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Renzi consegna il governo ai magistrati

Il caso Lupi trasforma il presidente del Consiglio in un ostaggio del circo mediatico giudiziario. Da domani anche l'innocuo gesto di farsi prestare la casa da un amico potrebbe diventare argomento di opportunità politica - di Claudio Cerasa

20 Marzo 2015 alle 06:18

Renzi consegna il governo ai magistrati

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Mettiamola giù chiara. Era inevitabile che Maurizio Lupi si dimettesse, come ha annunciato ieri e come farà oggi, e non poteva che andare così per un ministro che non aveva più la fiducia del presidente del Consiglio, che non veniva più difeso da nessun ministro del governo e che non veniva neppure sostenuto nemmeno da un mondo in teoria amico, come quello della Cei, e che ora non può che prendere atto del nuovo sfavorevole contesto politico. Le cose sono andate così a causa di una serie di fatti. Tutti da verificare, resi pubblici da intercettazioni che solo in un paese barbaro possono essere diffuse senza che nessuno si chieda se sia normale che una persona non indagata finisca nei brogliacci di un’inchiesta. E anche a causa delle ricostruzioni imprecise e non veritiere offerte dal ministro Lupi. Ma una volta registrate quelle che saranno le conseguenze dell’inchiesta della procura di Firenze, è giusto spendere due parole sul metodo Renzi e sugli effetti, non solo politici, che verranno innescati dal caso Lupi.

 

Renzi dovrà essere bravo a spiegare le ragioni che hanno portato al passo indietro di un ministro a cui sono state chieste le dimissioni per questioni di “opportunità politica”. Il perimetro dell’opportunità politica, come si sa, è un confine delimitato non in modo chiaro, specie in un paese come il nostro che vive in un contesto dominato dalla dittatura dell’intercettazione. Se Renzi accetta, come sta accettando, l’idea che per fare un passo indietro sia sufficiente essere mascariati, accetta un principio che si potrebbe ritorcere contro persino a lui; e accetta di aprire una nuova fase della rottamazione, delicata e contraddittoria. Il punto è semplice: Renzi è consapevole che, in un paese come il nostro, far dimettere per questioni di opportunità politica un ministro che ha scelto di non dimettersi per questioni di opportunità politica è un precedente che consegna alla magistratura, e ai giocolieri delle intercettazioni, potere di vita e di morte su questo governo, e su ogni governo, e forse anche sullo stesso Renzi? Tempo fa, ai tempi della sentenza di condanna in Appello a carico di Vasco Errani, il Rottamatore, dialogando con il direttore di questo giornale, aveva tenuto a precisare che mai e poi mai il suo governo si sarebbe fatto dettare l’agenda dalle procure, perché “finché non c’è sentenza passata in giudicato un cittadino è innocente: si chiama garantismo”.

 

[**Video_box_2**]Principio sacrosanto e in discontinuità con un passato in cui la politica ha accettato che a fare e disfare i governi fosse la magistratura (fino ad arrivare al punto, con la legge Severino, di dare ai pm il potere di scegliere le liste elettorali). Ma è un principio che oggi Renzi contraddice. Un principio che porta il governo a considerare colpevole fino a prova contraria un ministro non infallibile come Lupi (ed essendo il suo un processo mediatico, le dimissioni non potevano che avvenire così, ieri: in diretta tv) e un burocrate come Ercole Incalza (che promette di dare grandi delusioni ai campioni del giustizialismo chiodato). E un principio che in futuro potrebbe mettere lo stesso premier nelle condizioni di far scegliere al circo giudiziario le persone che meritano di far parte del governo. E un domani, con il criterio adottato su Lupi, persino l’innocuo gesto di farsi prestare la casa da un amico potrebbe diventare argomento di opportunità politica. Chissà se Renzi se ne rende conto fino in fondo.

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