Il #MeToo del K-pop

Giulia Pompili

Da anni si parla delle violenze subite dalle nuove icone della musica pop asiatica. Ora però inizia la guerra

“Dal 2015 al 2017 il nostro direttore musicale si assicurava che non facessimo errori durante le prove colpendoci con una mazza da baseball o con il microfono”, ha detto venerdì scorso durante un incontro con i giornalisti Lee Seok-cheol, leader della boyband coreana The East Light. La conferenza stampa di uno dei gruppi di musica K-pop più popolari al mondo è arrivata dopo settimane in cui il produttore in questione, Kim Chang Hwan, ceo della Media Line Entertainment, continuava a negare tutto: “Li stavo solo aiutando a fare bene la musica”, ha detto Kim. Eppure le prove contro di lui sono inequivocabili: fotografie, registrazioni, filmati. Lee, che oggi ha diciotto anni, davanti ai giornalisti ha pianto spesso, raccontando le vessazioni e le umiliazioni verbali subite negli anni in cui la boyband si stava trasformando in una macchina da soldi: “Lee Seung-hyun, bassista del gruppo nonché mio fratello, ha un trauma e in questo momento si sta sottoponendo a terapia psichiatrica. Una volta il produttore l’ha chiuso in uno studio al quinto piano e l’ha massacrato di botte”. Online qualcuno ha accusato Lee e gli altri componenti del gruppo di essersi svegliati troppo tardi: “Ho deciso di farmi avanti ora perché nessun altro nel mondo del K-pop dovrà subire lo stesso tipo di trattamento”. Considerato che i ragazzi che si trasformano in idol, cioè popolarissimi cantanti/attori/ballerini/influencer, sono spesso in età scolare, si tratta quasi sempre di abusi su minori.

   

E’ l’inizio del #metoo del K-pop, un’industria da milioni di dollari l’anno che ormai traina le vendite mondiali di musica. Se in Europa ancora fatica a sfondare, nel resto del globo il K-pop è ormai sinonimo di una cultura ben precisa, fatta di uomini androgini e make up e canzonette ballabili che il governo sudcoreano ha reclutato come prodotto di punta del suo soft power all’estero. L’esempio più eclatante è quello del gruppo Bts, una band di cui probabilmente non avete mai sentito parlare ma che è tra le più popolari del mondo, e che la scorsa settimana si è guadagnata addirittura la copertina del Time. I Bts hanno viaggiato insieme con il presidente sudcoreano Moon Jae-in nel suo viaggio di stato in Europa, e qualche giorno fa è iniziato il loro tour mondiale con una serie di concerti nelle arene più prestigiose di Londra, Parigi, Berlino. Nell’idea asiatica degli idol – cioè quelli che noi chiameremmo influencer, protagonisti dell’industria dell’intrattenimento – l’integrità morale è tutto: per questo quando si è saputo che i cinque membri dei Bts avrebbero potuto saltare il servizio di leva obbligatorio qualcuno, in Corea del sud, ha iniziato a protestare. Gli idol devono essere perfetti, e da tempo si chiacchiera della questione delle regole, delle vessazioni raccontate da Lee. Ci sono stati in passato suicidi eccellenti di ragazzini troppo stressati dalle agenzie che possiedono – letteralmente – la loro immagine. E decidono tutto, perfino la loro vita sessuale: un paio di mesi fa HyunA e E’Dawn, membri di due diversi gruppi K-pop, hanno perso il contratto con la Cube Entertainment perché i paparazzi li hanno beccati a uscire insieme. E un idol non può permettersi di steccare, di sbagliare un passo di danza, figuriamoci di deludere i fan con una vita normale, uscendo, e fidanzandosi.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.