Alla Casa Bianca in linea con il Cremlino: il presidente Trump al telefono con Putin nei giorni successivi all’insediamento (foto LaPresse)

Diabolico Putin

Mattia Ferraresi

Dove finirà il flusso febbrile delle rivoluzioni, degli scoop, dei leak, delle premature richieste di impeachment? Ci sono due strade davanti a Trump e tutt’e due fanno il gioco del Cremlino

Io proprio non capisco come facciano a non rendersene conto. Ogni giorno apro il New York Times e leggo esattamente quello che il governo russo vorrebbe leggere. M’immagino Putin al Cremlino che si fa grandi sghignazzate con i suoi uomini dell’intelligence commentando i giornali liberal americani che attaccano di Trump per i suoi legami con Mosca. Non c’è niente di meglio per loro”. Chi parla è un intellettuale sostenitore di Trump che, per discutere liberamente delle prospettive dell’amministrazione, preferisce rimanere anonimo. Non ha responsabilità di governo, ma fa parte di una nube di figure di vario rango e spessore che influenza (o tenta di influenzare) la direzione della Casa Bianca. Non è un lealista né un entusiasta trumpiano, ma lo ha appoggiato e votato credendolo un’alternativa migliore rispetto a Hillary Clinton. Dopo quattro mesi di governo e decine di pietre d’inciampo sulla via, non ha ancora trovato buone ragioni per pentirsi. Il vero problema, sostiene, è che “questo clima isterico, di costante oltraggio, di continue rivelazioni mai risolutive, un incessante sgocciolare di scandali alimentati dall’ossessione nazionale per cacciare il presidente è il migliore scenario possibile per la Russia. Non saprei dire se hanno agito per produrre esattamente questo risultato, se lo hanno fatto sono molto più scaltri di quanto crediamo”. Per capire il ragionamento dell’interlocutore bisogna abbandonare per un attimo il flusso febbrile delle rivelazioni, degli scoop, dei leak, delle premature richieste di impeachment e allargare lo zoom per abbracciare uno scenario più ampio. La “big picture”, come dicono gli americani. Ci sono soltanto due modi in cui l’inchiesta (anzi le inchieste: oltre a quella guidata dal procuratore speciale, Robert Mueller, c’è anche quella indipendente del Congresso) sui rapporti fra Trump e la Russia può ragionevolmente concludersi.

 

Il primo esito è quello della colpevolezza assoluta. I federali riescono a dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che i luogotenenti di Trump hanno fatto un’attività di coordinamento sistematico con le loro controparti al Cremlino, che c’è stato uno scambio di flussi informativi, un’alleanza fatta di obiettivi comuni e convergenze, agenti di raccordo, macchine di propaganda, hacker russi che agivano su impulso della campagna elettorale del candidato o viceversa. Insomma, un chiaro sodalizio fra Trump e Putin lucidamente orchestrato ai livelli più alti e messo in pratica per sbaragliare Hillary Clinton prima e impostare una politica ritagliati sui desideri del Cremlino poi. Questo finale porta inevitabilmente alla cacciata di Trump e al crollo dell’amministrazione sotto il peso di accuse di una gravità inaudita. Se è andata così, è solo questione di tempo. I critici del presidente che lo vogliono fuori dalla Casa Bianca quanto prima non devono fare altro che accertarsi che i meccanismi di controllo del sistema democratico funzionino e che gli inquirenti siano in grado di fare il loro lavoro in mondo indipendente. La nomina di un procuratore speciale universalmente considerato imparziale e gli strascichi dello screzio fra Trump e James Comey non danno motivo per pensare che l’Fbi, oggi, si muova su mandato del presidente

 

"Questo clima isterico, di costante oltraggio, di continue rivelazioni mai risolutive, è il miglior scenario per la Russia"

Secondo scenario: l’inchiesta trova segni di collusione, individua persone vicine a Trump che hanno avuto rapporti impropri e criminali con la Russia, e magari nel frattempo sono state allontanate dalla cerchia del presidente. Si dimostrano contatti episodici di figure di medio livello, linee di comunicazione parallele, traffici d’influenza senza una macchinazione al vertice, senza un evidente disegno condiviso, si rintracciando flussi di denaro per ungere meccanismi, sovrapposizioni fra consiglieri ambigui e servizi d’intelligence russi che sono sempre – a prescindere da Trump – protesi e intenzionati a influenzare la politica di Washington. L’inchiesta, però, non dimostra che Trump ha voluto e messo a punto una grande alleanza con Putin, ma soltanto che una serie di collaboratori e affiliati avevano rapporti compromettenti con Mosca. Il caso si risolve con diverse incriminazioni e condanne, ma senza che la responsabilità diretta del presidente sia accertata. Il caso per istruire un impeachment – che peraltro dev’essere votato dalla Camera e confermato da due terzi del Senato, entrambi solidamente in mano ai repubblicani – si fa più fragile, l’amministrazione è colpita ma non affondata, Trump rimane in sella benché gravemente ferito nella credibilità e nella capacità di governare la nazione più potente del mondo. Questa seconda possibilità confermerebbe, con un verdetto, quello che sta già succedendo in questi giorni, settimane e mesi di incessanti accuse contro la Casa Bianca. L’ultimo stralcio accusatorio in ordine di apparizione è quello degli agenti russi che l’estate scorsa sono stati intercettati dallo spionaggio americano mentre discutevano sui nomi dell’entourage della campagna di Trump con cui collaborare. Fra il momento della stesura e quello stampa di questo articolo, altre e più succulente rivelazioni sul caso terranno banco. Si tratta di una specie di palude in cui la politica e l’informazione sono invischiate e avanzano faticosamente a forza di accuse e controaccuse, di assalti e umiliazioni, tweet e meme, senza tuttavia arrivare mai a una soluzione definitiva. E’ la nuova normalità dell’era Trump. La stiamo già vivendo, e continueremo a viverla se l’inchiesta dovesse concludersi con un po’ di arresti, qualche sequestro, un rimpasto alla Casa Bianca per ripulirsi dalle scorie e nulla più. Ci sarebbe anche un terzo scenario, quello dell’innocenza assoluta del presidente, dove l’inchiesta conclude che era tutta una montatura dei nemici di Trump per farlo fuori, ma la mole di indizi, fatti più che sospetti e, in alcuni casi, prove concrete dei rapporti con la Russia lo rende estremamente improbabile. Rimangono in scena soltanto i primi due, tertium non datur, sempre al netto di quelli che Donald Rumsfeld chiamerebbe gli “unknown unknowns”, le cose che non sappiamo di non sapere. Tutte le sfumature intermedie che il caso potrà assumere, con gli elementi a disposizione oggi, sono sostanzialmente riconducibili a una delle sue alternative.

 

Il nostro interlocutore vicino a Trump osserva che il secondo esito è il migliore dal punto di vista del Cremlino, e non soltanto perché la cacciata di Trump lo priverebbe di un “amico”, per così dire. “E’ totalmente assurdo pensare che Putin abbia lanciato la sua offensiva con l’intento di prendere il controllo della democrazia americana, manovrando Trump come un pupazzo. Non è così stupido da pensare che sia davvero possibile. E anche se fosse possibile controllare il presidente della più grande potenza del mondo, sarebbe impossibile prendere possesso di tutti gli organi che a loro volta tengono sotto controllo il potere esecutivo. Puntare troppo in alto significa autosabotare il proprio progetto egemonico, perché poi arriva l’Fbi e le magagne le trova, e fa crollare tutto”. Il Cremlino vuole invece indurre uno stato di malessere nella democrazia americana, lavora per insufflare un affanno permanente, una specie di mal di mare che impedisce di ragionare e andare avanti, manda in cortocircuito i sistemi dell’avversario con attacchi a bassa intensità, sfruttando le sue debolezze e le divisioni interne per massimizzare i danni. Perché dovrebbe preferire questa strategia a un’influenza diretta sulla struttura politica? “Perché lo scopo di Putin – dice la nostra fonte – non è incastrare Hillary e sostenere Trump, è screditare la democrazia liberale occidentale, mostrare al mondo che quel modello è al tramonto. Se apriamo qualunque giornale o fonte d’informazione nelle ultime settimane, dobbiamo ammettere che la tentazione è concludere che la Russia ha già vinto. L’inchiesta dirà se sono stati abbastanza accorti da interferire soltanto fino a un certo punto nei nostri affari, senza farsi prendere troppo la mano”.

 

I complessi scenari sul tappeto, dal più grave al più verosimile. Fino a quello che al Cremlino andrebbe benissimo

Quella che qualcuno ha definito la “sindrome da squilibrio di Trump”, quella specie di patologia ossessiva che ha preso i critici del presidente, è una rappresentazione efficace della debilitazione della struttura democratica. La Russia, in questo schema, ha dato solo l’abbrivio, ha lanciato un petardo nella polveriera della politica interna già ultrapolarizzata. “L’atteggiamento assunto da tutti i media mainstream e dall’opinione pubblica che li segue, quella dell’attacco frontale continuo e della legittimazione totale del presidente, è esattamente ciò che la Russia vuole. Putin vuole vedere un paese litigioso, inconcludente, bloccato, impegnato in complicate lotte interne che non portano da nessuna parte. Sono convinto che la pagina delle opinioni del New York Times sia la lettura più gradita al Cremlino”, spiega la nostra fonte. Bob Woodward ha una posizione in un certo senso convergente. Dal grande mastino del Watergate ci si potrebbe aspettare un incoraggiamento ai colleghi con la schiena dritta che indagano furiosamente alla ricerca di un nuovo scandalo di dimensioni nixoniane, invece il veterano dell’inchiesta ha una visione prudente: “Ci sono molte persone che trattano la presidenza di Trump come una prova, come fosse provvisoria. Sarà invece probabilmente presidente per l’interno mandato, quattro anni, forse anche di più. C’è iperventilazione, troppa gente scrive troppe cose. Quando arriva l’impeachment, quanto durerà, arriverà all’estate e via dicendo… Sono preoccupato per il nostro mestiere, per la percezione del mestiere, non sono solo i sostenitori di Trump che vedono questa boria. Si possono fare entrambe le cose, penso: indagare intensamente, non lasciare perdere, e allo stesso tempo rendersi conto che il nostro compito non è trasformare tutto questo in un editoriale”. Woodward non dice esplicitamente che questo clima fa il gioco degli avversari dell’America, ma certo non giudica questa fase inquisitoria come un momento esemplare di funzionamento della democrazia e dei suoi “watchdog”, i cani da guardia del potere. Non invita a continuare a scavare con foga crescente. Suggerisce piuttosto di fare un bel respiro, vivere la professione senza l’enfasi mistica di chi si sente chiamato a cambiare il corso della storia.

 

"E' assurdo pensare che Putin abbia lanciato la sua offensiva con l'intento di prendere il controllo della democrazia americana"

Tutta questa impalcatura ipotetica crolla – si capisce – nel caso venga provata la collusione diretta e sistematica con prove schiaccianti. Ma se invece si avverasse l’altra possibilità, quella di uno scandalo grave ma che non travolge direttamente il presidente, molti dimenticano che le amministrazioni sono in grado di resistere a lungo alle turbolenze. George W. Bush è rimasto saldamente alla Casa Bianca anche quando hanno aperto un’inchiesta speciale per il caso di Valerie Plame, l’agente della Cia la cui identità era stata rivelata per vendetta contro il marito, un diplomatico che aveva testimoniato contro l’esistenza delle armi di distruzione di massa negli arsenali di Saddam Hussein. Per guidare le indagini è stato scelto il procuratore più duro in circolazione, Pat Fitzgerald, e il capo di gabinetto del vicepresidente, Scooter Libby, è stato condannato a trenta mesi di carcere, per crimini non proprio di secondo ordine: spergiuro, falsa testimonianza, ostruzione della giustizia. E’ stata una bufera violentissima, ma Bush e la sua amministrazione non sono stati disarcionati, e dire che anche allora il clima nelle redazioni, così come in molte agenzie d’intelligence, difficilmente avrebbe potuto essere più ostile al presidente.

 

La procedura di impeachment, in fondo, è stata usata soltanto due volte nella storia americana, e in nessuno dei due casi si è conclusa con la deposizione del presidente. Quando Nixon è stato costretto alle dimissioni, su di lui gravavano accuse pesantissime corroborate da un fiume di prove raccolte nel corso di anni, non è certo stato un blitz a metterlo all’angolo. “Qualcosa troveranno, è chiaro”, dice la nostra fonte: “Eppure è molto più realistico pensare a un’amministrazione che dura per quattro anni almeno, ma avanza zoppicando, sotto un incessante menare di colpi che paralizza il processo politico e allo stesso tempo non riesce a ottenere la cacciata di Trump”. L’incedere claudicante dell’animale ferito è lo spettacolo più gettonato dalle parti del Cremlino, cosa che genera l’involontaria alleanza fra i settori più belligeranti della stampa antitrumpiana e Putin, profeta illiberale di un mondo post occidentale.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.