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La cronaca come vaccino per le tentazioni letterarie. Guadagni e rimpianti

Adriano Sofri

Due tipi umani, Putin e Prigozhin, si incontrano. I due sono così abietti da respingere qualunque tentativo di romanzarli 

La vita, le vite, sono meschine, non di rado sordide. La letteratura, che fu la risorsa più efficace al desiderio di riscattare la realtà, seppe a volte restituirne il carattere sordido e scrostarne grandezze millantate. Più spesso si impegnò a nobilitare personaggi e circostanze. In un romanzo russo ottocentesco l’incontro fra Putin e Prigozhin avrebbe potuto ispirare una scena grandiosa, completa di almeno un dettaglio ridicolo – un orzaiolo nell’occhio di uno dei due, un modo furtivo dell’altro di disinfettarsi dopo una schifiltosa stretta di mano. La cronaca è destinata alla lunga a essere mortificata dalla storia, ma intanto può agire come un vaccino: due tipi umani si incontrano, è già grottesco che succeda, e i due sono così abietti da respingere qualunque tentazione letteraria. Del resto, la grande letteratura riuscì a rigonfiarsi solennemente di giovani violate e spose e donne assassinate, e noi oggi sappiamo, vediamo, che disgustosa miserabilità sia nei loro autori e che usurpazioni si siano fatte del nome di passione.

L’8 giugno un disgraziato di 44 anni ha ucciso il genero, marito di sua figlia, e la nuora, 29 anni lui 24 lei, dopo averli accusati di avere una relazione. “Si era scimunito per la nuora. Non sopportava che nessuno la guardasse in giro”. Le ha sparato davanti ai due bambini di lei. Poi è andato a consegnarsi ai carabinieri – al sicuro. Poveri carabinieri. Immaginate di leggere la notizia come l’avrebbe letta Stendhal in una cronaca di Grenoble, o come l’avrebbe letta Dostoevskij al gabinetto Vieusseux, dove arrivavano i giornali russi. Non si può più. Forse abbiamo perduto qualcosa, abbiamo guadagnato tutto.

A volte ho una nostalgia per la magniloquenza. L’altro giorno Zelensky, di ritorno dalla Turchia, è andato, piuttosto temerariamente, a rendere omaggio alla memoria dei difensori dello scoglio Zmiinyi, che noi chiamiamo l’Isola dei serpenti. Zelensky è un caso esemplare. Uno che fa la parte del presidente senza averne il fisico, e nemmeno più di tanto il morale: scherzi delle sceneggiature. Poi fa il presidente sul serio, e di lì a poco mostra la corda, la mediocrità della vita pretende i suoi diritti, e i suoi torti. Poi fa il leader intrepido di una nazione in guerra contro l’invasore: fa la faccia che deve, indossa la maglietta che aiuta. Il pubblico si divide. Per tanti, è una questione di casting. Del resto, l’epopea è stata spesso questione di scugnizzi. In Ucraina, è stata il marinaio del 24 febbraio che ha drizzato il dito medio all’ammiraglia russa e le ha gridato: “Nave da guerra, idi na khuy” – va’ a farti fottere, più o meno, ma più. Prosa. La vita è prosa. Poi arriva il gergo delle medaglie al valore.

Però quella era stata anche “l’isola di Achille”. Teti implorava una degna sepoltura per suo figlio, e Poseidone ne fu commosso e suscitò dagli abissi Leukè, lo scoglio “bianco” come le ali dei suoi uccelli. Più di 2.500 anni fa, i coloni greci del Mar Nero e della Crimea vi immaginarono la tomba dell’eroe. Sulla sua superficie desolata sorse un tempio di Achille. C’erano pellegrinaggi. Blocchi erano ancora eretti in pieno Ottocento, servirono a costruire il faro. Qualcuno aveva collocato sull’isolotto, di cui Achille era il signore, anche un suo amore e nozze con Elena. Qualcuno aveva figurato che vi fosse stato reso immortale.

Disincantati come siamo alla grandezza, soprattutto alla grandezza che si pretende di associare al potere, ci attacchiamo ancora alla sua eredità antica. Certo, siamo tentati di abbassare anche quella all’esperienza della piccineria in cui ci riconosciamo. Achille, l’eroe impetuoso, era forse un ottuso energumeno – uno stupratore, anche. Però era nella sua tenda, e piangeva. Si può ancora immaginare di sbarcare temerariamente sull’Isola dei serpenti e piangere per Achille e per Patroclo. E poi piangere e ridere insieme, a mettere uno accanto all’altro, per un giorno, Achille e Zelensky.

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