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Il caso Lupi insegna che il giustizialismo della morale è più pericoloso di quello della legge

Opere e Missione. Il misterioso affaire Lupi, il delitto senza mandante, si è chiuso con le lapidarie parole di Matteo Renzi: non ci si dimette per un avviso di garanzia, ma solo per questioni morali o politiche. Si sta peggiorando o migliorando rispetto agli ultimi 20 anni di giustizialismo orchestrato dal circuito mediatico-giudiziario?

25 Marzo 2015 alle 17:31

Il caso Lupi insegna che il giustizialismo della morale è più pericoloso di quello della legge

L'ex ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi (foto LaPresse)

Il misterioso affaire Lupi, il delitto senza mandante, si è chiuso con le lapidarie parole di Matteo Renzi: non ci si dimette per un avviso di garanzia, ma solo per questioni morali o politiche. Si sta peggiorando o migliorando rispetto agli ultimi 20 anni di giustizialismo orchestrato dal circuito mediatico-giudiziario? Osserviamo il caso.

 

Il ministro non è nemmeno indagato ma la macchina della comunicazione scandalistica si mette in moto ugualmente. Certo, è facile che qualcuno abbia passato le carte già sottolineate nei punti giusti, ma stavolta non c’è bisogno di magistrati accaniti, la comunicazione fa tutto da sé. Con ottimi risultati: attacca, fa montare il caso, fa dimettere il ministro – in televisione! –, e alla fine – prodigio – non c’è nessun colpevole: non il ministro, che non è indagato; non i compagni di partito, sempre solidali; non il premier gentile, che il ministro ringrazia; al massimo restano cattivi (poco) i grillini. Alla fine, il ministro esce, la comunicazione gli tributa servizi di buon’uscita. Sipario.

 

Ora, le osservazioni. Primo, l’oggetto – da cui la comunicazione sempre nasce (anche quella astratta, diceva Matisse) – è uno dei grandi classici dell’umanità: la corruzione del potente. Dimenticando ciascuno la propria micro-corruzione, ecco una delle grandi idee dell’umanità: l’uomo è scellerato o, forse, come dice lo Jago di Verdi, è scellerato perché uomo, anzi politico. Soprattutto se guadagna molto di più di me. L’oggetto è di quelli vincenti, da sempre.

 

Secondo, l’autore. Contrariamente a quanto si è detto spesso, nella comunicazione l’essere umano c’entra. L’autore non è un creatore assoluto, la comunicazione non nasce dal niente, ma dà il suo assenso ed esprime una direzione alle interpretazioni. Qui qualcosa stride, nell’affaire non c’è autore o mandante. A vederla da fuori, un meccanismo senza testa ha creato il caso, l’ha risolto, e alla fine si è liberato e assolto. Ma chi l’ha lasciato andare? Qual è la molla che è stata usata per innescare il meccanismo?

 

Terzo, il significativo riassunto del premier. Non ci si dimette per avvisi di garanzia: dunque siamo nel garantismo. E perché allora il ministro si è dimesso? Ci si dimette per questioni morali e politiche. Sulle seconde la logica non ha dubbi: ci si dimette da incarichi politici per ragioni politiche. Ma cosa c’entra la morale?

 

Ed ecco svelato l’affaire, che purtroppo non segna una retrocessione del giustizialismo ma ne svela piuttosto l’anima. Si può fare a meno dei magistrati perché la molla comunicativa non è la legge ma la morale, o meglio, il moralismo, cioè una morale eretta a verità unica e totale a prescindere da ogni considerazione sul bene comune. Una volta capito che la molla è quella, perché affannarsi e complicarsi con la legge e i magistrati? Per poi avere uno assolto, magari 10 anni dopo? Il moralismo non ha complicazioni e ciascuno lo può fomentare da solo, diventando un co-autore della comunicazione. Bastava girare una radio nei giorni scorsi per accorgersi della creatività che ne nasce. Perché l’esigenza è di quelle profonde: sarebbe bello che la verità legale, quella morale e quella politica suonassero all’unisono. Ma il pretenderlo è uno strano fondamentalismo – tanto più strano in uno stato laico – che scambia un’esigenza con un ordine, che mischia pubblico e privato, e che fa finta di non conoscere la fragilità della natura umana, che in fondo le leggi tendono a contemplare. Non è un caso che lo show di accusatori e accusati stavolta si occupi soprattutto di atteggiamenti personali, di questioni familiari, di problemi educativi che poco hanno a che vedere con la politica.

 

Attenzione all’escalation: il giustizialismo della sola morale è più pericoloso di quello della legge. Ma in politica non ci si dovrebbe dimettere solo per ragioni politiche?

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