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Cesare deve cantare

Il fare e disfare, le manie che servono per scrivere, l'onestà verso il pubblico, la monogamia, la ricotta, la vodka, le canzoni, le irruzioni ai matrimoni degli altri. Conversazione con Cesare Cremonini

31 Maggio 2020 alle 13:27

Cesare deve cantare

Cesare Cremonini

Cos’è il mondo lo ha scritto lui, anni fa. “Ho visto un posto che mi piace, si chiama mondo”. E chi non l’ha cantata, in quarantena, lacrimando in terrazza, cortile, balcone, la “Mondo” di Cesare Cremonini e Jovanotti, per ricordarsi che fuori casa c’era un bene prezioso. “Gira e gira e non si ferma ad aspettare, sorge e tramonta come un delfino dal mare e muove la sua orbita leggero e irregolare, mondo cade, mondo pane, mondo d’abitare”.

 

  

In vent’anni e più di carriera, CC ha scritto molti versi dai quali non si può tornare indietro. Questo fanno i cantautori: spostano l’asse dei significati, dei rimandi, allargano le parole o forse le circoscrivono a un destino, a una storia precisa, e così diventa impossibile parlare di gatti senza pensare che guardino nel sole, di colli bolognesi senza volere una Vespa cinquanta special per andarci in giro, di GreyGoose senza sognare Angelina, l’amore di una sera da richiamare un giorno d’estate o magari mai più.

 

È quasi magia, e chiedo a Cremonini se c’entri anche il caso. Se questi versi che a noi cambiano la vita, mettono occhiali eterni, rimpastano il linguaggio, a lui vengano senza pensarci troppo, e se capita che le parole le scelga semplicemente perché stanno bene insieme – i Beatles hanno pur sempre cantato “Michelle, ma belle, sont des mots qui vont très bien ensemble”.

“Non c’è stato un giorno in cui io abbia messo insieme parole perché rimavano o suonavano. Ho scritto “Logico” perché cerco sempre una logica in quello che dico, e voglio che le mie canzoni siano chiare, comprensibili. È anche un fatto di sensibilità provare a essere accessibili e semplici, di modo che tutti capiscano. Le parole devono colpire al centro del bersaglio, e io le uso per dare forza ai concetti. Se mi chiedessero cosa vogliono dire le mie canzoni, mi spaventerei moltissimo. Mi piace quando si creano delle leggende, perché il pubblico cerca sempre qualcosa di più grande, e così è capitato che si sia sparsa la voce che la ragazza di cui parlo in “Marmellata#25” sia morta, come successe a De Gregori con “Buonanotte fiorellino”. Spero mi capiti ancora”.

 

 

E se una parola non basta, e nemmeno una nota, o tre, o sette? Che succede quando il linguaggio è insufficiente?

“Non sono preoccupato di non riuscire più a scrivere canzoni, ma di spegnermi, di smettere di sentire ed emozionarmi in modo contraddittorio e intenso abbastanza da mandarmi in crisi così da cercare poi di tradurre quella crisi in un pezzo. Do per scontato che una canzone riesca a mostrare i colori meglio di un racconto in prosa o di un dialogo con una persona, ma il punto è cosa succede se non ho più ragione di scrivere quella canzone. Trascolorare è un rischio che corriamo tutti, se capitasse a me io davvero non saprei come sopravvivere. Ho iniziato così presto a fare questo lavoro che conosco soltanto un modo di stare al mondo: scrivere la vita”.

 

Durante la quarantena sei riuscito a farlo? Molti artisti hanno raccontato di essersi bloccati, quasi annichiliti.

“Non ho avuto la necessità di scrivere perché il racconto di quello che capitava era separato dall’intimità, ed era diventato molto generico fare delle canzoni. Per me tutto era stretto tra la magia e il terrore, quindi mi incantava, e bastava così, diceva da sé. La bellezza e la brutalità mi ammutoliscono. È quando sto in contatto con le persone, quando riesco a entrare nel loro cuore che scrivo la mia musica. Per questo il momento più interessante per me arriva adesso, con il mondo che si apre e gli incontri che tornano possibili”.

 

Fino a un mese fa dicevamo tutti che ne saremmo usciti migliori, che il virus ci avrebbe ridimensionati, riaccesi, riavvicinati. Adesso scherniamo quel parlare così assorto, diciamo che non cambierà niente, e anzi forse peggiorerà tutto. Tu invece hai detto di recente al Corriere della Sera che nella tua vita c’è stato un pre e un post coronavirus.

“Percepisco anche io questo sminuire. Lo noto soprattutto nel modo in cui le persone si chiedono come sia andata la quarantena, parlandone come fosse stata una vacanza, una parentesi. Io mi sono messo in discussione con grande severità, ho valutato ogni aspetto della mia vita, ogni persona, e ho deciso di allontanarmi da chi ho avuto la sensazione che mi facesse del male. Ho rivoluzionato la mia situazione professionale: prima della pandemia avevo un manager, adesso non lo ho più. Soltanto così ho ritrovato le parole per scrivere”.

 

Quanto contano gli amici?

“Quando ho chiuso il concerto al Dall’Ara, nel 2018, vennero a trovarmi moltissimi amici. Ne rimasi impressionato. Valentino Rossi mi disse che ero molto fortunato, perché vincere da soli non è la stessa cosa. Sono un festaiolo e pure un grandissimo collezionista di esperienze umane, per questo mi circondo di affetti. Ieri sono andato a cena con un amico che ha perso il lavoro a causa del covid e non nascondo che mentre parlava dentro di me prendevo appunti”.

Quindi frequentarti è molto pericoloso.

“Ma sai che credo che qualcuno potrebbe essere felice di essere raccontato in una canzone”.

 

 

Pronuncia quel qualcuno con lo stesso tono che usa quando canta “New York New York è una scommessa d’amore, tu chiamami e ti vestirò come una stella di Broadway”, quindi mi difendo, gli dico che è un seduttore, ma lui mi corregge: affabulatore, meglio.

“Ero il brutto anatroccolo di casa, andavo male a scuola, le ragazze non mi prendevano in considerazione. Poi ho trovato la strada per poter piacere. Mi piace piacere, e mi piace essere in grado di trovare un modo di comunicare che avvicini le persone, che illumini i punti in comune tra loro. È l’esercizio che faccio sempre, quando scrivo musica o un post su Instagram o vado a cena fuori: avvicino le persone per essere accettato, rubare un pezzo del loro cuore, evitare le separazioni”.

Non conosco nessuno a cui non piaci.

“Sarebbe un dramma se fosse vero. Sono convinto che mi manchino ancora molti milioni di persone da conquistare”.

 

Molti milioni lo dice con lo stesso tono con cui canta “Quanti inutili scemi per strada o su Facebook, che si credono geni, ma parlano a caso, mentre noi ci lasciamo di notte, piangiamo, e poi dormiamo coi cani” e allora gli domando se questi non siano tempi difficili, per uno che piace, se non gli capiti di fare i conti con l’autocensura, se tema mai di dire qualcosa che possa scontentare, deludere, irritare chi lo ascolta.

“Conosco il mio mestiere abbastanza da sapere che non si può mai essere sicuri di aver fatto bene, di avere il pubblico in tasca. Quando “Qualcosa di grande” vinse il Festivalbar, ricordo che un gran numero di persone la detestava. Questo mese ho pubblicato il video di “Giovane e stupida”, e non tutti hanno capito l’ironia e il messaggio di questa piccola commedia musicale perché si sono fermati alla parola stupida e hanno lasciato che inficiasse il resto. Non ho mai pensato, prima di mettermi a scrivere, a chi avrei potuto offendere o ferire o deludere. Non ho mai pensato di dovermi tutelare da quello che sentivo di voler dire. Mi fido del pubblico e credo che l’onestà intellettuale sia un mio preciso dovere. Quando non vengo capito, penso semplicemente che cercherò di migliorarmi, ed è il bello del mio mestiere: sentire che c’è sempre un’altra sfida”.

 

Hai fatto quarant’anni a marzo, in decine di migliaia abbiamo visto le tue dirette al pianoforte, il giorno del tuo compleanno e anche dopo. Sembravi, come sempre, calmo, pacificato. Persino rassicurante. Reciti bene o sei proprio un quarantenne appagato?

“Una volta andai a fare un elettroencefalogramma e arrivai nello studio molto presto, stupendomi di quanto fossi energico, nonostante l’ora. Quando cominciò la visita, il medico mi disse che, da quello che risultava dalle macchine, stavo dormendo. Forse ho un cervello a mezz’asta. Una parte di me è completamente assorbita e ossessionata dalla scrittura di canzoni, ed è quella che ha ereditato da qualche parente una specie di schizofrenia, o di bipolarismo. Se alcune mie canzoni riescono a distendere i nervi di chi le ascolta forse è anche perché a me scriverle serve a calmarmi, a cercare un ordine”.

 

Bologna quanto conta in questo?

“E’ una domanda a cui ho risposto migliaia di volte, senza mai trovare la chiave giusta. Ieri sera mangiavo tortelloni burro e salvia, e parlavo con il mio amico del fatto che il significato delle parole, come quello dei piatti tradizionali, ha cambiato il suo senso. La ricotta, il ripieno dei tortelloni, era un formaggio ricotto 2 volte e quindi poco pregiato: oggi è una delle eccellenze italiane. Con le parole accade lo stesso. Per me di Bologna conta la tradizione, la vicinanza tra le melodie cantate dalle mondine e tramandate di generazioni in generazioni; è nella civiltà contadina che individuo il senso di cantare per questa città, di trovare la melodia per raccontarla”.

 

Andresti mai via?

“Sono monogamo con poche cose, Bologna è una di quelle, e la ritrovo ovunque, non posso non farci i conti, prima o poi mi uscirà anche nelle carte mentre gioco a Poker. E mi fa piacere, perché se oggi intervistassi quel bambino di 16 anni che andava al pub di via San Vitale e aspettava di suonare i suoi pezzi, ti racconterebbe che sognava di essere uno dei nomi della musica bolognese”.

 

E invece è diventato uno dei nomi della musica italiana.

“Ho pubblicato circa dieci dischi in tempi di certo difficili e non favorevoli alla concentrazione, né tantomeno supportati da una scena cantautorale forte e unita che si auto sostiene come succedeva forse negli anni Settanta. La frammentazione del pubblico in piccole isole che ascoltano mille cose diverse e spesso non s’interessano di restare collegate non favorisce di certo la scrittura, eppure ho fatto album estremamente viscerali e totalmente liberi in cui ho raccontato la mia esperienza di vita. Ne vado fiero”.

 

Come sta la musica italiana?

“Viva”.

 

Tornerei alla questione della monogamia, più che altro per certe amiche mie. Tutte ci mandiamo spesso “Al tuo matrimonio”, la canzone nella quale canti di voler incasinare le nozze di un tuo ex amore e dici che ti ci presenterai con una giacca sbagliata e negli occhi il demonio. Ce la mandiamo per ricordarci di non sposare uomini rassicuranti, e dar fiducia ai diavoli. Oppure la ascoltiamo prima di andare ai matrimoni sbagliati di amiche che non siamo riuscite a salvare, sperando che arrivi un guastafeste.

“Mi propongo come attore principale per tutti questi film! Io sarei perfetto. A San Valentino andavo nei ristoranti da solo e mi mettevo a guardare con occhi provocatori tutte le coppie, per  vedere la reazione che avevano. Entrare in chiesa con la chitarra ed esser preso a ombrellate dalla suocera mi piace molto come idea”. 

 

Tanto puoi permetterti tutto, o quasi tutto, e senza perdere un graffio di raffinatezza, che mi sembra una conquista enorme.

“La mia idea di raffinatezza si scontra sempre con una semplicità che arrotonda le forme e le fa diventare più consuete, più comprensibili. E poi ho un accento bolognese molto forte, cosa che spezza l’incanto. Torno serio: credo che la parola sia lo specchio della raffinatezza di una persona. Cerco di mettere insieme parole che non creino mai contrasto l’una con l’altra, di unire le consonanti e le vocali nella maniera più elegante possibile, lo faccio anche mentre parlo. Da lì in giù è tutto un cercare di seguire quest’onda, questa possibilità. A volte ci riesco a volte no, ecco”.

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