l’allarme tangenti (o “Mafia Capitale”) si fa pressante, quando le primarie, croce e delizia, rischiano di diventare campo di rissa o, peggio, possibile terra di voto “cinese”, ecco che nel Pd ti tirano fuori il magistrato (o ex magistrato), possibilmente anche scrittore (o senatore). Ed è un gran ballo di pm ed ex pm per presentarsi in società con l’immagine di quelli che ci tengono: alla lotta al malaffare, alla trasparenza, alla cancellazione anche preventiva d’ogni possibile macchia. Ed ecco che, nei giorni difficili dell’emergenza Lupi (Maurizio, ex ministro delle Infrastrutture dimessosi ieri), spuntava un nome, sotto forma di voce dal sen fuggita (dalle stanze di Palazzo Chigi, dal passaparola in Transatlantico): vuoi vedere che il successore di Lupi, dopo l’interim del premier fino all’apertura dell’Expo, sarà proprio quel Nicola Gratteri, magistrato-scrittore nonché illustre candidato (invano) al ministero della Giustizia?

 

Perché quello di Nicola Gratteri, se non è un mistero oggi, mistero è stato ieri: era il febbraio del 2014, il neo premier era salito al Quirinale con una lista di nomi (“guardate”, scrivevano i retroscenisti fornendo prova fotografica su Twitter, “accanto alla casella Giustizia c’era scritto ‘magistrato in servizio’”). Solo che poi alla Giustizia era andato Andrea Orlando. Ma Gratteri, nato a Gerace nella Locride del 1958, e massima autorità nella lotta alla ’ndrangheta, già consigliere della commissione parlamentare Antimafia, dev’essere rimasto nel cassetto dei sogni renziani, tanto che, nell’agosto scorso, è stato nominato presidente della commissione per l’elaborazione di “proposte normative in tema di lotta alle mafie”. E siccome Gratteri ha pubblicato un libro che s’intitola “la Mafia fa schifo”, e siccome gira per le scuole per fare “prevenzione”, il suo nome per il ministero Infrastrutture scorporato circola, circola eccome. Ma non è l’unico. C’è la variante, per la verità eterna variante, da un po’ di tempo a questa parte, per le poltrone rimaste vuote: Raffaele Cantone, giudice e scrittore anch’egli, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione. E chissà se, nelle intenzioni governative, il nome di Cantone è un po’ quello che il nome di Antonio Di Pietro (a monte delle inchieste di “Report”) fu per l’allora premier Romano Prodi: la legge che si fa carica operativa. Fatto sta che Cantone non è Di Pietro, e tempo fa, intervistato da Repubblica, mostrava di non amare “il clima da ’93”, e di sentirsi a disagio quando la gente, per strada, gli gridava: “Arrestali tutti”. “E’ difficile far ragionare la pancia delle persone”, diceva Cantone, “il nostro compito è non farci prendere dall’emotività”.

 

Lido che vai, magistrato che trovi: nella Roma squassata dall’eco anche estera delle inchieste targate “Mafia Capitale”, e giù fino al mare (Ostia), un solo nome risuona per risolvere qualsiasi emergenza criminalità: quello di Alfonso Sabella, magistrato in aspettativa con i galloni dell’Antimafia (a Palermo con Gian Carlo Caselli, nel 1993). E ieri, sul Corriere della Sera edizione romana, Maurizio Fortuna amaramente rifletteva sul “taumaturgo per il colle capitolino”, quel Sabella buono per tutto, da Ostia alle cooperative sotto inchiesta al Giubileo (commissario straordinario). “Beata la città che non ha bisogno di Sabella”, scriveva, ma ce n’è già un’altra, di città (stavolta al nord), che di un magistrato ora si serve, magistrato non scrittore ma senatore, appunto: Felice Casson, incoronato candidato sindaco alle primarie. Un nome non renziano in partenza – piuttosto civatiano – eppure contento, ex post, di definirsi gradito (“Renzi mi ha espresso i suoi complimenti e mi ha detto che ora si lavora come partito”, ha detto Casson, nome di prestigio nel Pd, al di là della corrente, viste le inchieste cui ha lavorato, da Gladio all’amianto). Persino in Sicilia, nel governo Crocetta-ter, è a un pm che ci si è affidati, con gran plauso di renziani locali: il nuovo assessore regionale ai Rifiuti è Vania Contrafatto, già pm alla procura di Palermo.

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