festa dell'ottimismo 2021

Musica democratica. Una conversazione con Cesare Cremonini

Claudio Cerasa

L'autore e cantante ci spiega come la pandemia e lo streaming hanno cambiato il modo di pensare, produrre e distribuire canzoni. L’esempio dei Beatles, l’album, gli algoritmi e un appello. Dialogo con Claudio Cerasa  

Alla Festa dell’Ottimismo di Firenze è intervenuto anche il cantautore Cesare Cremonini. Si parte con una domanda speciale fatta dal sindaco di Firenze Dario Nardella, musicista con un grande talento con il violino. “Intanto ringrazio Claudio e tutto il Foglio per questa bellissima giornata. E benvenuto Cesare Cremonini. Questo è un luogo di straordinaria bellezza, non solo ha avuto una storia politica importante – è stata la sede della Camera dei deputati quando Firenze era capitale –, ma è anche un luogo di musica e arte. Per esempio, alle nostre spalle c’è questa bellissima opera di Jenny Saville. La domanda è questa: tu credi che il linguaggio della musica, e dell’arte in generale, possa travalicare lo stesso campo dell’arte e arrivare alla coscienza delle persone, promuovendo anche azioni forti, unendo popoli, trasmettendo valori di pace, di dialogo, di fratellanza? O è soltanto un’utopia?”.

“Grazie sindaco – risponde Cesare Cremonini – Questa è una domanda molto importante e la risposta non è scontata. Noi musicisti abbiamo una grande occasione quando scriviamo una canzone o una partitura, ed è quella di fare una profezia, indicare una sensibilità che è già nella società ma per la quale le persone non hanno ancora trovato le parole e la voce per esprimerla. Io credo enormemente nel valore profetico della musica. Credo che questo meraviglioso salone sia un grande esempio di arte, e che l’arte abbia il potere di pacificare i popoli. I potenti della terra, di fronte a questa bellezza e alla bellezza dell’Italia intera, dovrebbero e potrebbero mettere da parte i propri interessi particolari. La musica è una piccola parte del grande universo dell’arte, ma ha un potere di comunicazione enorme, è un’arma di comunicazione di massa tra i più potenti che abbiamo, e va indirizzata. Quindi gli artisti hanno una responsabilità, dobbiamo imparare a riflettere di più sul valore di ciò che creiamo. La pandemia secondo me mette a nudo gli artisti e le loro intenzioni, e anche una canzone pop può portare al pubblico un messaggio, diretto o indiretto. Quindi non può essere un’opera che conti solo dal punto di vista commerciale. Ecco, io sono convinto che a volte si parla di periodi ‘buoni’ e ‘cattivi’ per la musica, ogni volta che sento queste frasi mi guardo allo specchio e faccio un esame di coscienza, perché quello che succede nel mondo della musica è il nostro lavoro e ne siamo responsabili”. 


In che modo la pandemia ha messo a nudo la tua musica?

“Quando è iniziata la pandemia, io e tutti gli artisti italiani ci siamo trovati in un momento di passaggio. L’anno scorso avevo il compito di iniziare a ragionare sul mio futuro artistico e su quello che avrei voluto scrivere, comporre e pubblicare. E guardandomi allo specchio ho capito che una situazione come questa indica la possibilità e la responsabilità di comporre e portare al pubblico una forma di canzone con un qualche tipo di messaggio. Qualcosa che non sia solamente una corsa al successo perpetuo, come gli ultimi anni di business musicale ci avevano un po’ insegnato. Adesso stiamo attraversando la più grande crisi del live della storia d’Italia e del music business italiano, ma venivamo da un picco di grandissimo valore e di grandissimo successo, di grandissimi numeri dei live: nel settore, l’Italia dal punto di vista numerico e di fatturato era tra le prime in Europa, nonostante una popolazione minore rispetto ad altri grandi paesi. Ciò aveva creato una corsa alle produzioni, allo spettacolo, al fatturato, ai numeri, a ostentare i sold out. Questa corsa è stata smantellata dalla pandemia e sarebbe cretino porsi oggi come ci si poneva ieri. Chi ha progetti importanti, con grandi numeri come me deve riflettere sul cambiamento.  Io ho semplicemente pensato al valore delle canzoni, a quello che accadeva negli anni Settanta, quando i cantautori erano realmente profetici. Prendiamo una canzone, ‘Com’è profondo il mare’, ad esempio: partiva con una con una frase importantissima: ‘Siamo noi, siamo in tanti’. Usciva dal territorio di ragionamento sul personale, sulla propria intimità, chiusi in una stanza, e andava a cercare una forma di ragionamento democratico verso il pubblico. E quella è diventata la forza di Lucio Dalla, è diventato l’uomo centrale della musica italiana dei decenni successivi perché aveva allungato una mano verso il pubblico. Ecco, penso che oggi la canzone popolare debba allungare una mano verso il pubblico, non può essere autoriferita, e non può solamente fare parte di una corsa ai numeri”.

 

C’è qualche parola che hai individuato nel tuo prossimo album che pensi che possa in qualche modo mostrare lo spirito del tempo?

“Ce n’è una importantissima, è ‘ragazza’. Una figura giovane, giovanissima, e femminile. La mia personale sensibilità in questo periodo ha colto questa figura, sarà centrale nel lavoro discografico che sto per iniziare. La femminilità. La purezza e l’ingenuità della gioventù di oggi ha bisogno certamente della nostra esperienza – io ho solo 41 anni, però quando vedo i ragazzini, il loro entusiasmo e la loro forma di comunicazione sui social, così forte e anche ingenua per certi versi, sento di poterli aiutare. E’ un’energia che noi dobbiamo assolutamente guidare”. 


Ma la pandemia ha cambiato qualcosa anche nel modo in cui si produce musica? Rispetto all’equilibrio tra il digitale e la dimensione live, qualcosa verrà cambiato per sempre?

“Credo di sì, è una lunga trasformazione cominciata qualche decennio fa anche in altri settori dell’industria dello spettacolo e del lavoro italiano in generale, e portata a compimento dalla pandemia. E’ in atto un cambiamento sociale, tecnologico, economico, e sarebbe da stupidi mettersi completamente ‘controvento’, ma allo stesso tempo non possiamo nemmeno essere del tutto passivi: dobbiamo stare molto attenti a dove va il mercato, che nel mondo della musica è come una biglia molto preziosa che gira sopra un biliardo. Bisogna stare attenti a chi la prende, perché c’è il pericolo di monopolio. Lo streaming si sta prendendo praticamente l’85, il 90 per cento del mercato. Dobbiamo tenere gli occhi aperti per non trovarci fra qualche anno ad avere l’industria musicale e dello spettacolo italiano non più nelle nostre mani”.


La digitalizzazione della musica, e la stagione degli algoritmi con la quale fa i conti anche il mondo della musica, hanno imposto nella tua opera dei vincoli che senti stretti?

“No, dal punto di vista artistico ho la fortuna di avere una libertà totale. Sono i contratti che te la danno, contrattualmente sono stato sempre un artista fortunato, anche quando ero più giovane che ero una ‘licenza’. Oggi collaboro molto più alla pari con l’industria discografica, ma in ogni caso resto autonomo. C’è un concetto importantissimo da capire, che oggi sfugge alla comunicazione e alla retorica sulla musica. Si dice che questo sia il periodo della musica liquida. Invece non c’è mai stato niente di meno liquido della musica oggi. Perché la fruibilità è inafferrabile, questo sì, ma la concretezza del prodotto che crei serve ad accontentare questa fluidità. Che è non solo musica ma anche immagine, videoclip, contenuti speciali, esclusive per Amazon, per Spotify… La quantità di denaro che si deve spendere per produrre questi contenuti sui social e nelle nuove forme di comunicazione digitale è moltiplicata, ma i costi restano importanti lo stesso, si tratta di lavoro per professionisti, per aziende. Allora questo cosa determina? Che progetti ricchi, che hanno grandi numeri, o artisti che fanno sponsorizzazioni e hanno un potere economico personale da investire, costoro hanno potere di comunicazione, una merce di scambio da offrire. Invece l’artista piccolo che non può permetterselo rimane schiacciato: o scompare, oppure rimane in serie B o C, o dilettantistica. Quando dico di tenere gli occhi aperti intendo questo. La musica è molto meno liquida di quello che si crede”. 


Ci racconti come nasce una tua canzone?

“Questo è più romantico, hai fatto bene a chiedermelo perché mi stavo inoltrando in terreni  molto tecnici, hai fatto benissimo a riportarmi al mio vero ruolo. Una canzone può nascere in molti modi. Il mio è uno dei metodi che secondo me ti investono in maniera più completa. Esiste una percezione di quello che hai intorno, e se sei portato ad assorbire quello che provano gli altri, allora in maniera indiretta, lentamente, mentre dormi, mentre prosegui nella tua vita, la tua fantasia e la tua sensibilità iniziano a lavorare per te, nella testa. L’importante è farsi trovare sullo strumento nel momento in cui questa equazione che sta facendo il tuo cervello si libera ed è pronta a essere servita come un piatto, come una portata. Se sei in giro a bighellonare e non sei concentrato, questa portata arriverà e dirà: ‘Ok, vado da un altro’. E con questo voglio dire che l’ossessività nel mio mestiere è importantissima. Basta che non diventi patologica. Bisogna essere sempre a disposizione del momento giusto in cui questa ispirazione arriva”.


C’è un momento in cui decidi che devi scrivere una canzone, oppure è la canzone che in qualche modo arriva da te?

“Non ho mai vissuto un giorno in cui non ero ossessionato dall’idea di poter scrivere una canzone. Mogol diceva in una canzone famosissima di Battisti: ‘Il mio mestiere è vivere la vita’. Vivere la vita è un mestiere per chi scrive canzoni”. 


Cosa c’è nella playlist di Cesare Cremonini in questo momento?

“In questo momento preciso ci sono i Beatles, anche venendo qui, perché è uscito da poche ore il docufilm ‘The Beatles: Get Back’, che ripropone un modello di lavoro, di professionalità e di gioventù a cui sono molto affezionato. Credo che sia un modello che resterà nel tempo, al contrario di quelli di oggi che scompariranno: questo è un documentario che fa vedere i Beatles all’opera a 28, 29 anni nel ’69, durante la creazione di un disco complicato, mentre erano in crisi e avevano già avuto un successo smisurato in tutto il mondo. E però mostra anche la spontaneità e l’amicizia intorno al talento per la musica. Il centro di tutto quello che si vede sono dei ragazzi che creano. Questo per me vuol dire essere giovani, l’immagine che ho come riferimento dell’essere giovani. Questa playlist di canzoni e il docufilm spiegano molto bene la differenza fra essere giovani ed essere giovanilisti, una malattia di cui la musica soffre moltissimo. E allo stesso tempo ci indicano il perché i Beatles sono restati in cima per così tanti anni, e ci resteranno per sempre probabilmente. Perché erano veri. Nel mondo dell’immagine la verità non è facile da osservare, o meglio, da comprendere, e il mondo della musica oggi è più attento all’immagine che dà piuttosto che al contenuto di quello che crea”. 


Dopo i Beatles – non so che aggettivo usare, non direi contemporaneo perché i Beatles sono contemporanei – c’è qualcuno di più attuale dal punto di vista della pratica musicale che stai ascoltando?

“Andiamo dalla parte opposta. Oggi siamo in un momento in cui è difficile non vivere la musica come compagna di viaggio, delle esperienze che fai. C’è la musica per la palestra, per i viaggi, per le vacanze, per l’amore. Ultimamente ho ascoltato per ragioni professionali The Weeknd, un artista estremamente importante nel mondo della discografia pop di oggi, per studiarne la qualità di produzione. Questo è il mondo dei producer: rispetto a 25, 30 anni fa, migliaia di ragazzini con il computer stanno imparando a fare musica in un modo completamente diverso da quello che ho imparato io. E’ molto interessante capire come si stanno trasformando dei valori che davamo per consolidati. Questo è un mio modo di ascoltare musica, cercare di capire nell’attualità come si produce, ma non dimenticare i valori della musica con cui mi sono formato”.


Ti sarà capitato probabilmente chissà quante volte che qualche giovane ragazzo o ragazza si interessi a diventare un musicista, un cantante o a lavorare nel mondo della musica. Cosa gli consiglieresti, andare nei locali, fare qualsiasi cosa per farsi notare, o perché no, provare X-Factor?

“Gli consiglierei di studiare uno strumento musicale. Si può avere la fortuna del successo, e come inseguirlo è una libera scelta. Non ha senso dire di non andare a X-Factor. A seconda di quello che fai e di come sei, della tua personalità, anche della tua etica, devi essere libero di scegliere come diavolo ottenere il successo che desideri. Però una cosa che consiglio è di studiare la musica, uno strumento, perché nel momento in cui il successo vacilla, per aspettare il tempo che torni, saper suonare uno strumento è un’ottima compagnia nella fatica, nel dolore, nella paura. E’ qualcosa che ti tiene sempre a galla”.


Per un cantante, qual è l’effetto più bello da ottenere con una canzone? Far sorridere, far piangere, gioire, ballare? Qual è il modo in cui vuoi emozionare il pubblico?

“Ciò che mi emoziona personalmente sono le persone che si uniscono. Lo sport e l’arte sono le due cose con cui riuscirci, in un pianeta che vive di divisioni e se ne nutre. Basti pensare alla comunicazione sui social, alla politica. Ovunque ci sia un pubblico si cerca di ottenere il consenso dividendo le persone. A volte per gioco è successo anche nella musica, pensa ai Beatles e ai Rolling Stones, agli Oasis e ai Blur, e a tutta la New Wave, negli anni Ottanta c’erano i Police contro i Cure. Era bello litigare sulla musica, aumentava il pathos. Però a me la cosa che è piaciuta sempre di più è arrivare fino a dove sono arrivato, negli stadi, e vedere persone che quella sera, anziché scriversi commenti odiosi su Facebook, inconsapevolmente si sono trovati a provare la gioia dell’essere vicini e abbracciati”. 


Abbiamo iniziato con una domanda di Dario Nardella, chiuderei invece con una tua domanda in generale alla politica: che cosa può fare secondo te la politica per la musica? Oltre che ascoltarla…

“Partiamo dalle basi: direi che la pandemia ha rivelato la completa dimenticanza da parte della politica di tutto il settore. Un settore che certamente ha anche la colpa di mandare avanti gli artisti a parlare e a fare da antenna, strumentalizzandoli, nella convinzione che l’artista, esponendosi, raggiungerà con più forza le istituzioni o il pubblico. In realtà il nostro settore ha bisogno di persone ai vertici che abbiano un valore e un peso specifico – io non ne vedo sinceramente. Allo stesso tempo spero con tutto il cuore che la politica da oggi in avanti abbia almeno imparato a capire le dimensioni, la qualità e la quantità delle persone che fanno parte del mondo della musica”. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.