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Woody Allen, vita di un genio

Gli esordi a scrivere battute per altri. Poi il primo matrimonio, l’ansia, il talento, il sesso e la psicanalisi. La biografia che nessuno vuole pubblicare la pubblichiamo noi

8 Maggio 2019 alle 13:05

Woody Allen, vita di un genio

Woody Allen al festival di Cannes nel 2016 (Foto LaPresse)

Il 2 maggio scorso  Alexandra Alter e Cara Buckley hanno scritto sul New York Times che Woody Allen, uno dei registi più longevi della storia, celebrato maestro della cultura americana contemporanea, lo scorso anno ha proposto in modo discreto a vari editori un memoir, ma nessuno ha accettato di pubblicarlo. E il problema è il movimento #MeToo, la giustizia sommaria e mediatica di cui per anni Allen è stato vittima, che ha provocato la damnatio memoriae. Sono state le stesse case editrici a spiegare al Times che sarebbe commercialmente e culturalmente rischioso pubblicare un’autobiografia di Woody Allen, dati gli effetti del #MeToo, che già lo scorso anno aveva “costretto” Amazon a non distribuire più il film “A Rainy Day in New York”. Allora abbiamo pensato di produrla noi, la biografia di Allen che nessuno vuole pubblicare, ma che di sicuro chiunque vorrebbe leggere, in tre puntate, con la firma della nostra Mariarosa Mancuso.


   

A 17 anni guadagnava più dei suoi genitori messi insieme. Fu in quel momento che decise di cambiare nome: da Allan Stewart Konigsberg a Woody Allen, più adatto a a un giovanotto che per mestiere vendeva battute. Papà e mamma erano immigrati di seconda generazione, dopo un passaggio nel Lower East Side vivevano a Brooklyn, rispettosi delle tradizioni anche se la famiglia era insolitamente poco numerosa, due figli soltanto: il nostro eroe – che dagli otto ai tredici anni frequentò una scuola ebraica e fece il suo bar mitzwah – e una sorella più piccola, Letty. Nonno Isaac era stato un commerciante di caffè, abbastanza benestante da permettersi un palco al Metropolitan.

 

Papà Martin, travolto dalla crisi azionaria del 1929, vendeva burro e uova in un mercato di Greenwich Street (secondo altre fonti lavorava come orafo, o forse guidava un taxi, o faceva il cameriere: la confusione regna). Quando si conobbero, mamma Nettie lavorava come contabile, forse da un fiorista. Da sposati litigavano molto per i soldi e non si occupavano granché del rampollo e della sua educazione, affidata perlopiù alle vicine di casa. E al cinema, da solo o con una cugina più grande. Battesimo dello schermo con “Biancaneve e i sette nani”, poi i fratelli Marx e una bella manciata di divi dell’epoca: Fred Astaire, Humphrey Bogart, Gary Cooper, James Stewart.

  

“Mio fratello mi picchiava, mia sorella picchiava mio fratello e me, mio padre picchiava mia sorella, mio fratello e me…”

Inutile contare su Woody Allen per un racconto nostalgico e commosso dell’infanzia che-mai-più-ritornerà. Non ci sarà nell’autobiografia che nessuna casa editrice americana vuole pubblicare, ancor prima di averla letta (solo dieci anni fa, se la sarebbero contesa in un’asta miliardaria). Non se ne trova traccia nei film del regista. Anzi, in “Zelig” troviamo storielle così: “Mio fratello mi picchiava, mia sorella picchiava mio fratello e me, mio padre picchiava mia sorella, mio fratello e me, mia madre picchiava mio padre, mia sorella, mio fratello e me, i vicini di casa picchiavano la mia famiglia, l’altro isolato picchiava i vicini di casa che picchiavano la mia famiglia che mi picchiava…”. Nelle interviste, il tono cambia e si trasforma in un idillio: “Giocavo bene a tutti i giochi. Non ero povero né affamato né negletto. Media borghesia, ben nutriti, ben vestiti e sistemati in una bella casa”. Ha il sapore di una ripicca, si era nel 1969, e ormai moriamo dalla voglia di sapere dall’interessato come suona l’ultima riscrittura. Lo facciamo tutti, con il passato, neanche Woody sfuggirà ai ricami della memoria.

  

La damnatio memoriae di Woody Allen

Il regista non merita un editore. Sono tutti atterriti dal #metoo

 

La vera e ormai anziana mamma Konigsberg fa una comparsata nel documentario di Barbara Kopple “Wild Man Blues”, girato durante il tour europeo del clarinettista Woody Allen con la New Orleans Jazz Band, nel 1996. Poche le tappe in Italia, una a Venezia con il sindaco Massimo Cacciari (che l’anno dopo celebrerà il matrimonio con Soon-Yi Previn). Una a Milano dove il regista sospetta che l’inserviente dell’albergo venuto a controllare la suite presidenziale con piscina privata sia un pericoloso maniaco. Una a Bologna dove sono i portici a mettere ansia. Oltre ai sindaci: “I miei preferiti sono quelli che non parlano inglese”, sussurra a Soon-Yi che lo accompagna. Di ritorno a New York, i genitori Martin e Nettie vengono convocati per lo smistamento dei regali ricevuti, un obbrobrio di targhe e simboli cittadini tridimensionali: “A lei piacciono soprattutto gli oggetti in plexiglas”, stuzzica il regista.

 

Woody Allen in una foto da ragazzo (Immagine presa da Facebook)

 

Meno tenera è l’evocazione materna nel film collettivo “New York Stories”, anno 1989. L’episodio diretto da Woody Allen (gli altri registi che rendono omaggio alla città sono Martin Scorsese e Francis Ford Coppola) ha per titolo “Oedipus Wrecks”, gioco di parole con “Oedipus Rex”–- “Edipo relitto” nella traduzione italiana (quando provavano a tradurre i titoli, e qualche volta ci riuscivano). L’avvocato Sheldon presenta la nuova fidanzata Lisa alla madre impicciona, perfetto esemplare di yiddishe mame, che proprio non approva: la ragazza non è ebrea, e ha già un figlio.

  

Più del sesso, trova interessanti le chiacchiere che gli stanno attorno. Prima e dopo. A volte anche durante. Tormentarsi è per sempre

“Se mia madre sparisse avrei risolto i miei problemi”, si lascia scappare l’avvocato che non la regge più. Detto e fatto, durante uno spettacolo di magia (sono usciti in quattro, con il ragazzino), il prestigiatore fa entrare la madre in una cassa, la trafigge con le frecce, riapre la cassa e della mamma assillante non c’è traccia – il teatro declina subito ogni responsabilità. Dopo qualche giorno tranquillo, la madre riappare nel cielo di New York, commentando la vita privata del figlio.

  

Woody Allen a 17 anni guadagnava più dei genitori scrivendo battute per conto terzi. L’idea di fare il regista e l’attore, o anche solo di salire sul palco per recitare le sue battute, era ancora lontana. Siamo all’inizio degli anni Cinquanta, andava ancora al liceo e già vendeva battute a giornali che ne avevano bisogno per aggiungere un po’ di brio alle proprie rubriche – non male come divisione dei compiti, il lavoro intellettuale non è sempre stato pagato male come adesso. Poi passò agli show televisivi come “The Tonight Show” e “Your Show of Shows” con Sid Caesar, e la paga salì a 1.500 dollari la settimana – i colleghi di lavoro erano Mel Brooks e Neil Simon, quasi dieci anni più grandi di lui. Abbastanza per aver voglia di mollare la Nyu a cui si era iscritto, e di sposarsi con Harlene Rosen. Era il 1956, lei aveva 17 anni e lui 21.

 

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Il matrimonio non funzionò, ebbe però un rissoso seguito di battute (non si butta via niente, in questo mestiere) e di querele. Una, riportata anche in un volumetto del 1979 – calcolate voi quanti secoli sono passati in tema di satira e di censura – diceva: “Mi hanno detto che hanno violentato mia moglie. Da come la conosco non deve essere stato uno stupro movimentato”. Non funzionò neppure il trasferimento in California per lavorare al “Colgate Variety Show” (lo sponsor, in questo caso un dentifricio, aveva diritto al nome nel titolo del programma, allora usava così). Funzionarono benissimo invece i nuovi agenti arruolati da Woody Allen, Charles Joffe e Jack Rollins: fu loro l’idea di far debuttare il brillante battutista sul palcoscenico del “Blue Angel”, nell’estate del 1960.

 

In visita a Roma per presentare un film nel 2001 (Foto LaPresse) 

 

L’intenzione era di farlo diventare “The Jewish Orson Welles”: era già un apprezzatissimo scrittore, bisognava aggiungere la regia e l’animale da palcoscenico. I primi tentativi non furono un successo, un conto è scrivere un conto è governare i tempi della stand up comedy, l’uomo solo con il microfono di fronte a un pubblico non sempre ben disposto. Dicono le cronache che al debutto Woody Allen fosse bloccato dall’ansia, quasi pietrificato. Poi imparò a governarla e a trasformare i difetti in virtù, facendo fruttare la (scarsa) presenza fisica, gli occhiali e le nevrosi (sull’altro fronte abbiamo la testimonianza di Harlene la prima moglie e degli amici: Woody si esercitava per ore e ore davanti allo specchio).

 

Nel 1964, mentre il pubblico rideva fino al mal di pancia, a un tavolo del Blue Angel c’erano Warren Beatty, Shirley McLaine, e il produttore Charles K Feldman, che il giorno dopo andò dagli agenti Joffe & Rollins con una proposta: 60 mila dollari per sceneggiare la storia che poi diventerà il film “Ciao, Pussycat”, e segnerà il debutto di Woody Allen nel cinema, anche come attore. E c’erano le ospitate televisive, gli annunci pubblicitari della vodka Smirnoff, le tournée con tappe pagate migliaia di dollari. Calcolate 250 mila dollari di metà anni Sessanta: la seconda moglie era figlia di un commercialista, e le battute cominciarono a farle gli invidiosi.

 

Oltre alla nostalgia dell’infanzia, la biografia di Woody Allen non prevede neanche la dura gavetta, la fame, e i lavori da cameriere o lavapiatti in angosciosa attesa della prima scrittura (che arriva, secondo copione, quando ormai ti stai rassegnando al fallimento). E questo rende ancora più interessante l’autobiografia che prima o poi speriamo di vedere stampata, se non in America almeno nella più tollerante Europa.

 

Gian Arturo Ferrari, forte della sua lunghissima carriera nell’editoria, ha fatto sapere che pubblicherebbe senz’altro il memoir dello scandalo. Come prese la decisione di pubblicare nel 1989 i “Versi satanici” di Salman Rushdie, sfidando la fatwa dell’ayatollah Khomeini. Il traduttore italiano, Ettore Capriolo, fu malmenato e accoltellato. Il traduttore giapponese Hitoshi Igari fu ucciso. Sono passati trent’anni, da un fanatismo all’altro. Dalla geopolitica a cosa esattamente non sappiamo, certo è che non sembra esserci via d’uscita dal risentimento e dalla censura.

 

Al festival di Cannes nel 2016 (Foto LaPresse) 

 

Già prima di debuttare nel cinema Woody Allen si guadagna il suo posto nella tradizione della comicità ebraica che va da Lenny Bruce a Judd Apatow. “Una Elaine May travestita”, dissero i primi commentatori, con riferimento all’attrice e regista di “E’ ricca, la sposo e l’ammazzo” (la goffa Enrichetta, miliardaria che ingolosisce il cacciatore di dote Walter Matthau), nonché cabarettista assieme al marito Mike Nichols: un gran complimento. Possiamo aggiungere alla lista anche Mrs Maisel, inventata da Amy Sherman-Palladino, figlia del comico Don Sherman, ma perfettamente in linea con la tradizione: apprendistato al Gaslight, nel Greenwich Village; rodaggio negli alberghi sui monti Catskills dove gli ebrei newyorchesi andavano in vacanza e i comici di riferimento facevano la loro stagione estiva. Anche qualche notte in galera per oscenità, dove la casalinga piantata in asso dal marito stringe amicizia con Lenny Bruce.

  

A 17 anni scriveva, e l’idea di fare il regista e l’attore, o anche solo di salire sul palco per recitare le sue battute, era ancora lontana 

Le battutacce e le provocazioni di Lenny Bruce non sono la comicità prediletta da Woody Allen, il regista lo ha confessato tutte le volte che gliel’hanno chiesto (ha confessato anche di non amare troppo Buster Keaton, e di non essersi mai divertito troppo con Stan Laurel e Oliver Hardy). Per questo si tiene lontano dai doppi sensi e dalle scivolate volgari. Preferisce le croci e le delizie della nevrosi e dalla psicoanalisi: aveva cominciato ad andare dallo strizzacervelli dopo il primo divorzio, sembra che abbia smesso all’epoca della rottura con Mia Farrow (senza neanche scambiare il divanetto con un viaggio a Lourdes). “Ho sognato di essere il collant di Ursula Andress” sta tra i più ruvidi e carnali esempi pervenuti. Assieme alla battuta, riferita a un ballerino: “Aveva una calzamaglia così attillata che rivelava non solo solo il sesso, anche la religione”. Per la parola “pompino” bisogna aspettare “Harry a pezzi” e “La dea dell’amore”, dove ci sono una prostituta e un’attrice porno, e un cazzetto di gomma dentro un acquario. Ma ormai siamo a metà degli anni Novanta e c’era già stata la grande tempesta, nel senso della rottura con Mia Farrow.

 

Più del sesso, trova più interessanti le chiacchiere che gli stanno attorno. Prima e dopo. A volte anche durante, è sempre il momento per tormentarsi. Con la legittima moglie o con l’amante. Ma soprattutto con la ragazza sognata e irraggiungibile: il personaggio di Woody Allen sta nella tradizione dello shlemiel, un giovanotto tra l’inetto e l’imbranato. In versione newyorkese e intellettuale, ma sempre un po’ malmesso. Divorato dai sensi di colpa, ma non abbastanza per non corteggiare le ragazze altrui. Incerto e tentennante un mondo che gli fa ostacolo. E che gli suggerisce Grandi Domande, subito sviate da preoccupazioni domestiche: “Non solo Dio non esiste, ma provate a cercare un idraulico di domenica…”.

 

Dicono le cronache che al debutto nel 1960 sul palcoscenico del “Blue Angel” fosse bloccato dall’ansia, pietrificato

“Sei un riccio o una volpe?” la domanda fa da tormentone nel film “Mariti e mogli”. Rubata a Isaiah Berlin, “Il riccio e la volpe” era il titolo di un suo libretto, preso da un verso di Archiloco: “La volpe sa molte cose, il riccio ne sa una ma grande”. Divideva il mondo tra i ricci pensatori sistematici, diciamo Nietzsche per capirci, e le curiose volpi che si occupano di molte cose, diciamo alla Montaigne. Tutto questo naturalmente viene applicato alla vita amorosa.

  

Woody Allen non ha mai finito l’università, pur avendone tentate un paio, ma è uno dei comici più colti in circolazione. Letture fatte più per dovere che per amore, tiene a precisare – “Leggere è una faticaccia”. E solo dopo i diciotto anni, cominciando con Hemingway, Faulkner, Francis Scott Fitzgerald, John Steinbeck. Il corso accelerato di filosofia deve essere arrivato dopo, suggerendo un film come “Irrational Man”, con Emma Stone e Joaquin Phoenix: un apologo un tantino forzato. Sul tema “delitto senza castigo” funzionava molto meglio “Match Point”. Ma sono film recenti, e noi avevamo lasciato il giovane Woody Allen al suo debutto nel cinema.

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