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La casa di Jack

La recensione del film di Lars von Trier, con Matt Dillon, Uma Thurman, Riley Keough, Bruno Ganz

1 Marzo 2019 alle 18:10

Il mestiere del serial killer come una delle belle arti. Dite a Lars von Trier che ci aveva già pensato Thomas De Quincey nel 1827, quando scriveva “L’assassinio come una delle belle arti”: aver letto qualche libro aiuta a non cadere nelle provocazioni. A leggere certe recensioni, sembra che la colpa di tutto l’abbia il Festival di Cannes, quando dichiarò il regista “persona non grata” per certe sue dichiarazioni antisemite – era in gara con “Melancholia”. L’interdetto è stato tolto e Lars von Trier l’ha rifatto, come lo scorpione con la rana. Un inizio di black comedy, e poi la tigna di chi si mette d’impegno per disgustare. Uma Thurman viene ammazzata a colpi di crick, le muffe del sauterne sono paragonate alla decomposizione dei cadaveri, da una tetta amputata viene ricavato un portamonete, a un anatroccolo viene spezzata una zampa. Lì gli spettatori hanno un moto di orrore, mentre hanno sopportato tutto quel che veniva prima e quel che verrà dopo, tra cui una graziosa casetta fatta di cadaveri, bambini uccisi con un fucile da caccia, strangolamenti e punteruoli nel cuore (il regista saprà perdonare se abbiamo dimenticato qualcosa). Per una spolverata colta e autobiografica (signora mia, lei non può immaginare i tormenti della creazione…”) arrivano i ragionamenti tra il mestiere dell’architetto e quello dell’ingegnere: l’ingegnere scrive la musica, l’architetto la suona. Arrivano l’Olocausto e la quercia di Goethe, distrutta assieme a cento ettari di bosco per costruire il campo di sterminio di Buchenwald (la pazienza dello spettatore si è esaurita molto prima, ma questo sarebbe il momenti di alzarsi e andarsene, per le sciocchezze che tocca sentire). Entrano Glenn Gould e William Blake, che con i serial killer stanno sempre bene, per via di Hannibal Lecter e delle variazioni Goldberg. Matt Dillon ha l’aria sempre più catatonica, mentre parla con la “voce misteriosa”. Appartiene alla buonanima di Bruno Ganz, che nel film si chiama Verge, e alla fine si svela come un Virgilio uscito dalla “Divina Commedia” illustrata da Gustave Doré. Matt Dillon si traveste con la palandrana rossa di Dante, e insieme sprofondano all’inferno, liberando finalmente lo spettatore.

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