Claudio Abbado - foto Ansa

Ricordare il direttore

La persistenza dell'affetto per Claudio Abbado. Ancora tanti omaggi: oggi da Santa Cecilia

Roberto Raja

Giovedì scorso Rai 5 ha dedicato la serata al musicista, deceduto dieci anni fa, riproponendo lo storico concerto del marzo 1982 che segnò il debutto della Filarmonica della Scala. Un decennio senza un direttore che amava costruire giovani musicisti e orchestre

Giovedì scorso Rai 5 ha dedicato la serata a Claudio Abbado, riproponendo lo storico concerto del marzo 1982 che segnò il debutto della Filarmonica della Scala, declinazione sinfonica dell’orchestra del teatro milanese fortemente voluta dallo stesso direttore sul modello dei Wiener Philharmoniker. Oggi l’Accademia nazionale di Santa Cecilia dedica al maestro una giornata di studio e testimonianze (“Dirigere il futuro. Claudio Abbado tra utopia e realtà”, il titolo) e poi a seguire, con repliche domani e lunedì, la Messa da Requiem di Verdi, una delle partiture più amate da Abbado, con i complessi ceciliani diretti da Antonio Pappano. Non si spengono le fiaccole della memoria collettiva accese in occasione dell’anniversario della morte del direttore d’orchestra (a Bologna, il 20 gennaio del 2014). 
 

Passati già dieci anni, sono significative le manifestazioni e le iniziative di questi giorni sui giornali e nell’editoria, nei teatri, sul web per dirci quanto vicina sia la figura di Abbado alla sensibilità di tanti “consumatori” di musica. È tuttavia una vicinanza, un’affinità che a freddo può sembrare stridente non solo con il tempo trascorso ma anche con la natura effimera e del tutto contingente dell’arte interpretativa, per di più di un direttore d’orchestra, che ha solo virtualmente uno strumento musicale per le mani. Certo, restano i documenti, le registrazioni, il carisma. Ma bastano a mantenere così viva la memoria di un musicista che è stato in sostanza interprete di musica altrui? Retropensiero più ampio: possibile che ci si sia fatti prendere un po’ la mano dal mito dell’interprete e dell’interpretazione? Che la bella o bellissima esecuzione, la lettura ardita e innovativa di un classico soverchino la musica in sé in fatto di emozione d’ascolto? Il punto è che l’interprete è lì, fisicamente presente (la musica non può farne a meno), e la gioiosa gratitudine e l’applauso  del pubblico se li prende tutti lui. Beethoven, per dire, è morto da un pezzo e così diamo per scontato e un po’ ci dimentichiamo che il piacere primo dell’ascolto viene ancora una volta da lui, dalla sua musica.
 

Ma torniamo ad Abbado e alle ragioni della persistenza di un amore – ché anche di questo  si tratta, non solo di stima e ammirazione. La memoria storica va agli anni della Scala: gli anni dell’impegno civile al fianco di  Pollini e  Nono fra gli altri, gli anni dei concerti per lavoratori e studenti, dei programmi innovativi, della Scala più aperta nella Milano dei sindaci socialisti scossa dal terrorismo. La memoria emotiva però coglie un altro aspetto di questa prima grande avventura: era giovane Claudio Abbado alla Scala. A soli 35 anni, nel fatidico 1968, era sul podio del suo primo Sant’Ambrogio come direttore musicale del teatro. E nel ’63 aveva fatto il suo esordio a Salisburgo alla guida dei Wiener Philharmoniker. Giovane, una memoria prodigiosa, elegante nel gesto di formazione mitteleuropea, già apprezzato nelle grandi piazze internazionali e con strane idee per la testa: rispolverare filologicamente il Rossini buffo e renderlo più vivo e brillante che mai; far rinascere un’opera di Verdi, il Simon Boccanegra, e dominarne un altro paio almeno; portare il Novecento (un indimenticabile Wozzeck) tra gli stucchi del Piermarini, e pure grandi registi come Strehler, Ronconi, Ljubimov. E insieme c’erano i concerti con le  orchestre di Chicago, Londra, Vienna, fino alla svolta di Berlino: eletto dagli stessi orchestrali un mese prima della caduta del Muro, sul podio che era stato di Furtwängler e Karajan. Era la piena maturità, ma Abbado sembrava sempre giovane: avido di progetti e di futuro, amichevole con i professori d’orchestra,  fedele alla religione dell’ascoltarsi per far musica insieme, parco di indicazioni alle prove quanto magnetico ed elettrizzante – lui, il grande razionale – durante i concerti.
 

Dieci anni senza, si dice. Dieci anni senza Abbado sono stati dieci anni senza un direttore che, pur avendo a disposizione le migliori formazioni strumentali internazionali, amava costruire giovani musicisti e orchestre: dalla European Union Youth Orchestra alla Mahler Chamber, dalla rinnovata Orchestra del Festival di Lucerna alla Mozart degli ultimi anni. Sono stati dieci anni senza un direttore che aveva un repertorio immenso e che tanto registrava, nella stagione più opulenta del mercato discografico. E che nutriva almeno una magnifica ossessione: la musica di Mahler, sui leggii all’esordio a Salisburgo, per il debutto della Filarmonica della Scala, per il primo concerto con l’Orchestra del Festival a Lucerna, per il gran ritorno alla Scala nel 2012. Una volta ci rinunciò quando l’aveva già in programma: a New York nel 2001 con i Berliner. Un mese dopo l’Undici settembre preferì la voce più luminosa e universale di Beethoven. E fu, manco a dirlo, un’emozione enorme.
 

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