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A Sanremo, dove un tempo c'erano David Bowie e Whitney Houston, ecco Rovazzi e Amoroso

Terza serata nel segno di Ornella Vanoni, Umberto Tozzi, Raf e Antonello Venditti. I complottisti italiani, intanto, restano sempre in allerta per cogliere messaggi politici nascosti

8 Febbraio 2019 alle 10:36

A Sanremo, dove un tempo c'erano David Bowie e Whitney Houston, ecco Rovazzi e Amoroso

Claudio Bagioni e Alessandra Amoroso (foto LaPresse)

BRAVEHEART. CUORI IMPAVIDI. Mentre tra Francia e Italia volano stracci e pure ambasciatori (quello francese a Roma è stato richiamato ieri a Parigi), e Conte non se ne preoccupa perché tra i due paesi c’è “un rapporto antico”, la terza serata si apre con una coreografia di “Viva l’Inghilterra” con il corpo di ballo del festival vestito da William Wallace, il condottiero che combatté per l’indipendenza della Scozia dall’Inghilterra. I complottisti, interdetti persino loro, si sono domandati se fosse un invito a votare anti europeo alle prossime elezioni. Certo che no, complottisti, ma come vi viene in mente, non avete letto la velina di Marcello Foa? “Non carichiamo il festival di un eccessivo significato politico”, ha detto il presidente della Rai, già allievo di Montanelli e “liberale di scuola antica” (è tutto antichità, tutto un non ingerire, che bello!). Era un semplice, spettacolare (spettacoloso?) inizio. Anzi, un incomincio. “Sono specializzato in incominci”, ha detto il dirottatore prendendosi i complimenti di Bisio per l’omaggio a Theresa May, no scusate, all’indipendentismo fallito scozzese, no scusate, non carichiamo di eccessivo significato politico, non carichiamo di eccessivo significato. Non carichiamo. E’ un cabaret fatto con grande coraggio, questo sanremese, e quindi le uniche verità vengono pronunciate, tra i denti, nelle gag. “Ho toccato il punto più basso della mia carriera con Andiamo a comandare”, ha detto il direttore d’orchestra fingendo di abbandonare il palco dopo la performance di Rovazzi. “Ma è il festival della prosa? Ma cantate, invece di parlare con tutto questo rap!”, ha detto Paolo Cevoli. Eh.

 

 

 

FILTRO. “Per fare tutto ci vuole un filtro”, ha cantato un coro di innocenti, alla fine del troppo lungo sketch di Bisio e Raffaele. Tentavano un “Ci vuole un fiore” di Sergio Endrigo, in ottemperanza all’armonia a cui il festival è dedicato, ma Raffaele non riusciva a dire fiore: diceva fiordo, diceva filtro, diceva fluoro, ma fiore proprio no. Noi ragazze ci siamo scocciate di ricevere fiori, che peraltro nascono dal letame: vogliamo il pane e i filtri, carboidrati e sigarette (in casi estremi, il lexotan), panini e costumatezza. L’omaggio floreale è anche un po’ sessista, quindi lasciamo i boccioli alla perfida Olanda, che attenta alla nostra sicurezza con le navi delle sue ong nel Mediterraneo. I complottisti ci hanno letto un invito alla morigeratezza dei toni, e forse hanno ragione loro, siamo pur sempre un paese il cui vicepremier 2 (o 1? Boh!) s’accompagna a un figuro che dice cose come: “La Lega insiste? Torni da Berlusconi e non rompa i coglioni!”. Ci sarebbe voluto un filtro per l’affettazione di Cristicchi, e per quella della super ospite Alessandra Amoroso (figlia mia, là fuori è un brutto mondo, laddove un tempo c’era Whitney Houston, ora c’è Alessandra Amoroso) che ha chiamato Bisio “Claudy” e ha ringraziato i suoi genitori. “Gloria sui tuoi fianchi la mattina nasce il sole, entra odio ed esce amore”. Filtrano pure i fianchi di Gloria.

 

 

FUORICLASSE. L’Italia che resiste è stata premiata in terza serata con l’arrivo sul palco di Umberto Tozzi e Raf, che hanno finalmente fatto la sola cosa che a Sanremo si dovrebbe fare e cioè far cantare le persone, farle urlare, stracciandosi il pigiama di pile di dosso se sono a casa, o avvinghiandosi all’ottantenne che certamente siede accanto a loro se sono in platea all’Ariston. Tre sere di non passione ci sono volute ma ce l’abbiamo fatta. I pessimisti, mentre urlavano con le lacrime agli occhi “si può dare di più perché è dentro di noi, si può osare di più senza essere eroi” e “ gente di mare che se ne va dove gli pare dove non sa gente che muore di nostalgia”, si sono chiesti in quale paese toccherà emigrare quando moriranno questi qua che hanno scritto le canzoni per microfonare l’umanità, tutta, compresi gli ultimi e i radical chic, e resteremo soli con i trapper, che per cantarli è necessario schifare la vita e l’amore e l’emozione e l’armonia. E portare l’apparecchio ai denti. A interrompere questi pensieri tristi e tromboni è arrivata una ripresa di qualche secondo di Sandra Milo che, tra il pubblico, cantava e ballava pazzamente su “Gloria”. Per ripristinare la mestizia, la ripresa successiva è cascata sulla direttrice di Rai1, Teresa De Santis. Semi immobile. Disinvolta come sarebbe stato Andreotti buonanima a un rave.

 

 

PESCI. Non siamo pesci no, accipicchia, ma siamo nati sotto, nati sotto il segno dei pesci! L’unico altro momento in cui s’è cantato e ballato e il cuore è stato sovrano, l’ha ovviamente firmato, suonato, coreografato Antonello Venditti, che ha duettato con Baglioni di pesciolini e notti prima degli esami, quelli che chi li passa è radical chic. “Unità per noi che meritiamo un’altra vita” e qualcuno ha scritto su Twitter: “La sinistra riparta da Sotto il segno dei pesci”. Eh. Magari. Magari.

 

 

ESCATOLOGIA. Rovazzi, altro super ospite (figlia mia, laddove oggi c’è questo qua, un tempo c’è stato David Bowie), ha detto due volte d’essersi “cagato sotto”. Era vestito da cameriere, di quelli che lavorano nei bar tavola calda nel centro di Roma, quelli che per pranzo hanno il menù Quattro Salti in Padella. Nonostante questo, è risultato più elegante di tutti gli altri, perché tutti, proprio tutti, tranne Vanoni e Baglioni, sembrava fossero stati vestiti da Emir Kusturica.

 

 

RECEDI. Ornella Vanoni ha fatto il lavoro suo e pure quello degli altri. E’ salita sul palco, ha giocato con Virginia Raffaele rimproverandola per averla imitata dandole della rimbambita ubriacona ed erotomane. E poiché Raffaele controbatteva moltissimo, pure troppo, le ha detto: “Vai indietro. Recedi”. Poi, essendo generosa, ci ha fornito un’altra frase da dire per sempre, buona per tutte le occasioni, come il nero, più del nero: “Sono venuta gratis ma che non diventi un’abitudine”. Segnatevela (sul taccuino, sul telefono, sul cuore). Ditela a chiunque, a chi vi porta a cena e vi propone di pagare alla romana, al capo, al marito dopo avergli stirato la camicia, al tassista quando vi presenta il conticino di trentacinque euro per avervi scortate lungo un tragitto di sei minuti. E vedrete se non recedono.

 

 

FATTA DI SGUARDI. Tu. Baglioni è Baglioni e quest’anno lasciano che canti in pace i suoi capolavori. Almeno questo.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    08 Febbraio 2019 - 11:11

    Gentilissima, va bene, a Sanremo c'è andato pure Louis Armstrong (in concorso!!!), ma insomma, è il festival della Canzone Italiana. Cambiamogli nome.

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