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Gucci e la moda in difesa della bellezza italiana

Alla Milano Fashion Week con maschere e borchie, per proteggerci in questi tempi aggressivi e violenti

20 Febbraio 2019 alle 20:20

Annunciata dalla maschera in papier maché di un ermafrodito di ispirazione romano-ellenista, singolare invito agli ospiti a riflettere sulla natura della propria “persona”, cioè del sé e del proprio doppio nascosto, la sfilata Gucci autunno-inverno 2019-2020 apre su un forte latrare e ringhiare di cani, prosegue sulle note della corale The angel Gabriel (“from heaven came, With wings as drifted snow, with eyes as flame”, che venne dai cieli con le ali come di neve e gli occhi di fiamma) e porta in passerella decine di giovani lord dal volto protetto da maschere di lattice, collier de chien con borchie, bretelle ricoperte di spunzoni e ladies dalle giacche appena oversize tacchi altissimi ai piedi e sneaker portate a mano come la “donna in carriera” Melanie Griffith dei tempi che furono, pronte a scappare.

 

Costruita attorno a capispalla volutamente non finiti, pantaloni dai volumi ampi, giacche doppiopetto su gonne pantalone e delicati sabot di vernice, la collezione Gucci in sé è centratissima, a suo modo rigorosa e “pulita”, perfettamente scomponibile e ricca di pezzi facili da amare (possiamo dire anche da vendere, che non può non essere un obiettivo per la griffe che guida la classifica mondiale con incrementi di fatturato a due cifre dal 2015).

 

Ma sono quegli spunzoni, quelle maschere da immaginario dumasiano (Il visconte di Bragelonne con la storia della maschera di ferro continua a serpeggiare, in questi giorni di Milano Fashion Week), quei gioielli da corredo funebre acheo, quello straordinario elmo con il becco e il rostro d’aquila da condottiero rinascimentale a colpire l’immaginario dei presenti e a guidare l’incontro backstage ex post con il direttore creativo Alessandro Michele. Lui, che pure racconta di essere stato ispirato nella scelta di quegli accessori da una collezione di collari incisi del tardo barocco, secolo affascinato dal mito di Argo e della fedeltà assoluta e cieca, sa pure che evitare una domanda e una piccola discussione sui “tempi che stiamo vivendo” sarebbe impossibile.

 

E infatti non vi si sottrae: “Cerco sempre di tenermi lontano dalla politica”, dice, “ma la moda, come espressione della cultura diretta, immediata, visibile, non può che essere espressione politica”. Ecco quindi arrivare il timore che “scompaia la bellezza della cose che ci siamo conquistati”, lo splendore della cultura, della sua memoria e del suo potere di educare a capire, e la necessità di “difendersi”. Con un abito, involucro che protegge, modifica la percezione di sé, o con una maschera. Il mondo vive tempi nuovamente aggressivi, e il rischio che torni ad affiorare la nostra ferinità, quell’istinto predatorio che abbiamo impiegato millenni a dominare, è troppo alto perché anche la moda, nel suo potere iconico di moltiplicatore, non debba esprimere una propria opinione.  

 

C’è una sottile, controllatissima violenza che serpeggia  anche nella collezione di Alessandro Dell’Acqua per la sua N21 sempre più amata dalle signore consapevoli, una sexiness di ghiaccio che si ispira ispirata al film “Dressed to kill” di Brian De Palma e pone l’accento su un gioco di zip posteriori che permettono di far scivolare dalle spalle perfino i cappotti, squarci e pieghe ben delineate sulle gonne e trench da smontare e portare anche appoggiati su una sola spalla. E latex ancora, quanto latex in queste collezioni. “Ho costruito abiti trasformisti perché sono ambigue le donne che li indossano”, dice lo stilista che, come Alberta Ferretti, sa quanto sia necessario colpire l’immaginario per emergere in un settore che non solo è diventato estremamente competitivo, ma anche poco disposto al perdono.

 

  

 

A bordo passerella, mentre sfilano le dive in lamé e in camicie di lurex a ruches immaginate dalla sorella Alberta (foto sopra e sotto), Massimo Ferretti, ceo del gruppo Aeffe quotato alla Borsa di Milano, aggrotta la fronte, preoccupatissimo: “Dobbiamo farci sentire in modo molto udibile, lanciare un messaggio chiaro, noi della moda italiana. Non c’è solo la congiuntura, e nemmeno il timore dei dazi di Trump: in questo momento, purtroppo, il nostro paese non è amato”. E questo si ripercuote sul business in modo fin troppo evidente.

 

 

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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