Molte polemiche per la gonna di Balenciaga. Caro Demna, smettila di prenderti per il Duchamp che non sei

Fabiana Giacomotti

Una gonna ricavata da un telo spugna da bagno e venduta a settecento euro in un contesto economico-culturale complesso come quello che stiamo vivendo. Non capire dove vada il mondo è un segnale grave per chi fa moda

Sebbene sulla gonna a portafoglio Balenciaga a settecento euro ricavata da un asciugamano grigio di spugna nello stesso stile di vostro marito quando esce dalla doccia ieri siano saltati i nervi a mezza comunità modaiola mondiale, bisogna riconoscere che il top della collezione estate 2024, messo in pre-vendita qualche settimana fa, era passato abbastanza sottotraccia. Nella nostra storia di occidentali un po’ grevi, dopotutto abbiamo visto teli da bagno avvolti attorno al torso delle attrici già nella sophisticated comedy degli Anni Trenta, nelle commedie sexy nazionali dei Settanta e, deliziosi, stampati a farfalline e declinati anche in vestagliette da spiaggia, in una collezione Versace dei primi Anni Novanta di cui, peraltro, dovrei avere ancora qualche capo ficcato chissà dove. La spugna ha sempre un che di confortevole ed estemporaneo che incontra il favore di diverse generazioni, purché non si esageri nel ribaltamento dei suoi codici, che continuano ad essere poveri, pratici, poco costosi, estemporanei, ricercando ancora l’épatage de la bourgeoisie, che è quanto invece “Demna” -chiamami-col-mio-nome, direttore creativo di Balenciaga, fa con sempre meno forza una stagione dopo l’altra: una volta la borsa della spesa venduta a migliaia di euro, poi le Crocs col tacco, ma anche il sacchetto di patatine spacciato per borsa da sera e mille altre pretese di alternatività intellettuale in un concentrato di vera paccottiglia.

 

Che Demna si balocchi a dispetto del sonoro schiaffone mondiale preso esattamente un anno fa per la campagna delle borse-pupazzo sadomaso messe in mano ai bambini, fra libri sulfurei e innuendo alla pedofilia, e in un contesto storico-culturale molto complesso come quello che stiamo vivendo attualmente, suggerisce due valutazioni alternative. La prima: con i suoi collaboratori più stretti, non è più in grado di cogliere i segnali, certificata peraltro due giorni fa anche dall’ultimo Osservatorio di Altagamma, di un’evoluzione sociale e culturale che guarda ormai più all’accumulo di “esperienze di bellezza” che alla spesa di settecento euro per un asciugamano che ne vale forse tre nastro in canneté interno incluso, oppure – seconda possibilità - che si consideri il Duchamp che non è mai stato, pur vivendo da ricco signore a Zurigo dove il Dada nacque.

  

Quando Marcel Duchamp realizzò il celeberrimo “pissoir”, primo vero ready made della storia dell’arte, correva il 1917, il mondo era in guerra: lo fece per coscienza vera dei limiti culturali e politici della borghesia, e comunque l’opera, della quale nessuno conosce davvero la genesi, non venne né esposta né venduta. I pissoir di Duchamp che vedete nei musei sono sedici repliche realizzate nel 1964, quattro anni prima della morte sua e del suo alter ego femminile, Rrose Sélavy, e lasciatemi dire che lo fece per raccogliere del denaro negli anni artisticamente molto fruttuosi delle contestazioni. A quell’età e con la sua storia poteva permetterselo.

  

Il caso della gonnella di Demna è ovviamente ben diverso. Sebbene la maggior parte delle riviste di moda nazionali abbiano prontamente cercato di cogliere nella decisione la traccia della sua “ironia che speriamo coglierete”, in realtà la comunicazione su quel povero straccio è diventata “virale”, (oh quanto piace questo aggettivo a una fascia mediatica che ormai vive la diffusione di riflesso) per tutte le ragioni sbagliate. Potrei elencarvi qui che cosa sono riuscita a leggere nei commenti ai post delle suddette riviste dall’Italia al Brasile, ma lo riassumo nell’immagine che ho visto riprodotta più spesso: “Ma che la pianti questo qui di prenderci per 'emoticon pesca'”. 

 

Ci fu un tempo di leggerezza, praticato con grazia, abilità e, bisogna dire, con cose molto ben fatte e dunque valide e durevoli, per esempio da Franco Moschino o da Jean Paul Gaultier, in cui si poteva essere leggeri, scioccamente spendaccioni e definirsi “fashion victim” senza passare automaticamente per cretini. Quel mondo, forse bisognerebbe ricordarselo, è stato travolto nel 2001, finito nel 2008 e schiacciato da quell’idra del Covid tre anni fa. Il revenge shopping post pandemico dell’ultimo biennio, ampiamente certificato da un costante aumento fino al trenta per cento dei prezzi dei beni di lusso, va esaurendosi. Tutti gli analisti attendono una normalizzazione dei prezzi nel 2024 e una maggiore concretezza e ricerca di qualità negli acquisti, ben significata peraltro da un secondo filone di commenti irosi ai post sulla fatale gonna (“ma dov’è la qualità?”). Tutti hanno capito. Tranne uno.