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De Gregori experience

Il cantautore in scena a Roma con “Off the record”, uno dei più divertenti giochi in città

2 Marzo 2019 alle 06:17

De Gregori experience

Foto LaPresse

Roma. “Sarà un helzapoppin”, sussurra divertito De Gregori, prima della prova generale dell’esperimento nel quale si lancia con entusiasmo: una residenza di un mese in un piccolo teatro di Roma, in scena con la band tutte le sere, presentando un programma musicale che sarà un work in progress, continuo riesame/rivisitazione del suo canzoniere e dei paraggi limitrofi. Ecco allora un simpatico teatro parrocchiale romano, che porta il nome del quartiere che lo ospita, Garbatella, a due passi dal bar dei Cesaroni. Ambiente familiare, raccolto, che induce alla dimestichezza, a tempi rilassati, a pause serene, ma poi anche a commozioni impreviste, a personali agnizioni, allorché d’un tratto s’allineano i pianeti del sistema d’emozioni edificato da Francesco. Sebbene sembri un progetto naturale, o perfino banale, quello di optare per tanti piccoli concerti, la dimensione-club, anziché per l’“eventone” tutto-in-una-volta, l’offerta quanto il consumo di questo “Off The Record” degregoriano inducono sorprese, anche nel pubblico d’amici convocati alla prima. Innanzitutto la scaletta: 18 pezzi, 14 suoi, ben tre di Dylan (“Alzi la mano chi non ha comprato quel disco!”, intima Francesco, con la ferita ancor aperta per la distrazione che accolse “Amore e furto”) e poi la riproposizione di “Ma che razza di città”, dolente ballata romanesca anni Settanta scritta da Gianni Nebbiosi (che fu nel giro del Canzoniere del Lazio) e che, ascoltata oggi, cristallizza i vizi della Capitale come mali immutabili. Di Roma, del resto, si canta ancora nel concerto, anche perché preferire queste repliche stanziali e “de quartiere” alle routine di un tour, è una scelta che comporta tante pizze dopo-concerto, tanti itinerari verso casa con gli umori più diversi, tanta città che transiterà di fronte al suo palco: così De Gregori suona “A Pà”, pudico e lacerante saluto a Pasolini e quindi una sontuosa versione di “San Lorenzo” – e sentirlo modulare “Un giorno, credi / questa guerra finirà” nella distanza ravvicinata di questo spazio, rappresenta un’esperienza inedita, in cui s’apprezza al meglio la tensione maniacale che, oggi più che mai, lui mette nell’esecuzione, in quell’esatto svolgimento che completa l’altro impegno cardinale, ovvero la scrittura. Scrittura che, nelle cadenze intime di una serata così, s’apprezza nella sua vastità, nell’interminabile galleria di canzoni perfette, intese come prodotti autonomi e nazionali, stadio conclusivo di un’ispirazione smagliante e oggi forse non replicabile, esaurita, legata ad altre circostanze della nostra storia. Un’ispirazione che però Francesco qui ha la sapienza di non celebrare, bensì di riplasmare con orgoglio e fede, facendo risplendere le sue creature di luce nuova. A sostenerlo, la formazione “senza la batteria” che ha scelto da anni e che funziona come un ingranaggio di precisione: Guglielminetti al basso, Valle alla slide, Gaudiello alle tastiere e il magnifico Paolo Giovenchi alle chitarre, a cui stavolta, in omaggio all’informalità dell’occasione, Francesco concede il lusso d’un paio di assoli elettrici (di quelli che abitualmente snobba, in quanto ridondanti), salvo poi fingersi infastidito allorché il pubblico plaude alle prodezze del chitarrista: “Lo sapevo! Vi siete esaltati per il più cafone degli assoli pop!”, esclama con tono di rimprovero. “Che ci vuole a fare un assolo? Difficile è il resto”, che poi sarebbe il suo lavoro, il comporre, il concepire canzoni che sembrano libri.

     

Il set, intanto, fila via liscio: ci sono i classiconi, c’è qualche rarità (“La guerra”, “Condannato a morte”), c’è un suono fluido e confidenziale a cui contribuiscono Wanda e Francesca, coriste arruolate per l’occasione, dando al tutto un tocco alla “mad dogs & englishmen”. La macchina del fumo avvolge gli artisti in un’atmosfera soffice e nel pubblico serpeggia qualche riflesso di malinconia, mentre sul palco girano bicchieri di vino e in futuro s’alterneranno tanti ospiti che renderanno le notti degregoriane una diversa dall’altra: ci saranno Venditti e Giallini, Ligabue, Barbarossa, forse Zucchero, chissà quanti altri. Si replica per tutto marzo e, all’imbocco della primavera romana, “Off the record” sarà uno dei più divertenti giochi in città. Soprattutto perché la testa di Francesco fa sì che questo non sia un rituale e tanto meno un revival. Piuttosto un prezioso caso di opera site specific, o d’incursione nell’atelier dell’artista. Personalità – è ovvio – superiore. Per tradizione meditabondo e ribollente, un po’ scocciato, caustico, sofferto, ma segretamente, terribilmente, affettuoso.

Stefano Pistolini

E’ nato a Roma e poi è andato a Milano, dove dai gesuiti ha imparato a giocare a basket, e in America, dov’è convinto d’aver capito la musica. Ha scritto tre libri (sulla gioventù difficile, sulla perduta innocenza e su Nick Drake) e ha lavorato tanto in radio (adesso a Radio24). Ha girato un film sullo skateboard e realizza inchieste tv, le ultime sui neocon, sui creazionisti e sull’eredità di Lincoln. E’ tenuto su da due figli, Benedetta e Giovanni, col quale nei weekend vede partite di pallacanestro dei campionati minori, dove tutto si ricompone.

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