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Le luci di Sanremo trasformano il cantante in un prodotto usa e getta

La regia del Festival è vittima dei talent show e gli effetti speciali prendono il sopravvento su tutto il resto

8 Febbraio 2019 alle 10:33

Le luci di Sanremo trasformano il cantante in un prodotto usa e getta

Virginia Raffaele e Ornella Vanoni (foto LaPresse)

Troppe luci a Sanremo. Il risultato è che a tratti non si vede niente. Noi, che siamo parte della maggioranza silenziosa del pubblico del Festival, quelli che guardano da casa, quest’anno, oltre che del telecomando per dribblare le raffiche di spot, abbiamo bisogno di un altro accessorio: un paio di Rayban belli scuri, per uscire indenni dalla 4 ore di pirotecnie cromatiche che incartano le esibizioni canore. L’effetto di saturazione-Samsung stabilisce infatti nuovi standard di genere, per quanto sia evidente che l’origine del tutto stia nelle modalità lanciate dai talent, “X-Factor” in testa, coi giochi di luce generati da Luca Tommassini e dal suo erede Simone Ferrari.

 

Nel concept di Sanremo 69 c’è una netta spaccatura tra due ambienti visuali distinti: i momenti “di palco”, coi conduttori, le gag, l’introduzione dei super-ospiti e poi la gara. Nel primo caso godiamo di requie per i nostri stanchi occhi: il regista Duccio Forzano tralascia le “12-telecamere-12 quasi tutte remotate” e si riappropria di una ripresa vecchio stile, piani americani e via andare, sperando che il numero funzioni e gli autori si guadagnino la pagnotta. Quando però si torna alla competizione e il joystick passa nelle mani del direttore della fotografia Mario Catapano, e quando soprattutto si riaccende il software che pilota gli effetti-luci, orgogliosamente presentato come “lo stesso dei grandi circuiti internazionali, a cominciare dall’Eurosong”, ecco partire l’ottovolante.

 

Per carità, questi sono professionisti seri, che svolgono il loro mandato, che è realizzare uno spettacolo straordinario. Il problema è che in questi frangenti gli effetti prendono il sopravvento sul tutto, il delirio illuministico e quelle scelte di regia con stacchi a mitraglia, pochi e fuggevoli primi piani, la priorità del tutto (lo show) sulla parte (il cantante che sta cantando), a tratti diventa insopportabile: se Loredana Berté va al Festival, ad esempio, è inconcepibile che canti per due volte senza un singolo primo piano, qualsiasi sia la motivazione della scelta (se uno ci va, al Festival, è sacrosanto che il pubblico lo veda). Se la sensazione di quest’anno è Achille Lauro, che fa sembrare la Dark Polo Gang una confraternita di vecchi zii, lo spettatore deve poterselo spizzare per bene, tatuaggi, smorfie e chitarrista fluo. Quello zigzagare di telecamere significa solo che gli artisti, più che essere trattati come tali, vengono inquadrati come “concorrenti”, presenze effimere, se non in casi particolari, spediti in missione col loro numero e presto destinati a scomparire.

 

Il problema è che questa logica dello “vi stupiremo coi nostri effetti speciali”, alla fine risulta paesana, rumorosa, a caccia di legittimazione proprio come eternamente fanno l’Eurovision e manifestazioni consimili. A questo punto la scenografa Francesca Montinaro se l’è cavata bene, portando avanti l’idea “dell’onda”, soluzione minimalista concentrata in primo luogo in una scalinata snodabile che, se non sembra un capolavoro di solidità, suggerisce comunque un senso di sobrietà. L’effetto visivamente è meno invasivo del delirio luci-colori che parte non appena un nuovo direttore d’orchestra batte la bacchetta sul leggio. A quel punto, giocoforza ripensare, peccando di ovvio classicismo, alle scenografie analogiche di una volta, quelle concepite a botte di gradini e cesti di fiori, perseguendo l’idea della “cornice”: “Nella splendida cornice del Teatro Ariston di Sanremo…”, ricordate?

 

L’effetto era mettere al centro di tutto cantanti e canzoni, bellezze e bruttezze, i drammi delle eliminazioni, il sogno del successo, le divistiche conferme e le sorprese inaspettate – materia prima della storia della musica leggera in Italia. E in buona parte anche della televisione, che però, come e quanto la musica popolare, non smette di fare i conti con un cambiamento che spinge l’intrattenimento verso orizzonti sconosciuti. La sensazione è che queste strategie di spettacolarizzazione siano l’inevitabile prodotto di un decennio di talent show, costruiti sulla convinzione che il cantante sia un prodotto usa e getta, un personaggio a tempo, una macchinina in corsa finché ha benzina. Ciò che conta per mantenere l’attenzione del pubblico e gli ascolti, è il susseguirsi delle apparenze e delle illusioni. Per produrre le quali, dai tempi delle caverne, non c’è metodo migliore che i giochi di luci e ombre.

Stefano Pistolini

E’ nato a Roma e poi è andato a Milano, dove dai gesuiti ha imparato a giocare a basket, e in America, dov’è convinto d’aver capito la musica. Ha scritto tre libri (sulla gioventù difficile, sulla perduta innocenza e su Nick Drake) e ha lavorato tanto in radio (adesso a Radio24). Ha girato un film sullo skateboard e realizza inchieste tv, le ultime sui neocon, sui creazionisti e sull’eredità di Lincoln. E’ tenuto su da due figli, Benedetta e Giovanni, col quale nei weekend vede partite di pallacanestro dei campionati minori, dove tutto si ricompone.

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