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L'amore è eterno finché c'è posta

Le relazioni difettose, i matrimoni, i divorzi, Milano, Napoli, le ire funeste dei social network, le sottomissioni, gli avvocati. E la grande soluzione per sopravvivere: fottersene. Conversazione con Ester Viola

28 Giugno 2020 alle 14:12

L'amore è eterno finché c'è posta

Ester Viola avvocato e scrittrice, campana di nascita e milanese d’adozione, ci sistema, ci dice e ci libera. Ha la verità in mano? No, quella non esiste (foto per gentile concessione Ester Viola)

A maggio, quando siamo tornati liberi di muoverci senza certificazione, motivi, parenti, serpenti, e di spingerci oltre il supermercato, fino alle spiagge, lei ha scritto: “La felicità è una cosa vista mare”. E noi lì a ritwittarla, postarla, condividerla, sentendoci spiegate, tradotte, ritratte come se ci avesse fotografate Cartier-Bresson. Alla fine della scorsa settimana, finora la più patibolare della fase 3, con Cremonini accusato di neo colonialismo e reificazione delle generalità anagrafiche, ha scritto: “Ma una generazione in cui i vecchi danno dei moralisti ai giovani si era mai vista, dico io?”. E noi sempre lì, a diffonderla con tutti i mezzi leciti e agili, pensando che per fortuna ci pensa lei a smascherare tutto in due righe. Ester Viola, avvocato e scrittrice, campana di nascita e milanese d’adozione, ci fa la posta del cuore (su IoDonna), del giorno (su Twitter), della settimana (su TheChat, la newsletter che cura insieme a Francesco Oggiano), della vita (su tutti i precedenti), e ci mette a posto, ci aggiusta, ci sistema, ci dice e ci libera. Ha la verità in mano? No, quella non esiste. Ha la chiarezza, che è più utile, e la rende tascabile. Come fa? “Una cosa buona del diritto è che ti insegna a non ragionare mai per dottrina, ma caso per caso. Il discorso generale merita sempre nome e cognome”.

 

Facciamo un esempio pratico?

“Quando diciamo che non dimenticheremo mai gli amori passati e forse con loro saremmo ancora felici, più felici e rivorremmo indietro le grandi tribolazioni, proviamo a pensare una a una alle persone del passato, e immaginiamoci a cena con loro: ci renderemo conto in un nanosecondo che stiamo benissimo dove stiamo. In altri termini: prendi uno che secondo te è una tua grande nostalgia, ripigliatelo mentalmente: te lo tieni? Sicura?”.

 

I grandi amori finiscono?

“Certo che sì”.

 

Non fanno giri immensi e poi ritornano?

“Ritornano, sì. Ricompare un messaggio dopo quattro o cinque anni e tu non sei né contenta né scontenta, hai pure un istinto di repulsione, come fosse una di quelle brutte figure del passato che speri abbiano scordato tutti. Nomi che una volta rischiaravano le giornate, ora sono un fastidio - e adesso che vuole questo? - e hai la contezza precisa dello spreco”.

  

Arriva sempre il momento del ma come ho potuto, come ho fatto con quello là.

“Sì, subito seguito da: ma quanto tempo ci ho messo? Com’è stato possibile, perché sono stata tanto fessa?”

   

Non è bello anche lo sperpero, lo struggimento?

“Dipende da quanto ci metti a superarlo. Quando ne sei fuori, ti guardi indietro, vedi il campo di battaglia, lo incornici perché tanto non ti fa più male. Ma quando ci sei dentro senti soltanto la perdita e il dolore, la fatica, l’impotenza. Ha scritto Proust che niente si può fare finché l’incantesimo non è passato, ovverosia: te ne devi stare zitto e buono e aspettare che passi. Il punto è che quei due, tre, otto anni non te li restituisce nessuno. Io ricordo tutto quello che, nella mia vita, è stato rovinato e rallentato dall’essermi innamorata male. Ne avrei fatto volentieri a meno”.

  

Tutto questo dolore un giorno ci sarà utile o non ce ne faremo niente?

“Soffrire non serve a niente. Le persone con le vite più riuscite che conosco sono quelle che hanno avuto le minime delusioni, se la passano benissimo perfino quelle instradate dalla famiglia a sposarsi il figlio del notaio, vedi che è tanto bravo quel ragazzo ammamma. Pure se divorziano poi trovano sempre un altro che le ama quanto le amava il figlio del notaio, perché dell’amore non si contentano, vogliono uno che le tratti bene”.

  

Ma dai ma esistono?

“Quelle che si innamorano bene? Eccome. Sono le persone meno sfregiate dalla vita e quindi anche più inclini all’ottimismo, allegre. Fatto che le rende più attraenti perché nessuno vuole stare con i pensosi, coi tristi: la profondità delle ferite degli altri ci infastidisce sempre. Anche se a parole siamo diventati tutti empatici, la verità è che nessuno vuole salvare nessuno, abbiamo già un bel da fare con noi stessi”.

  

Innamoratevi del più adatto, hai scritto. Ma come si fa, dove si trova, è acquistabile su Amazon?

“È un fatto di vecchiaia, di stanchezza. I grandi innamoramenti arrivano quando si è allo stremo. Precedono l’indipendenza da rassegnazione. Prima c’è quasi sempre l’amore non corrisposto, che ci viene contrabbandato come il grande amore e che però finisce con lo stufare anche le più tenaci, poi subentrano la lucidità, il realismo, e si capisce che di fianco si vuole qualcuno con cui sia piacevole annoiarsi”.

  

La noia non è motivo di divorzio?

“Il divorzio è sempre e solo questione di soldi. Vengono dall’avvocato solo quando non è rimasto niente e c’è soltanto uno che deve pagare e uno che deve ricevere. Tutto si riduce a quanto deve esserci sull’assegno. Quelli che ancora si amano li riconosci perché litigano per chi deve tenersi la statuetta di Game of Thrones comprata insieme una volta che evidentemente erano sguarniti di buongusto, e (spero) più giovani”.

  

Ecco perché vi odiano ancora così tanto, voi avvocati.

“Dipende da quanto guadagni. A Milano l’avvocato ancora conta qualcosa. E per capire se meriti rispetto, che è un’arteria del fatturato, ti chiedono dove hai lo studio. Si viene valutati in base al codice postale”.

 

Che classe.

“Però Milano è anche la città che ti apre tutti i portoni se solo rispondi bene quando ti chiedono “Che sai fare?”. Napoli, e lo dico per esperienza avendoci lavorato e studiato, di quanto vali spesso se ne frega. I baroni ancora comandano e l’inclusività di cui la città si vanta tanto non esiste. È Milano la città con la porta aperta”.

 

All’inizio della quarantena dicevamo tutti che le coppie consolidate sarebbero implose, perché i contraenti si sarebbero resi conto di stare con degli estranei. Poi sono arrivati i dati dell’Istat: gli italiani a casa sono stati bene, le famiglie e le relazioni hanno retto.

“Il non so chi tu sia è la condizione normale di tutti i matrimoni. Per quanto riguarda le relazioni, senza convivenza non so neanche se meritino il titolo. Voglio dire: è facile andare d’accordo con uno con cui non devi condividere la lavatrice, ci vuole un talento speciale a non riuscirci. Dopo mille lavatrici, forse, puoi dire che siete una bella coppia”.

 

Non ci si può amare in absentia? Io sogno un matrimonio a distanza, dici che non ha valore?

“Sono necessari molti soldi”.

 

È sempre una questione di soldi?

“Provo sempre a spingere le mie amiche verso ottimi professionisti con la barca ma niente, quelle vogliono il caporedattore, l’artista”.

  

E le altre? Non le tue amiche, ma le mie, le nostre, che ti scrivono e ti chiedono aiuto? L’altro giorno a una che ti ha raccontato con sofferto trasporto di un tribolato ritorno, hai scritto: “Guardiamoci in faccia, non sei qui per ringraziarmi dei preziosi pensierini ribelli e anti reazionari del lunedì. È che ogni scusa è buona per tenerseli, certi catorci, e una finisce pure a cercare pacche sulle spalle in una posta del cuore”. Non hai paura che ti denuncino per maltrattamento?

“Le lettere che scelgo di pubblicare sono quelle scritte meglio, con vanità, impegno, per fare bella figura: è evidente che il dolore è già passato o almeno rielaborato, e allora mi avvalgo del diritto di dire e consigliare cose che il mittente già sa di dover fare. Senza coccole”.

  

C’è un filo comune?

“Il tormento individuale su qualcosa di non realizzato. La relazione immaginaria ha vinto su tutto. Non ci sono più quelle storie pazze, piene di carne oppure furbe di una volta, e che peccato. Ogni tanto rileggo con nostalgia quelle belle lettere a Natalia Aspesi degli anni Novanta, e mi rendo conto ancora di più della differenza. Anche in studio i miei clienti che si separano non hanno mai storiacce, corna solenni, drammi”.

  

Solo psicodrammi, capisco. E io che pensavo che gli psicoterapeuti rubassero il lavoro agli avvocati.

“Lo psicoterapeuta è più intelligente dell’avvocato, vede il paziente una volta a settimana, si fa pagare la seduta e gli dice che se proprio ha bisogno, durante gli altri giorni, può scrivergli, ma non riceverà risposta. Che menefreghismo di classe, che strategia sopraffina. Io invece ai clienti sono tenuta a rispondere per via dell’obbligo di mandato, e quindi loro dicono a me quello che direbbero al dottore, semplicemente perché io sono lì”.

  

Ma fanno come usa adesso quando si va da qualsiasi dottore, e arrivano già diagnosticati (autodiagnosticati, naturalmente?).

“Succede soprattutto per la posta del cuore. Ultimamente si porta molto il narcisismo. Il grande nemico, quello che negli anni Novanta chiamavamo semplicemente stronzo, è il narcisista manipolatore. Scusa la leggerezza nella semplificazione, ma ormai s’è arreso pure il DSM. Il narcisista non è più inquilino. Non è malato col certificato, non esiste. Ho scoperto un account Instagram, NarciStop, che raduna tutto questo vittimario di persone che dicono di averne incontrato uno. Quindi dire che ti sei innamorata di un narcisista, trattandosi quasi di un malato, ti rende vittima, e adesso la vittima gode di tutti gli sgravi”.

  

È molto pericoloso quello che dici, dovrei prendere le distanze da te, quasi quasi lo faccio.

“Fai pure, sono una persona orribile, l’altra settimana sono stata accusata di sessualizzare un minore da un esercito di diciottenni anonimi di Twitter. Prima o poi doveva succedere, a tutti spettano almeno 15 minuti di gogna, ma io ho comunque trasecolato. L’ho raccontato ai miei amici e non potevano crederci, hanno riso, forse non hanno capito. Quando provo a spiegare al mondo fuori quello che succede su Twitter, le persone (che hanno studiato, eh!) mi guardano come se parlassi del Fantabosco, e l'imbecille divento io”.

 

Ma non è una buona notizia che gli estremismi dei social siano relegati ai social? Forse non siamo rimbambiti del tutto?

“Lo sarebbe se i social non condizionassero la vita delle persone, specie quella professionale. Le multinazionali ricevono comunicazioni da esterni che le ragguagliano su cosa un loro dipendente scrive su Facebook e se è difforme dalla social media policy aziendale, quel dipendente può giocarsi il posto. I giornali tremano come foglie, se io non avessi lo studio legale e vivessi solo di collaborazioni con le riviste, sarei fritta. L’hater non è scemo: sa che puoi perdere il lavoro per una battuta. E infatti le aziende stanno attrezzandosi, pagano corsi di formazione ai propri dipendenti per fornire loro linee guide per non compromettersi con un tweet”.

  

Una volta mi hanno dato dell’abilista, non sapevo neanche cosa volesse dire. C’è un’offesa per tutto, una perde il conto.

“Dopo il primo libro, sono andata in televisione qualche volta. I signori del circolo del mio paese dicevano, un po’ per scherzo ma per scherzo si dice la verità, che la figlia di Alfonso in paese si vestiva sempre con le tute e in Rai ci andava tutta scosciata. Ora, secondo il paradigma social, io di gran carriera sarei dovuta andare da quei signori e rimproverarli durante la partita di scopone scientifico per avermi svilita, insultarli, notificare a tutto il paese che erano dei trogloditi, affrancarmi a parole dal patriarcato e andar via sbattendo la porta”.

 

E invece?

“E invece ci ho riso sopra. Perché come unico risultato avrei ottenuto “la figlia di Alfonso è uscita pazza”. Come con il mansplaining. Maschio, vuoi salire sul pulpito? E che sarà mai, salici: è il chissenefrega che salverà il mondo. Vuoi spiegarmi una cosa che già so perché credi che io non la sappia dal momento che sono una donna? E io te lo faccio fare, annuisco, aspetto, ti sento e non ti sento e poi vado a lavorare, non ce l’ho la mezz’ora per indignarmi e darti una lezione. Peraltro, a me ormai capita sempre di più, in riunioni dove non ci sono affatto solo maschi, che anziché spiegarmi, mi si dica, semplicemente: ottimo fai tu. E così hanno vinto ancora, e il lavoro per noi raddoppia. Le imbecilli furono, sono le donne, dice Natalia nostra. Quanto ha ragione”.

  

Diciamo qualche altra suscettibilità contro cui si briga con hashtag e battaglie culturali e che, invece, nella realtà o non è mai esistita o è estinta.

“Io non ho mai sentito nessuno dire “se non hai figli non puoi capire”. Tutte le volte che torno a casa e vado a trovare le mie zie,  molto simpatiche, mi guardano storto e mi dicono: non t’azzardare a fare figli”.

  

C’è qualcosa che non ti fa dormire?

“So che è molto cafone dirlo, ma io sono di quelle che se si addormentano sul divano alle undici di sera, si svegliano nove ore dopo. Mi rendo conto che è una cosa invisa agli dei, me ne scuso”.

  

Hai altri peccati di tracotanza da confessare?

“No, sono allineata alla massa, che a me piace moltissimo, e secondo me ha sempre ragione. Quando a tutti piace una canzone di Tommaso Paradiso, è perché è una bella canzone. E infatti a me piace molto Tommaso Paradiso. Scusa, non mi rimproverare”.

  

Figurati, a me piace Fedez.

“È che la massa, senza hashtag, è bellissima”.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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