Foto di Paola Bottelli

Il foglio della moda

Le nuove età creative: i rapporti di potere fra generazioni

Fabiana Giacomotti

Un gruppo di trenta-quarantenni prende le redini della moda. Non mancano i dubbi, i manager maturi pronti a scaricarli per salvarsi la pelle, le solite vecchie regole. Ecco chi farà strada e chi la sta già facendo. E il motivo per cui hanno bisogno dei vecchi media

Se per molti anni si è detto e scritto che la moda spacciasse giovinezza ed erotismo grazie alle strategie di una turba di signori canuti, massimi esperti negli intrighi del marketing e della commercializzazione, finalmente si inizia a essere felicemente smentiti. La serata dei Fashion Awards che si è tenuta alla Royal Albert Hall di Londra poche sere fa, e che ha visto premiato Jonathan Anderson, trentanove anni, direttore creativo del marchio più “hot” del momento, Loewe, ma anche imprenditore in proprio, ha dimostrato come, a poco a poco, un piccolo cambio generazionale vada configurandosi davvero nella moda internazionale. I padri fondatori del sistema del lusso diffuso nei termini entro i quali lo conosciamo oggi – cioè del branding di alto prezzo destinato alle masse mondiali, salvo una piccola quota di eccezionalità per connaisseur – sembrano disposti a lasciare, se non la guida delle proprie aziende (al di qua e al di là dell’Atlantico, le due superpotenze Giorgio Armani e Ralph Lauren governano ancora le proprie aziende con energia, pur avendo preparato la successione), almeno uno spicchio importante di luce sotto i riflettori a chi permette loro di restare in contatto con i desideri delle nuove generazioni. Non era scontato.

Per anni, abbiamo visto all’opera degli epigoni di Kronos, pronti a divorare qualunque creativo si fosse messo in mostra e avesse osato alzare la testa, e fino all’altro ieri, ma certamente accadrà ancora domani, si è assistito allo scaricabarile degli amministratori delegati dei grandi marchi nei riguardi del direttore creativo quando le cose iniziavano ad andare male o non andavano secondo i desiderata degli azionisti e dei mercati, come se sulle spalle di un solo reparto, o meglio ancora di una sola persona, gravasse il peso e dipendesse la responsabilità dell’andamento di vendite che sono in realtà il risultato di infiniti fattori, primo fra tutti il merchandising. Fatta salva l’evidenza che molte aziende della moda sono ancora padronali, cioè guidate dal fondatore e che sarebbe pericoloso allontanarlo a meno di venderla o di affiancargli un altro talento, caso evidente Prada dove il tandem fra Miuccia Prada e Raf Simons funziona così bene da aver dato vita a una seconda era di dominazione creativa del marchio sugli stili e le tendenze internazionali, l’esempio preclaro di questo processo espiatorio nel quale il capro è il personaggio più in vista e di solito il più giovane, è ancora e sempre la Gucci degli anni di Alessandro Michele (la chiusura del suo rapporto con il brand di Kering avvenne poco più di un anno fa, adesso il periodo di non concorrenza è finito e in questi giorni il toto-poltrone che appassiona tanto la stampa a prescindere dalla congruità e dalla ragionevolezza l’ha già piazzato al posto di Matthew Williams da Givenchy. Lui, per il momento, ha fatto fotografare la sua favolosa casa alle spalle di piazza Navona). L’uscita dell’amministratore delegato, l’abilissimo Marco Bizzarri che, dopo aver scelto Michele con un incontro dicembrino entrato nella leggenda, aveva guidato per sette anni l’incredibile ascesa del marchio e la sua rapidissima discesa post-Covid in tandem, è avvenuta molti mesi dopo, non si è mai capito quanto sia stata programmata o volontaria e, immaginiamo ne sia a conoscenza, è seguita a molti commenti interdetti sulla sua permanenza quando gli osservatori si sarebbero aspettati un’uscita doppia, come ai tempi di Domenico De Sole e Tom Ford: squadra che perde, per le ragioni più diverse, lascia compatta e in gloria, e nessuno negli ultimi vent’anni ha dimostrato più stile di loro due, in particolare Ford che, dopo aver ceduto il proprio marchio a Zegna, si è ritirato a vita privata.

Il sistema “posso il figlio immolar al mondo/io cristian”, sullo stile di Filippo II che chiede al Grande Inquisitore se, ammazzando il primogenito don Carlo, potrà ottenere il perdono di Santa Madre Chiesa, non desta ribellione solo nell’opera di quel grande anticlericale di Giuseppe Verdi che questa sera inaugura la nuova stagione scaligera per la regia di Lluis Pasqual e i costumi di Franca Squarciapino che al “Foglio della Moda” ha gentilmente offerto in esclusiva i bozzetti dei costumi riprodotti sul wrap di questo numero: non piace in genere, e di certo non è per caso che, al momento, Gucci sia governata da un altro manager di grande esperienza, ma uso a uno stile sottotraccia e a lavorare sui processi gestionali e logistici più che sullo sviluppo della creatività come Jean-François Palus, mentre la direzione comunicazione tiene ancora al riparo il nuovo direttore creativo Sabato De Sarno. Vi sono anche casi diversi: il gruppo Lvmh sta dando respiro e tempo per affermarsi in Etro a Marco De Vincenzo, non più giovanissimo ma nuovo al mestiere di direttore creativo di un marchio non suo, mentre Maximilian Davis, direttore creativo di Ferragamo, un ventottenne di gusto eccezionale negli accessori, va rafforzandosi sotto l’ala dell’amministratore delegato Marco Gobbetti che lo protegge dalle molte correnti di palazzo Spini Feroni, certamente sapendo come questi spifferi abbiano avuto negli anni ragione di personalità ben più mature e strutturate. Si fa largo in autonomia Martine Rose, lo scorso gennaio ospite di Pitti Uomo e autrice di un bell’editoriale per il numero del “Foglio della moda”, che crea collezioni maschili per così dire risolte e pacificate, premiata a sua volta a Londra con il British Menswear Designer Award insieme con altre tre designer da tenere d’occhio: Emma Chopova e Laura Lowena, partner del brand eponimo di moda donna, e Bianca Saunders, un’altra trentenne che disegna e produce per il pubblico maschile, una posizione che solo un secolo fa, quando le donne avevano da poco conquistato il diritto di tagliare capispalla, non sarebbe stato nemmeno concepibile. È appena quarantenne il nuovo direttore di Tod’s, Matteo Tamburini, nel curriculum due anni da Rochas, due da Schiaparelli a Parigi, dove avrà avuto certamente modo di farsi conoscere da Diego Della Valle, quindi un triennio da Pucci e oltre sei da Bottega Veneta, dapprima come figura senior dell’ufficio stile e quindi come head designer specializzato nel sartoriale, nei capispalla e nella lavorazione della pelle, cioè nel core business del gruppo nato nelle Marche. Se una debolezza cardiaca antica non avesse stroncato all’inizio di novembre la vita di Davide Renne a dieci giorni dalla nomina a direttore creativo di Moschino, ora saremmo qui a festeggiare una nuova generazione di creativi, tutti solidali fra di loro e non solo per forma (“Matteo, sono così orgoglioso di te. Sarai il migliore!” Ha scritto il suo predecessore Walter Chiapponi, da poco nominato direttore creativo di Blumarine e non sarà compito facile), senza ombre, lacrime e rimpianti. Ma motivi per essere ottimisti ce ne sono a dispetto di previsioni di rallentamento nella crescita della moda (fra inflazione, guerre in corso, fisiologico rimbalzo dopo l’abbuffata di shopping seguita al Covid c’era da aspettarselo, e tutti gli analisti, da Bain e McKinsey, si mantengono su un dato previsionale di aumento del 2-5 per cento per il prossimo anno) e di una certa mancanza di pluralità di genere, che affligge soprattutto la moda italiana e francese.

Trovate ancora moltissime donne dietro le quinte della creatività nazionale, vedi Michela Tafuri, per anni a fianco di Alessandro Michele da Gucci, oppure giovanissime manager di prodotto molto talentuose come, sempre in Gucci, Valeria Nofri che sì, in Sapienza ci vantiamo di aver laureato (e in storia, non in “album di proggetti”). Ma se anche all’estero, per le donne è persino più facile fondare un brand, lanciarlo e affermarlo che scalarne uno già esistente, come Grace Wales Bonner, trentuno anni, designer e curatrice, idolo della moda inclusiva, o Phoebe Philo che, dopo lungo discutere con i dipartimenti merchandising di Celine e Chloé, ha preferito avere il gruppo Lvmh come partner che come boss, non ci sono dubbi che la litania religiosamente ripetuta dei “grandi-della-moda-internazionale” e che per la gente comune in Italia sono solo quattro e rispondono ai nomi di Armani, Prada e Dolce&Gabbana, Gucci, (qualcuno evoca ancora Ferré, uomo e marchio scomparsi ormai da quasi vent’anni), meriti di essere arricchita di nomi nuovi: Satoshi Kuwata-Setchu con i suoi capispalla che mescolano la tradizione italiana con quella nipponica, per esempio. E se per molti resta ancora un mistero la scelta di Sean McGirr come nuovo direttore creativo di McQueen, forse l’unico modo per superare l’impasse e dare nuovo slancio a quel genere di moda che la gente non di moda cerca nei negozi e sulle piattaforme è di raccontarli non solo sui social, ma anche su quei vecchi media popolari che sono i giornali, le riviste, le reti televisive, i libri. Mezzi che sono facili da cercare e da trovare, e che una strada per essere conservati e per restare la trovano sempre.

Di più su questi argomenti: