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L’imprevedibile bellezza di Napoli, anche se piove e i musei sono chiusi

Una lezione a sbafo sull’Ercole Farnese, un vecchio amico alla presentazione di un libro, l’ acquario che non c’è più

24 Marzo 2018 alle 06:17

L’imprevedibile bellezza di Napoli, anche se piove  e i musei sono chiusi

Il Museo Archeologico di Napoli

Lunedì mi è venuto di andare a Napoli a visitare il Museo Archeologico. A Napoli c’era un maltempo come alle isole Lofoten. I napoletani non se ne capacitano e se ne scusano coi forestieri. Ho avuto un pensiero da scolaro: se mi fossi trovato alle isole, Ischia o anche solo Procida (Capri non fa per me se non da lontano), avrei potuto fermarmi perché i traghetti non affrontavano il mare grosso. Martedì mi sono alzato presto e sono andato al Museo. Che è chiuso il martedì. Avrei dovuto controllare, certo. Felice come uno scolaro ho prolungato la vacanza. In compenso, stando su via Partenope con Capri in vista, ho deciso di visitare l’Acquario, “il più antico d’Europa”, che non vedevo da decenni. A parte la bufera, il giardino della villa tirava su il morale: la statua di Vico con un coraggioso piccione di guardia sulla testa – quella testa – e un gazebo pieno di colori come una giostra. L’androne era sottosopra, specialmente dal lato dell’Acquario. Un guardiano mi ha adocchiato, vorrei visitare l’Acquario, ho detto. Ah, questo è un problema, ha detto. Arrivava una signora autorevole all’entrata di fronte, l’insigne Stazione zoologica Dohrn, il guardiano le ha comunicato la mia intenzione. “L’Acquario è chiuso”, ha detto lei. Ah, fino a quando? – ho chiesto. “Definitivamente. Già da tre anni”. Ci sono rimasto male, ecco un’altra cosa che avrei dovuto sapere. E i pesci? – ho chiesto. “Sono stati restituiti al mare”. Ma come, ho pensato, anche quelli dei mari esotici? Io ho un attaccamento speciale ai polpi, sui quali qui si conducevano ricerche favolose. “E i polpi?” – ho chiesto. “Non credo che li abbiamo mangiati”, ha detto la signora. L’ho scrutata, non scherzava. Ha aggiunto: “Dopo tanti anni nelle vasche non credo che…”. Può aver pensato che aspirassi alla mia parte nella liquidazione dei polpi?

 

Sono tornato sul lungomare, sferzato dal libeccio. A Mergellina pioveva così forte che mi sono riparato nella stazione della funicolare, e siccome non smetteva l’ho presa. Sono sceso all’ultima fermata, Manzoni. Pioveva forte anche là. Ho chiesto a un signore anziano: “Che cosa c’è da vedere qui a Manzoni?”. “Niente proprio”, ha detto. Guardare abbascio, ha detto. Ma diluviava, non si vedeva niente, sono tornato giù con la prossima funicolare. Se avessi preso quella centrale, per Sant’Elmo e San Martino, sarebbe stata un’altra cosa. Ho comprato un nuovo ombrello, perché il primo era già uscito dai gangheri. C’era un giardinetto con alberelli giovani piantati dall’associazione di amicizia ebraico-cristiana: un leccio stenterello è dedicato a Khaled Fouad Allam, buona idea. Lì sopra c’è la Madonna del Parto e la tomba di Sannazaro, di cui chissà perché in qualche circostanza giovanile lessi il De partu Virginis. Poi ho continuato fino a Palazzo Donn’Anna e ci sono entrato, proponendomi di riferirlo a Dudù La Capria, perché siamo amici. Un guardiano mi ha fermato: E’ vietato, ha detto. Solo questi dieci metri, ho detto, per guardare dalla terrazza. Non si può, ha detto. Ma perché? ho chiesto. “C’è il brecciame, si scivola”, ha concluso lui senza remissione. Al ritorno ho controllato sul dizionario, esiste: “Brecciame. Frantumi di pietra, pietrisco per pavimentazione stradale”. Ho fatto le fotografie dalla strada, le manderò a Dudù. Ho preso un autobus e sono sceso di nuovo alla villa, sono andato a camminare a Chiaia. Ho fatto una fotografia alla lapide che commemora l’invenzione della pizza Margherita per inoltrarla ai parenti norvegesi. Auto a parte, non c’era gente in giro. Sono passate due signore anziane, distinte, somiglianti, due sorelle certo, una magari nubile, l’altra forse vedova. Si tenevano strette e fendevano il vento, come se andassero a comprare l’ultimo chilo di pane prima del coprifuoco. Gli antiquari di via Morelli stavano accomodati nelle poltrone d’epoca, uno dormiva proprio. La sera avevo voglia di una pizza buona, sono andato da Ettore a Santa Lucia. Come la vuole? mi ha chiesto il cameriere anziano, tipo scanzonato. Napoletana, ho detto – quando parlo a Napoli faccio anche l’accento, non male – quella con le acciughe. Quella è la romana, ha detto lui. Non avevo tagli minori, per pagare gli ho dato 100 euro. Si è messo a sbandierarli ai tavolini dei clienti stranieri spiegando che quel signore, io, glieli aveva dati di mancia. Gli stranieri mi hanno guardato come si studia un lombrico. Quando sono uscito era notte, le zeppole di san Giuseppe erano invecchiate.

 

Nonno Adriano

  

Il 19 un mio giovane amico di Taranto, Angelo C., aveva divulgato per Whatsapp una fotografia di gruppo con un esemplare colossale e la scritta: Led Zeppolin. Di sera da Feltrinelli c’era la presentazione del romanzo di Daria Bignardi, Storia della mia ansia. La gente è venuta, sfidando la buriana delle Lofoten. Valeva la pena. Parlava Valeria Parrella che è un tipo in gamba, e da lei ho imparato un’espressione che non conoscevo, sebbene mi picchi di cavarmela col napoletano: “nu guaio ’e notte”. Che vuol dire, penso, una persona che è un guaio, ma di più. Parrella lo riferiva al marito israeliano di Lea, la protagonista di Daria, ma poi la gente legge i romanzi come se fossero autobiografie e come se si trattasse del marito di Daria e io stavo in fondo alla sala ansioso, perché è mio figlio. In fondo alla sala stava anche il mio vecchio compagno e amico Peppe Lanzetta e ci siamo abbracciati e commemorati a vicenda. Parrella in un’intervista con Annalena Benini aveva detto che a otto anni era stata colpita da un titolo di Liala, “Lalla che torna”: “Io rimasi incantata da Lalla che torna, dicevo: ma che titolo meraviglioso, allora si può mettere anche un ‘che’ in un titolo, mi sembrava meraviglioso che un titolo non dovesse essere soltanto: L’isola del tesoro e Piccole Donne, significava che Lalla andava, succedeva qualcosa e poi perfino tornava”. Bello. C’era anche una parte musicale con Flo, Floriana Cangiano, cantante e autrice formidabile, provate a sentirla e vedrete, accompagnata da Michele Maione, percussionista ma in questo caso chitarrista, con cui a cena ho fatto lo spiritoso col risultato che è più spiritoso di me. Il giorno dopo l’onorato Mattino aveva una cronaca in cui figuravo anch’io, come “Tour-manager” di Daria, “Nonno Adriano”, che fa sempre piacere, e rilasciatore di una dichiarazione virgolettata: “Io ho chiuso con le interviste”.

 

Nientedimeno

 

Mercoledì ero su all’alba, per essere tempestivo alla riapertura del Museo Archeologico. Il Museo è meraviglioso e sta ospitando un “Festival Mann”. E’ pieno di scolaresche. Nel reparto pompeiano erotico-sessuale, che fino a poco fa era ancora il “Gabinetto segreto”, le scolaresche transitano compostamente fra pareti di itifalli protuberanti e quadretti di accoppiamenti e ammucchiate di uomini e donne e altri animali: chissà se per le intimidazioni dei docenti o per l’assuefazione a Pornhub che le surclassa. Visitatori dell’estremo oriente manifestano un entusiasmo più vivo. Ascolto a sbafo una lezione sull’Ercole Farnese mescolato a una scolaresca francese. Dibattito ortopedico: se i polpacci – les mollets – di Ercole siano migliori delle protesi scolpite da Guglielmo Della Porta che per secoli li sostituirono, esposte in un angolo. Sono migliori, è il verdetto. Il mosaico della battaglia di Isso, dalla Casa del Fauno, è grande quasi sei metri per più di tre ma mi commuove ora per la sua piccolezza: ecco perché. Un’interpretazione vuole che non si tratti della battaglia di Isso (oggi Turchia, 333 a.C.) ma della battaglia con gli stessi attori avvenuta a Gaugámela (331 a.C.: oggi la terribile Mosul, nord Iraq). La battaglia prende anche il nome da Arbela, che è oggi la capitale del Kurdistan iracheno, Erbil, distante però un centinaio di chilometri: forse Dario III vi riparò dopo la disfatta, e Alessandro vi si proclamò Re dell’Asia, dall’alto della Cittadella. Sotto la quale, a Erbil, il mosaico pompeiano è oggi riprodotto in dimensioni colossali su un muraglione. Il mondo è piccolo, e io ho trovato un amico napoletano proprio a Erbil, dove abbiamo trascorso buona parte degli ultimi anni. Si chiama Ulderico, è un ingegnere, aveva in corso lavori importanti: la guerra ha interrotto lavori e, temo, pagamenti. Ha curato la mappatura digitale della Cittadella. E’ appena rientrato e andiamo a cena a commemorare le dissipate cene curde. La frequenza con Ulderico mi aveva schiuso il segreto della lingua napoletana in una sola parola: Nientedimeno. Prendete una frase a piacere e aggiungete Nientedimeno: diventerà una frase napoletana. Piove. Piove, nientedimeno. Dopo cena Ulderico e Francesco suo figlio mi hanno portato fino al panorama da San Martino, con un vento che nientedimeno faceva sbattere di qua e di là le lampade dei fanali. Giovedì mattina sono partito. C’era sciopero dei taxi, avevo il trolley, un sacco di libri vecchi comprati a poco a piazza Dante, e l’ombrello. Ho sacrificato l’ombrello e ho preso il bus 501. I biglietti li ho finiti, ha detto il conducente, senza convinzione. Stavo per scendere ma un mio coetaneo, piuttosto male in arnese, mi ha fatto segno di no, di metterci a sedere. Tanto non passa nessun controllore, mi ha detto. Quando c’è un tempo così, quelli non passano. Magari lei ha un biglietto in più da vendermi, ho detto. Io? ha detto lui indicandosi col dito, offeso: Io non lo tengo il biglietto. Ah, scusi, ho detto, e abbiamo cominciato a chiacchierare. Dopo una fermata ci davamo del tu. Però dovevi andare a Ischia, mi ha detto. A me piace anche Procida, ho precisato. Ne ha convenuto. Però Ischia è meglio, lui aveva uno zio al Porto. Nelle isole uno deve stare attento perché ci tengono alla legge, ha detto. Si fanno vedere che sono duri ma tengono paura. Si mettono paura di quelli della terraferma. In vicinanza della stazione mi ha affidato a un altro passeggero anziano perché lui scendeva. Mi dispiace pensare che probabilmente non ci rivedremo. Ho fatto in tempo ad accorgermi che il Vesuvio, per la prima volta in quattro giorni, aveva tirato la testa innevata fuori dalle nuvole, e sono tornato a Firenze.

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