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L'infamia dei giochi di potere in Siria e in Iraq stanno rianimando l'Isis

Adriano Sofri

Nella parte meridionale della provincia di Kirkuk perduta senza onore dai curdi e invasa dalle forze irachene filoiraniane, le incursioni dello Stato islamico si sono fatte continue e sanguinose

Quello che è successo a Carcassonne è una dolorosa ma straordinaria esemplificazione del confronto fra il “martirio” islamista e il sacrificio civile. Arnaud Beltrame – già aderente a una loggia massonica, convertito adulto al cattolicesimo praticante, militare per vocazione – ha messo a repentaglio la propria vita piena di amore e affetti per salvare un’altra vita, di una donna inerme. Lo sciagurato Redouane Lakdim ha sacrificato vite altrui, di sconosciuti che servissero al suo scopo, cavarsela e farsi un nome e comunque guadagnarsi il premio celeste del martirio. “Voi amate la vita”, così deridono gli islamisti la nostra viltà. Hanno avuto una risposta. Rara, certo, sicché nessuno di noi può dirsi pronto a fare altrettanto, ma è avvenuta. In Italia evoca immediatamente il nome del carabiniere Salvo D’Acquisto.

 

L’Isis ha rivendicato, com’è nel suo regolamento burocratico.

 

Voglio avvertire, in questa occasione, che l’insipienza e l’infamia dei giochi di potere in Siria e in Iraq stanno davvero rianimando lo Stato islamico. Nella parte meridionale della provincia di Kirkuk perduta senza onore dai curdi e invasa dalle forze irachene filoiraniane, le incursioni dell’Isis si sono fatte continue e sanguinose, soprattutto ai danni delle milizie sciite Hashd al Shaabi, e l’autostrada per Baghdad, di notte, e buona parte dei territori di Hawija e di Dyala tornano sotto il controllo jihadista. Intanto a Shingal (Sinjar), a sud ovest di Mosul, la zona montagnosa al confine tra Iraq e Siria in cui si consumò nel 2014 con l’avanzata dell’Isis la strage di migliaia di yazidi, Erdogan ha proclamato l’intenzione di intervenire occupando militarmente, come ha appena fatto nell’enclave curdo-siriana di Afrin, per liquidare i “terroristi” del Pkk, il partito dei lavoratori curdo-turco che tiene basi in esilio nel Kurdistan iracheno. Furono soprattutto i combattenti del Pkk e i loro confratelli curdi siriani a soccorrere gli yazidi in fuga e a tener testa all’avanzata dell’Isis, nella prima fase in cui i peshmerga di Erbil avevano rovinosamente ceduto. Il Pkk ha annunciato il proprio completo ritiro da Sinjar, mentre i superstiti yazidi riprendono un’ennesima volta la via della fuga. Baghdad, con le elezioni politiche imminenti e sciovinisticamente accanite, non può sopportare l’invasione turca del proprio territorio, ma è assai dubbio che sia in grado di fronteggiarla. Del resto i bombardamenti aerei turchi sul territorio curdo-iracheno, specialmente nella zona dei monti Qandil dove il Pkk ha le sue basi, sono pressoché quotidiani e fanno non di rado vittime civili. Di recente anche l’aviazione iraniana ha compiuto incursioni aeree sul territorio curdo-iracheno, questa volta nella provincia di Suleimanyah, contro basi in esilio di curdi iraniani.

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