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Woody Allen alla Scala con il suo Gianni Schicchi

In scena dal 6 luglio l'opera realizzata dai ragazzi dell'Accademia del Teatro con l'allestimento del regista americano. Oggi la presentazione a Milano insieme al sovrintendente Pereira

2 Luglio 2019 alle 18:57

Woody Allen alla Scala con il suo Gianni Schicchi

C'è qualcuno che crede ancora in questo nostro disgraziato continente dilaniato sugli stessi valori del diritto e della tolleranza su cui è fondato, ha 83 anni, è americano, è stato travolto come tanti dalla caccia agli stregoni #MeToo, per lui non è ancora iniziata la riabilitazione e si chiama Woody Allen. Nelle stesse ore in cui gli eurodeputati del Brexit Party voltano le spalle all'inno europeo all'inaugurazione del nuovo Europarlamento e qualcuno evoca lo stesso sfregio che gli venne riservato negli anni del fascismo, il regista dei film della nostra vita siede in camicia azzurra, chinos beige e il solito cappelletto da pescatore con il sovrintendente Alexander Pereira nel ridotto Toscanini per la messinscena del Gianni Schicchi con l'Accademia. Mille e ottocento studenti diplomati all'anno che giura essere stati amazing, eccezionali, nell'aggettivo di moda del momento e forse questo da lui non ce lo aspettavamo. 

 

A chi gli chiede se non si sia sempre sentito più apprezzato in Europa che in America, che è quanto di più vicino alla questione #MeToo si possa indagare dopo che l’ufficio stampa è stato adamantino (“solo domande sull’opera”) risponde di non averne idea, ma che la sua formazione culturale e cinematografica, la sua profonda condivisione dei valori fondanti di questo continente hanno sicuramente permeato la sua opera, e che dunque per noi è facile comprenderla e, suppone, apprezzarla. Anzi, dice, anche quando “in America qualche mio film non era accolto benissimo, qui è stato un successo”. L’autore della più folgorante battuta del secolo sull’opera wagneriana (“Davvero ti piace Wagner? Certo, anche se ogni volta che lo sento mi viene voglia di invadere la Polonia”, Crimini e Misfatti) dice di non aver mai avuto tempo di ascoltare un’opera fino alla fine a causa dei troppi impegni di lavoro e di sperare che, prima o poi, qualcuno metta in scena “tutti i terzi atti delle opere”.  E noi, che anni fa ce lo trovammo seduto alle spalle in platea, alla Scala, mentre spiegava a Soon Yi la partitura delle Nozze di Figaro un passaggio dopo l’altro fino al sipario sulla riconciliazione dei protagonisti e sappiamo che non è vero, ridiamo lo stesso.

È rasserenante e rinvigorente come una boccata d'aria, come i film in bianco e nero trasmessi nei pomeriggi d'estate, questo uomo piccolo, geniale e nervoso che ha trasportato il suo Gianni Schicchi dantesco (“io non ce l’avrei di certo mandato all’inferno”) in una commedia neorealista alla De Sica. In scena, fino al 19 luglio, lo anticipa un divertimento teatrale mai ascoltato in Italia di Antonio Salieri, il musicista dell’inaugurazione scaligera del 1778 portato nella polvere da un russo (Pushkin) e da un altro russo riabilitato (Eisenstein), “Prima la musica e poi le parole”, con la regia di Adam Fischer.

 

Allen, che ha ripreso la regia da Kathleen Smith Belcher, e sabato sera partirà per san Sebastian per le riprese del nuovo film (“A rainy day in New York”, l’ultimo titolo che Amazon si era rifiutato di distribuire dopo le accuse di molestie al regista da parte della figlia Dylan, verrà portato in Italia in autunno da Lucky Red, e al suo ingresso alla Scala Allen è stato salutato da uno scroscio di applausi), scherza a lungo, ironico e un filo amaro, sulla messinscena a cui aveva pensato per il dramma pucciniano: “Topini giocati da un ratto, oppure cibi biologici minacciati da una sigaretta”. Si ride, ma siamo sempre sul filo del rasoio. Noi per un verso, lui per un altro, O mio babbino caro. 

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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