L'ex direttore dell'Fbi James Comey (foto LaPresse)

Trump in difesa

Mattia Ferraresi

La (clamorosa) versione di Comey inchioda il presidente alle sue bugie senza bisogno della pistola fumante

New York. James Comey ha detto alla commissione Intelligence del Senato che di fronte a una testimonianza non si può fare “cherry-pick”, non si possono scegliere i singoli fatti da evidenziare e quelli da oscurare per dimostrare una tesi, bisogna guardare all’intera versione e saggiarne credibilità e coerenza. Se si applica questo criterio, fra la deposizione scritta depositata mercoledì e l’interrogazione di giovedì, l’ex direttore dell’Fbi ha tracciato il profilo di un presidente mentitore e prono a mentire, che ha agito per stabilire un rapporto di subordinazione rispetto a un potere indipendente, ha chiesto di abbandonare almeno un’inchiesta in corso, ha fornito pretesti per il licenziamento di Comey che poi lui stesso ha smentito in un’intervista, ha instaurato un tipo di rapporto che ha indotto il direttore a prestare la massima attenzione a certe conversazioni e a darne conto in memo dettagliati redatti appena finiti gli incontri. Tutto ciò che Comey ha detto tende a confermare una serie di azioni improprie – e forse criminali: non spetta a lui dirlo – del presidente per interferire in qualche modo su inchieste in corso e ottenere la sua “fedeltà”. Comey ha esplicitamente detto di essere stato cacciato, a suo parere, per l’inchiesta russa: “So che sono stato licenziato per qualcosa che riguarda il mondo in cui stavo conducendo l’inchiesta sulla Russia”.

 

Questa è l’inequivocabile direzione in cui punta l’articolata versione resa, anche se non è saltata fuori una “pistola fumante”, la prova definitiva che il presidente abbia ostruito la giustizia (quando i senatori hanno rivolto la domanda a Comey lui si è limitato a dire che è compito del procuratore speciale, Robert Mueller, stabilire se c’è stata ostruzione alla giustizia). Rimane il problema della credibilità del testimone, e per questo Comey si è augurato che esistano da qualche parte le registrazioni che una volta lo stesso presidente ha agitato come minaccia. Usando il metodo del “cherry-pick” si possono trovare diversi brandelli di informazione che rovesciano il senso generale e corroborano una versione del racconto favorevole a Trump. Basta aprire Drudge Report per trovare un elenco ragionato delle osservazioni che girano fra le forze lealiste del presidente, dispiegate sotto forma di sessanta staffer del partito repubblicano, del primogenito di The Donald, Don Junior, che durante l’interrogazione ha fatto le veci del twittatore in chief, e dell’avvocato speciale di Trump, Marc Kasowitz, che ha fatto una dichiarazione dopo la testimonianza.

 

C’è la questione dei leak selettivi – perché fra tutte le informazioni uscite sui giornali non c’era quella che Trump voleva sentire, cioè che lui non era sotto inchiesta? – c’è la smentita del contenuto di un’inchiesta del New York Times, che dovrebbe provare il “bias” dei giornali, e c’è anche la disputa sulla rilevanza penale del verbo “to hope”. Trump ha detto a Comey che “sperava” potesse abbandonare l’inchiesta sulla falsa testimonianza di Michael Flynn, e i più engagé fra i senatori repubblicani hanno spiegato che sperare in un certo esito in un’inchiesta non è reato. Comey ha fatto notare che se il presidente degli Stati Uniti si esprime in quel modo durante una conversazione privata con il direttore dell’Fbi a proposito di un’indagine politicamente esplosiva, non sta formulando una speranza, sta dando un ordine. La rivelazione della decisione, senza precedenti, di affidare a un amico, un professore di legge della Columbia, le note delle sue conversazioni con Trump con la richiesta di passarle ai giornali – il tutto nella speranza di contribuire alla nomina di un procuratore speciale, cosa poi avvenuta – viene usata per rappresentare Comey come un avversario politico che orchestra manovre machiavelliche per attaccare il presidente. Dalla parte di Trump c’è anche quello che Comey ha detto a proposito dell’inchiesta sulle email di Hillary Clinton, confermando che l’allora procuratore generale, Loretta Lynch, ha fatto pressioni sui di lui per convincerlo a chiamare pubblicamente l’inchiesta un “matter”, una questione. Una distrazione utile per cambiare il focus della conversazione. Nemmeno questi fatti sono riusciti a togliere l’imbarazzo dei repubblicani. La portavoce della Casa Bianca ha detto che “il presidente non è un bugiardo”, mentre lo speaker della Camera, Paul Ryan, si è prodotto nella più problematica delle difese presidenziali: “He’s new to government”, ha detto, non conosce il protocollo. Così problematica che sembra un’ammissione di colpa.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.