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truffa e post verita’. I threatin sono famosissimi. anzi, no

Truffa e post verità. I Threatin sono famosissimi. anzi, no

Elogio breve dell’uomo che si è inventato una band e ci ha fatto un tour europeo

18 Novembre 2018 alle 06:10

Truffa e post verità. I Threatin sono famosissimi. anzi, no

Foto tratta dalla pagina Facebook dei Threatin

Roma. L’arte è una bugia – e meno male, pensa che disastro se fossero vere le poesie di Gio Evan – ma ci avvicina alla verità. Lo pensava Picasso, e l’hanno pensato in molti prima e dopo di lui. Vale anche il contrario? Jared Threatin (chi? Boh!) ha ottenuto un tour in Europa per la sua band, i Threatin, di cui è frontman e manager e fondatore e compositore e produttore, mentendo su tutto. Decine di migliaia di follower sui social network: tutti fake. Il promoter: un’agenzia con un unico cliente, i Threatin. L’etichetta discografica, la Superlative Music Recordings: esiste solo il logo sul sito della band (ora oscurato), altro che “since 1964”. I biglietti prenotati: agli organizzatori della data di Bristol ne risultavano 180, ma li aveva pagati tutti Jared Threatin. Le visualizzazioni su YouTube: oltre un milione, quasi tutte comprate.

  

La band, però, è vera, tanto vera che due membri, non appena è venuta fuori la truffa (alla quale erano del tutto estranei) l’hanno abbandonata. E se anziché di truffa si trattasse di arte? Il più grande capolavoro di un ventinovenne losangelino del tutto disinteressato alla musica potrebbe essere quello di dimostrarci che il successo è una bolla, che vengono organizzati tour internazionali per uno sconosciuto senza sapere chi sia, senza informarsi su niente, perché ci si fa bastare il fatto che abbia un cospicuo numero di follower su Twitter (quante altre cose appaltiamo, seguendo questo criterio? Ne siamo consapevoli? Il numero di follower garantisce e rassicura come un tempo rassicuravano e garantivano le buone famiglie e gli studi classici).

 

Di “opera d’arte assoluta” ha parlato il Guardian, riferendosi tuttavia più alla cura dei dettagli che all’intenzione della performance (ammesso che ne avesse una e che, invece, non fosse tutto più semplice: un furbastro senza alcun talento capisce che mai nessuno gli organizzerà un tour europeo e che è destinato a suonare nei bar di Los Angeles, allora s’ingegna a far fessi tutti, fingendosi qualcuno che non è). Tutto ha cominciato a scricchiolare quando ai concerti non s’è presentato nessuno, sì insomma non più di due, tre persone, e una di queste avrebbe comprato una felpa – sì, c’era lo stand con il merchandising – all’ingresso del concerto di Londra, per solidarietà, per dispiacere, per empatia, visto il deserto in sala. E qui sta il punto, volendo credere all’orchestrazione di un genio, alla performance definitiva sulla postverità, a una pièce che sembra scritta da David Mamet. Perché qui c’è l’idea di Jared Threatin: vediamo se, oltre agli organizzatori, riesco a far fessi anche gli avventori; vediamo se far circolare sui social network annunci di eventi a cui risultano iscritte centinaia di persone finte, esorterà le persone vere a partecipare. Invece no, ai concerti europei dei Threatin (quelli non annullati) non s’è presentato nessuno, a parte i componenti dei gruppi spalla e qualche disgraziato molto annoiato. Puoi comprarti un tour internazionale, ma non la gloria, direte; l’autenticità artistica è salva, penserete. Piano con l’ottimismo. Non appena la storia ha preso a circolare (ne ha scritto il Guardian e, prima, moltissimi gruppi Facebook), i Threatin hanno ricevuto parecchia attenzione, qualcuno ha caricato alcuni loro singoli su YouTube (date un’occhiata al video di “Living is Dying”: è così surreale che è impossibile stabilire se si tratti di una parodia o no), qualcun altro s’è preso la briga di pontificare, di creare gruppi di discussione in cui scrivere che i ragazzi hanno talento, principiando così un processo che, nel giro di un tempo presumibilmente breve, potrebbe portarli a solcare davvero i palchi europei, e stavolta dopo essere stati contattati da qualcuno intenzionato a sfruttare la loro truffa (o capolavoro artistico, dipende da voi, da quale lato volete guardare e leggere questa storia).

 

Chissà se il giornalista di Playboy Germania che s’è inventato un’intervista a Morricone zeppa di improperi rivolti a Quentin Tarantino vincerà il Pulitzer.

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