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Il #MeToo del K-pop

Da anni si parla delle violenze subite dalle nuove icone della musica pop asiatica. Ora però inizia la guerra

24 Ottobre 2018 alle 06:19

Il #MeToo del K-pop

“Dal 2015 al 2017 il nostro direttore musicale si assicurava che non facessimo errori durante le prove colpendoci con una mazza da baseball o con il microfono”, ha detto venerdì scorso durante un incontro con i giornalisti Lee Seok-cheol, leader della boyband coreana The East Light. La conferenza stampa di uno dei gruppi di musica K-pop più popolari al mondo è arrivata dopo settimane in cui il produttore in questione, Kim Chang Hwan, ceo della Media Line Entertainment, continuava a negare tutto: “Li stavo solo aiutando a fare bene la musica”, ha detto Kim. Eppure le prove contro di lui sono inequivocabili: fotografie, registrazioni, filmati. Lee, che oggi ha diciotto anni, davanti ai giornalisti ha pianto spesso, raccontando le vessazioni e le umiliazioni verbali subite negli anni in cui la boyband si stava trasformando in una macchina da soldi: “Lee Seung-hyun, bassista del gruppo nonché mio fratello, ha un trauma e in questo momento si sta sottoponendo a terapia psichiatrica. Una volta il produttore l’ha chiuso in uno studio al quinto piano e l’ha massacrato di botte”. Online qualcuno ha accusato Lee e gli altri componenti del gruppo di essersi svegliati troppo tardi: “Ho deciso di farmi avanti ora perché nessun altro nel mondo del K-pop dovrà subire lo stesso tipo di trattamento”. Considerato che i ragazzi che si trasformano in idol, cioè popolarissimi cantanti/attori/ballerini/influencer, sono spesso in età scolare, si tratta quasi sempre di abusi su minori.

   

E’ l’inizio del #metoo del K-pop, un’industria da milioni di dollari l’anno che ormai traina le vendite mondiali di musica. Se in Europa ancora fatica a sfondare, nel resto del globo il K-pop è ormai sinonimo di una cultura ben precisa, fatta di uomini androgini e make up e canzonette ballabili che il governo sudcoreano ha reclutato come prodotto di punta del suo soft power all’estero. L’esempio più eclatante è quello del gruppo Bts, una band di cui probabilmente non avete mai sentito parlare ma che è tra le più popolari del mondo, e che la scorsa settimana si è guadagnata addirittura la copertina del Time. I Bts hanno viaggiato insieme con il presidente sudcoreano Moon Jae-in nel suo viaggio di stato in Europa, e qualche giorno fa è iniziato il loro tour mondiale con una serie di concerti nelle arene più prestigiose di Londra, Parigi, Berlino. Nell’idea asiatica degli idol – cioè quelli che noi chiameremmo influencer, protagonisti dell’industria dell’intrattenimento – l’integrità morale è tutto: per questo quando si è saputo che i cinque membri dei Bts avrebbero potuto saltare il servizio di leva obbligatorio qualcuno, in Corea del sud, ha iniziato a protestare. Gli idol devono essere perfetti, e da tempo si chiacchiera della questione delle regole, delle vessazioni raccontate da Lee. Ci sono stati in passato suicidi eccellenti di ragazzini troppo stressati dalle agenzie che possiedono – letteralmente – la loro immagine. E decidono tutto, perfino la loro vita sessuale: un paio di mesi fa HyunA e E’Dawn, membri di due diversi gruppi K-pop, hanno perso il contratto con la Cube Entertainment perché i paparazzi li hanno beccati a uscire insieme. E un idol non può permettersi di steccare, di sbagliare un passo di danza, figuriamoci di deludere i fan con una vita normale, uscendo, e fidanzandosi.

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