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Così la minoranza pd usa il caso Lupi per attaccare Renzi

Il ministro un tempo era "simpatico" a tutti. Ma si sa, tra i Landini, i D'Alema e i Bersani lo sport preferito è attaccare il leader, per quanto forte possa essere

17 Marzo 2015 alle 17:46

Così la minoranza pd usa il caso Lupi per attaccare Renzi

Maurizio Lupi (foto LaPresse)

Era ottobre. Ottobre scorso. E’ stato allora che il governo ha pensato di mettere mano alla legge Severino. Non per venire incontro a Silvio Berlusconi ma per modificare le evidenti storture e incoerenze di quella normativa che ora dovranno passare al vaglio della Corte costituzionale. Ne parlarono con Matteo Renzi. Ne discussero riservatamente solo coloro che contano nell’esecutivo. Poi si decise di lasciar perdere, di non fare niente, perché era ovvio che anche se non si fosse toccata la parte della legge che riguarda il leader di Forza Italia magistrati e giornali avrebbero suscitato un can can mediatico tale da mettere in imbarazzo il governo.

 

Esattamente quello stesso can can che si è scatenato martedì non solo su Maurizio Lupi ma, ironia della sorte, anche su Matteo Renzi. Ossia sul presidente del Consiglio che, fino all’ultimo, condusse con Alfano un braccio di ferro durante la costituzione del suo governo per togliere il ministro delle Infrastrutture: “Avevo promesso che non avrei preso nessun ministro dell’esecutivo Letta, per te posso fare un’eccezione, è chiaro, perché sei il leader del Nuovo centrodestra, ma non posso prendervi tutti in blocco come se nulla fosse. Ci vuole almeno un personaggio simbolo che lasci la scena”. E Renzi lo aveva individuato proprio in Maurizio Lupi. Quando non era riuscito in quel l’operazione aveva cercato di fare fuori l’unità di missione di Ettore Incalza, uomo a cui Lupi aveva fatto assumere un ruolo chiave ai tempi del governo Letta. In molti si chiedevano il perché di tanto accanimento da parte di Renzi. Probabilmente ora hanno la risposta.

 

E, come da classico copione del Pd, nel momento in cui il governo ha un difficoltà la minoranza ci balza sopra. E nel Transatlantico di Montecitorio è tutto un “dagli a Lupi”, persona che solo fino a poco tempo fa stava simpatico a tutti e amava intrattenersi soprattutto con bersaniani e lettiani. Ma, si sa, nel Pd la caccia al leader è lo sport preferito. Se poi il leader in questione è forte e, nonostante le avversità economiche del nostro paese, sembra aver azzeccato qualche soluzione adeguata, la caccia è ancora più spietata, non si sa mai quel leader si stabilizzi ulteriormente.

 

Del resto, alla minoranza, o, meglio, a gran parte di essa, non è che restino tanti altri margini di manovra. Maurizio Landini, con tutto che ha un’età, non ha ancora deciso che cosa farà da grande. E, comunque, anche se dovesse scendere in politica nei modi tortuosi in cui sembrerebbe apprestarsi a farlo, ha un suo carisma personale che veleggia intorno al 25 per cento, stando agli ultimi sondaggi, ma non va oltre. Ed è comunque sotto, e di molto, all’avversario Matteo Renzi. Non solo. Un suo movimento, stando agli istituti di rilevazione, oscillerebbe tra il 5 e il 6 per cento, potenzialità a parte, e sottrarrebbe più voti a Sel che al Partito democratico. Ragion per cui non c’è da far troppo affidamento sulla fantomatica alleanza sociale del segretario Fiom.

 

Come se ciò non bastasse, Landini ha fatto chiaramente intendere che non intende caricarsi tutti i rottamati pd di Renzi, non saprebbe che cosa farsene. E, soprattutto, anche lui si rende conto che non sono attrattivi nei confronti di quella parte del popolo della sinistra che pone le sue speranze in lui. I Bersani, i D’Alema, ma anche gli esponenti più giovani della minoranza interna al Partito democratico non convincono quel popolo, anzi lo rendono diffidente, se non addirittura lo respingono. Forse, se riuscisse la mossa disperata che gli avversari di Renzi stanno tentando in tutti i modi, cioè quella di affossare l’Italicum, per andare al voto con il Consultellum, qualcosa cambierebbe. Almeno, così sperano gli esponenti della minoranza pd che hanno un piede dentro il partito e l’altro fuori. In questo modo si potrebbe creare una coalizione di forze che potrebbe raggiungere il dieci per cento. Ognuna divisa, ma che con il suo due per cento potrebbe contribuire a creare un cartello elettorale che avrebbe un certo peso in Parlamento. Questi, però, sono i sogni degli avversari di Renzi. Coloro che sono vicini a Landini pensano che anche in questo modo la presenza di certe personalità finirebbe per far affondare la barca del leader della Fiom.

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