Foto ANSA

piccola posta

L'odissea ingiusta e grottesca di Michael Giffoni, ancora in attesa di scuse

Adriano Sofri

Le persone non dicono quasi mai per intero l’agonia che attraversano, si attaccano al pudore come a un’ultima riserva. L’ex ambasciatore al congresso del Partito radicale e la sua “destituzione”

Conto che vi ricordiate la Passione di Michael Giffoni, il diplomatico italiano in servizio nell’assedio di Sarajevo e poi ambasciatore in Kosovo, dove avvennero delle irregolarità nella concessione di visti a opera di funzionari infedeli – uno era il figlio di Ibrahim Rugova e approfittò della reputazione paterna. Unico, contro una pletora di diplomatici di rango colti con le mani nel sacco e discretamente passati a miglior vita terrena per la via delle dimissioni “volontarie”, un giorno del 2014, al rientro da una missione in Libia, dove era inviato speciale, Giffoni ricevette senza preavviso una sospensione cautelare, poco dopo tramutata da Federica Mogherini in destituzione “per alto tradimento”, che in tempo di guerra gli sarebbe valsa la fucilazione. Lo scorso sabato, 7 febbraio, nell’anniversario di quella stravolgente esperienza, Giffoni (è nato nel 1965) l’ha brevemente rievocata al 43° Congresso del Partito radicale, di cui da tempo è stato nominato, con Gaia Tortora e don Ettore Cannavera, “presidente d’onore”. L’ho ascoltato con trepidazione, specialmente quando l’assurdità grottesca dell’odissea – quasi dodici anni – che ha attraversato, lo portava a riderne, di un riso che mi faceva temere un crepacuore. “Destituito” senza alcun processo – nemmeno in Kosovo, dove i giudici non immaginarono nemmeno di imputargli qualcosa – Giffoni ricorse al Tar e ne ottenne un ordine di reintegrazione, che il ministero sventò ricorrendo al Consiglio di stato. A distanza di anni, un tribunale penale italiano giudicò finalmente gli addebiti amministrativi trasmessi tal quali come reati dal ministero, e finalmente, nel 2021 – sette anni dopo – sentenziò che di tutti i tre capi d’accusa l’imputato Giffoni fosse pienamente assolto, per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussisteva. (E implicitamente mostrando che non sussistesse nemmeno un fondamento per intentare un tale processo).

L’accusa rinunziò a ricorrere, e la piena assoluzione passò in giudicato. L’ovvia richiesta di essere reintegrato nel suo ruolo da parte di Giffoni venne, dopo un lungo e ipocrita barcamenarsi delle successive autorità competenti, respinta, e qui la voce di Giffoni si è incrinata leggendo la motivazione, perché: “In conclusione, a differenza di quanto sostenuto dall’appellante riguardo al suo gravame, l’accertamento in sede penale del fatto conclusosi con la piena assoluzione, non appare far emergere nuove prove idonee all’accoglimento, ma, ferma restando la diversità degli ambiti processuali... appare avere rafforzato la ricostruzione del fatto e dunque la piena legittimità del provvedimento disciplinare”. Ma “il fatto”, ha quasi gridato Giffoni, è lo stesso, e com’è possibile che l’assoluzione in tribunale si tramuti nell’ergastolo amministrativo? Ha fatto una pausa, e ha aggiunto: “Dopo quella replica, la ‘denegazione’, per una settimana non sono riuscito a parlare”.

Le persone non dicono quasi mai per intero l’agonia che attraversano, si attaccano al pudore come a un’ultima riserva. Non dicono che cosa significhi davvero quella impassibile parola burocratica, “destituzione”. Poco dopo l’intervento di Giffoni al sobrio congresso radicale (“Libertà per tutti e ovunque”), che si svolgeva in via di Torre Argentina, è arrivato il ministro degli Esteri, che è anche vicepresidente del consiglio, Antonio Tajani. Spero che comunque abbia avuto modo di sentirla già, quella vecchia storia.

Di più su questi argomenti: